Nasce Ivory, il primo social network italiano: saprà resistere alla dominante logica dell' algoritmo?
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Nasce Ivory, il primo social network italiano: saprà resistere alla dominante logica dell' algoritmo?

Il tentativo di creare uno spazio digitale la cui visibilità dipenda dalla competenza e non dalla viralità. Le esperienze simili finora realizzate. I problemi e i rischi della lodevole iniziativa

Nasce Ivory, il primo social network italiano: saprà resistere alla dominante logica dell' algoritmo?
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7 Maggio 2026 - 15.48 Culture


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di Tiziano Bonini

Dal 30 aprile 2026 ha aperto al pubblico Ivory, un nuovo social network nato in Italia con un’idea che ha un suo fascino genuino: costruire uno spazio digitale in cui la visibilità dipenda dalla competenza e non dalla viralità, in cui un ricercatore che scrive di difesa aerospaziale non venga schiacciato da un influencer a torso nudo con un milione di follower. La piattaforma prevede utenti verificati tramite documento d’identità, una gerarchia di credenziali che va dal livello base a quello accademico, le “Ivory Towers” – aree tematiche che ricordano Reddit ma ambiscono alla peer review – e un modello pubblicitario che dichiara di non voler tracciare il tempo trascorso dagli utenti né cedere i dati a terzi. Si certifica persino come rivista scientifica e propone un sistema di pubblicazione accademica alternativo a quello tradizionale: 500 euro invece di 3.000, revisori retribuiti con 80 euro ciascuno.

L’intenzione è onesta. I fondatori – Adam Nettles, americano trapiantato in Italia con un dottorato alla Statale di Milano, e Uel Bertin, ingegnere italo-brasiliano – hanno riconosciuto un problema reale: il mercato dell’attenzione digitale è strutturalmente incapace di valorizzare la conoscenza verificata, perché la conoscenza verificata è lenta, contestuale, piena di sfumature, mentre l’algoritmo vuole velocità, emozione, conflitto. Vogliono cambiarlo costruendo una piattaforma migliore.

Il problema che però vedo in questo tentativo, è innanzitutto di ecosistema: in questo attuale ecosistema tecnologico, qualsiasi piattaforma alternativa è destinata al fallimento o alla sopravvivenza ai margini della società digitale.

Il principio che governa i social network dominanti non è solo l’algoritmo della viralità: è il network lock-in. Più utenti ha una piattaforma, più è difficile abbandonarla – non perché sia migliore delle alternative, ma perché porta con sé la rete di relazioni che ognuno ha costruito nel tempo. Come ha spiegato Nick Srnicek in Platform Capitalism (2016), in un mercato a effetti di rete il vincitore tende a prendere tutto, non perché offra il servizio migliore, ma perché ogni nuovo utente aumenta il valore della rete per tutti gli altri, rendendo sempre più costoso per chiunque il passaggio a un’alternativa. Questo è il meccanismo che condanna Ivory – e qualsiasi piattaforma simile – a una vita di nicchia, salvo fortune geopolitiche impreviste come quelle che hanno spinto milioni di persone verso Bluesky e Mastodon dopo la svolta di Musk su X. Non perché Ivory sia mal progettata: ma perché chi usa LinkedIn per i contatti professionali e X per il dibattito scientifico non si sposterà finché non ci sono le persone con cui vuole parlare. E le persone non ci sono finché non ci si sposta. Un gatto che si morde la coda.

La soluzione che manca (non l’unica, ma la principale, per creare un vero mercato competitivo dei servizi di social networking) –  e che nessun singolo social network può darsi da solo, si chiama interoperabilità. È la stessa logica che ha trasformato il mercato della telefonia mobile: oggi posso mandare un SMS da un telefono Tim a un telefono Vodafone senza dover scegliere l’operatore in base a quello dei miei contatti, perché nel 1999 la Commissione Europea ha imposto agli operatori di far comunicare le loro reti. Qualcosa di analogo potrebbe – dovrebbe – esistere per i social network: il diritto di portare la propria rete di contatti su una piattaforma diversa, la possibilità di ricevere e inviare messaggi tra piattaforme diverse senza dover avere un account su ciascuna. Il Digital Markets Act, entrato in vigore nel 2022, va parzialmente in questa direzione imponendo ai “gatekeeper” alcune forme di interoperabilità per la messaggistica – WhatsApp deve già aprirsi ad app terze – ma non estende questo obbligo ai social network in senso stretto, e l’applicazione è lenta, contestata, parziale.

L’altra soluzione, più radicale e tecnicamente già disponibile, è la decentralizzazione. Il Fediverse – l’ecosistema di piattaforme basate sul protocollo ActivityPub, standard aperto del W3C che include Mastodon, Pixelfed, PeerTube – funziona esattamente come il sistema email: posso avere un account su un server e comunicare liberamente con chi ha un account su qualsiasi altro server federato, senza che nessuna società privata controlli l’infrastruttura della comunicazione. Non è fantascienza: è tecnologia che esiste e funziona, usata da milioni di persone, con difetti reali (la moderazione decentralizzata è un problema aperto) ma con un vantaggio strutturale che nessuna piattaforma centralizzata può replicare: nessun singolo proprietario può decidere di cambiare le regole del gioco nel fine settimana.

Ivory, per quello che si legge, non è decentralizzata. Non c’è traccia di compatibilità con ActivityPub, nessun riferimento al Fediverse, nessuna menzione di federazione con altre piattaforme. È una piattaforma centralizzata con un algoritmo diverso dagli altri, il che la rende più simile a LinkedIn o a una Reddit istituzionalizzata che a un’alternativa strutturale al capitalismo di piattaforma. Questo non è necessariamente un errore dei suoi fondatori – costruire un prodotto federato è tecnicamente e organizzativamente molto più complicato – ma è un limite che occorre nominare, se si vuole essere onesti sul perché certe alternative falliscono.

Questo mi porta all’argomento che mi interessa di più, e che probabilmente è il più impopolare: la soluzione al problema dei monopoli digitali non può venire da imprenditori illuminati che costruiscono piattaforme “migliori”. Può venire solo da una scelta politica europea che cambi le regole del gioco per tutti. Non basta che la Commissione Europea “registri un’iniziativa dei cittadini” per un social europeo, come ricordano i fondatori di Ivory. Serve una norma che imponga ai social network operanti in UE – tutti, a partire dai grandi – di garantire la portabilità della rete di contatti, non solo dei dati personali (che il GDPR già prevede, nella sua forma più debole); di aprirsi all’interoperabilità con piattaforme terze attraverso API standardizzate; e che incentivi, o direttamente finanzi, lo sviluppo di infrastrutture digitali pubbliche o a controllo comune, nella logica dei commons digitali che autori come Trebor Scholz hanno teorizzato con il cooperativismo di piattaforma e che il movimento del Fediverse ha parzialmente realizzato.

So bene che questa proposta ha i suoi problemi. L’interoperabilità obbligatoria pone questioni serie di moderazione: se le reti comunicano tra loro, chi decide cosa è ammissibile e cosa no? Il modello federato del Fediverse ha già mostrato queste tensioni, con server che si de-federano vicendevolmente per ragioni di policy sulla moderazione dei contenuti. Non è una critica all’interoperabilità, ma è un problema che va affrontato, non rimosso. Dirlo mi espone anche all’obiezione speculare: che qualsiasi framework regolativo europeo sarebbe troppo lento, troppo burocratico, troppo soggetto al lobbying delle stesse Big Tech che vorrebbe regolare. È vero. Ma l’alternativa – aspettare che il mercato produca spontaneamente un’alternativa sostenibile ai monopoli che il mercato stesso ha generato – è quella che stiamo sperimentando da vent’anni.

Ivory potrebbe sopravvivere come nicchia utile: uno spazio per la comunicazione accademica, un tentativo di ridurre i costi dell’editoria scientifica, una comunità di pratica per chi vuole discutere di qualcosa senza essere sopraffatto da qualcuno che urla più forte. Ma una “torre d’avorio” – anche svuotata dell’ironia del nome – rimane pur sempre una torre. Chiusa, alta, accessibile a pochi. Il problema è l’ecosistema digitale che la circonda: senza cambiare quello, costruire torri più belle non cambia niente.

Abbiamo bisogno di meno piattaforme migliori e di più infrastrutture condivise. La differenza non è semantica.

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