La Tunisia canta in coro contro il Califfato
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La Tunisia canta in coro contro il Califfato

Il 7 marzo sono avvenuti violenti scontri a Ben Guardene tra polizia e jihadisti: i tunisini in risposta a Is sono scesi in piazza, cantando a squarciagola l'inno nazionale.

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18 Marzo 2016 - 17.49


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di Roger Carnot

Come avrete letto su molti giornali, il 7 marzo scorso in Tunisia sono avvenuti violenti scontri a Ben Guardene, una città di 80.000 abitanti vicina al confine con la Libia, tra le forze dell’ordine tunisine e un gruppo di jihadisti provenienti dalla Libia. Il bilancio finale degli scontri è stato piuttosto pesante: 13 vittime e 14 feriti tra agenti di polizia e civili; 49 morti e 8 prigionieri fra i terroristi. Ma in un caso come questo potrebbe suonare improprio chiamarli terroristi.

Gli assalitori di Ben Guardene erano più di cento. Divisi in tre nuclei che procedevano simultaneamente. Avanzavano sparando nelle strade fiancheggiati da estremisti salafiti e soprattutto da contrabbandieri locali. I loro obiettivi erano il comando di polizia, la caserma dell’esercito, il municipio.
Ciò che è accaduto a Ben Guardene non sembra rientrare nella casistica del terrorismo. Ciò che è accaduto a Ben Guardene ha un nome più semplice e più complesso. Si chiama guerra.

Ben Guardene ha rappresentato un tentativo molto serio e molto concreto da parte di Daech di creare un avamposto del Califfato in Tunisia. Considerando che gli assalitori erano in buona parte di nazionalità tunisina e potevano contare sull’appoggio di tutti gli estremisti religiosi e i delinquenti comuni di Ben Guardene, l’ambizione di impadronirsi della città non era poi così campata in aria come poteva sembrare.

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Ciò che è accaduto veramente il 7 marzo scorso a Ben Guardene, i giornali europei non lo hanno detto e forse non lo hanno nemmeno appreso. Quel giorno, mentre gli uomini di Daesh sciamavano nelle strade armati fino ai denti e sparavano all’impazzata, la popolazione di Ben Guardene ha fatto l’opposto di quello che chiunque farebbe in una situazione del genere.

Anziché correre a rifugiarsi nelle case, i cittadini di Ben Guardene sono usciti dalle case come dagli uffici e si sono tutti riversati nelle strade. Si sono messi a cantare a squarciagola l’inno nazionale, tutti in coro, fino a coprire il rumore degli spari. È stato a quel punto che gli assalitori si sono resi conto di essere caduti nella loro stessa trappola.

Ancora una volta, il popolo tunisino ha reagito spontaneamente, si è difeso istintivamente, e ha inviato un messaggio chiaro a chi predica la guerra santa.
Un episodio come questo, tuttavia, rende l’idea di cosa potrebbe accadere se l’Italia inviasse i propri soldati in Libia. Un intervento in Libia potrebbe provocare sfondamenti del confine libico-tunisino ancora più massicci e forse metterebbe anche a dura prova il patriottismo democratico del popolo tunisino.
Resta però, e si allarga a dismisura, il problema politico. Tredici assalitori tunisini erano stati scarcerati dopo la rivoluzione del 2011 grazie all’amnistia voluta dal partito islamista Ennadha che poi vinse le elezioni.

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Più di una volta, i telefoni cellulari dei jihadisti hanno rivelato che l’ultima telefonata era stata fatta a Walid Bennani, dirigente di Ennahda. Il partito di Rached Ghannouchi ora sta cercando frettolosamente di cambiare nome. Ma il popolo tunisino ormai li indica come “la setta delle tenebre”. L’altro ieri, l’ex ministro della giustizia di Ennahda, Noureddine Bhiri, ha dichiarato che chi accusa il suo partito e semina la discordia nel popolo tunisino finirà per spalancare le porte ai terroristi. Un consiglio o una minaccia?

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