Lo stato del pluralismo in Italia nel 2025 rimane problematico e non mostra alcun progresso rispetto al 2024. Persistono condizioni di rischio legate all’influenza politica sui media, alle concentrazioni editoriali, alla debolezza strutturale del giornalismo indipendente. Mentre la crescente rilevanza di piattaforme digitali e social media intensifica la diffusione di disinformazione e la sostenibilità economica del settore giornalistico. Senza favorire la nascita di nuove attività editoriali data la spinta alla concentrazione nel mercato digitale. In generale l’Italia si colloca al 51% , a un livello di “rischio medio-alto” nella curva del Pluralismo dei Media nell’Unione Europea, e precisamente al 12esimo posto ex equo con la Repubblica Ceca. Maglia nera all’Ungheria (75%), Malta (71%) e Cipro (68%). E’ questa la fotografia dell’annuale Rapporto pubblicato dal Centre for Media Pluralism and Media Freedom (CMPF).
Oltre ai fattori critici che l’Italia sconta ormai da anni (legge sulla diffamazione che ancora comprende il carcere per i giornalismo; querele bavaglio per condizionare e intimidire il giornalismo d’inchiesta indipendente; norme che restringono il diritto di cronaca; minacce e intimidazioni anche online ai giornalisti e, si sottolinea, soprattutto giornaliste; mancato rinnovo contrattuale da 10 anni per i giornalisti ), a peggiorare rispetto al 2024 é il parametro del pluralismo del mercato (“rischio alto”) e si collocano a un “rischio medio-alto” sia la trasparenza delle proprietà (dati di difficile accesso) che l’indipendenza politica (norme sul conflitto di interessi inadeguate, governance Rai non modificata secondo le indicazione del Media Freedom Act Europeo, EMFA: ad “alto rischio” (70%) è tuttavia classificata l’indipendenza del servizio pubblico, dato il controllo politico della RAI. «La situazione italiana – si legge nel rapporto – è ora apertamente in contrasto con i principi stabiliti dall’EMFA» in vigore da Agosto 2025.
Ma un “rischio medio-alto” è segnalato anche per la professione giornalistica: il giornalismo sperimenta in Italia una crescente fragilità strutturale. La professione è minata da precarietà economica, debolezza contrattuale, minacce, aumento delle pressioni sui giornalisti. Tutti elementi che, secondo l’analisi, influiscono sull’indipendenza dei giornalisti e possono favorire le auto-censure. Si cita anche il caso della “sorveglianza digitale” con lo spyware Graphite (Paragon) sui device infettati di giornalisti e attivisti per i diritti umani.
La libertà di espressione è sottoposta a un graduale deterioramento, pur in presenza di garanzie formali e costituzionali e di strumenti di tutela posti in essere da FNSI e Ordine Dei Giornalisti: si indebolisce la funzione di “cane da guardia” (watchdog) del giornalismo e la stessa qualità della democrazia. Gande rilievo il rapporto assegna alle paghe basse, al di sotto della soglia di sussistenza (tra 5 e 10 euro ad articolo) di tanti freelance e all’espansione del lavoro autonomo senza diritti. Si richiama il crescente deterioramento della condizione giornalistica sia in termini di stabilità e remunerazione, sia in relazione alla sicurezza personale dei professionisti a causa del rischio crescente di minacce e intimidazioni.
Il caso citato è quello più grave dell’attentato dinamitardo di fronte all’abitazione di Sigfrido Ranucci, il 16 ottobre 2025. Attentato che, all’indomani della pubblicazione del rapporto, ha visto un primo risultato delle indagini della Procura di Roma con l’individuazione dei 4 presunti esecutori materiali, tutti di un certo spessore criminale. Un attentato su commissione di stampo mafioso per i quali mancano ancora i mandanti. Particolarmente esposte, si sottolinea nel rapporto, sono le giornaliste, attaccate in modo sessista. Ad aggravare il quadro, la mancata legiferazione chiesta dall’Europa contro le SLAPPs, le querele temerarie, o “bavaglio”, in sede penale e civile, come strumenti di pressione economica e psicologica sui giornalisti, ancora più esposti se freelance. Tra i casi citati di azioni giudiziarie multiple, quello di Marilù Mastrogiovanni, giornalista di inchiesta e direttrice del Tacco d’Italia, socia di GiULiA giornaliste fin dalla sua fondazione e anima del Forum giornaliste del Mediterraneo.
Andrebbe meglio l’indice dell’Inclusione sociale (rischio medio-basso) con l’eclatante eccezione però dell’inclusione di genere, che denota invece un rischio molto alto (83%), contro una media europea del 61%. Il parametro della Gender Equality nei media è uno di quelli che concorrono a determinare la posizione nel rischio medio alto del Paese nel ranking generale europeo. Qui le note restano critiche in modo significativo: le donne rimangono fortemente sotto rappresentate nelle posizioni di vertice delle imprese editoriali e delle redazioni, mentre persistono squilibri nella rappresentazione sui media e nel dibattito pubblico.

Tra carta e Tv si citano le uniche due direttrici, Agnese Pini e Nunzia Vallini, quest’ultima in realtà appena sostituita nella direzione del Giornale di Brescia. Su 20 testate nazionali e locali analizzate, costituivano il 15%. E nonostante la presenza di genere nella forza lavoro sia sostanzialmente paritaria, ai vertici resta un gender gap notevole. Unica eccezione SKY Italia che nel suo cda ha una rappresentanza di genere femminile del 75%, a fronte di quello RAI che vede 2 donne su 7 componenti (28%).
Né va meglio sul versante della rappresentazione. I dati quantitativi e qualitativi confermano una situazione critica. Si cita il declino nel tempo dedicato alle donne politiche: dal 32,8% nel 2023 al 26,9% nel 2024. E considerando che abbiamo due donne leader nazionali, la sotto rappresentazione è ancora maggiore.
Infine un apprezzamento per le “Diversity and Inclusion policies” adottate da Mediaset per il triennio 2024-2027 e (la ex) GEDI. Nonostante protocolli come “No Women No Panel” nel contratto di servizio RAI 2023 – 2028, i talk show politici e gli opinionisti della carta stampata (le donne firmano solo il 15% degli editoriali in prima pagina), si fa notare, restano spazi largamente dominati dalla prospettiva maschile. «Mentre l’informazione sui casi di violenza di genere, nonostante i codice di autoregolamentazione come il Manifesto di Venezia, scivola ancora occasionalmente in narrazioni sensazionalistiche, ma conferma che il cambiamento strutturale nel linguaggio dei media è in progressione».