Era il 26 aprile del 1986 quando un guasto all’interno della centrale nucleare di Chernobyl cambiò il corso della storia e l’esistenza di intere generazioni. Oggi, che la rete e i social network permettono di seguire una guerra in diretta con aggiornamenti continui su uno smartphone tenuto in tasca, quel disastro sembra appartenere a un mondo in bianco e nero, sbiadito, lontano nel tempo. Ma sarebbe sbagliato dimenticare quello che successe quarant’anni fa.
Andando a ritroso nelle pagine della storia il dramma ebbe inizio alle ore 1:24, quando un errore umano durante un test di sicurezza (programmato da tempo) innescò l’esplosione del reattore numero quattro, il quale sprigionò una nube radioattiva che devastò l’intero edificio e si diffuse nell’atmosfera delle aree sovrastanti l’Ucraina, la Bielorussia e anche la Russia, costringendo all’evacuazione migliaia di persone (che non sono mai più ritornate nelle loro case).
Le stime sul numero di morti causate dal disastro variano notevolmente. Infatti, secondo un rapporto dell’ONU (Organizzazione delle Nazioni Unite) stilato nel 2005 i decessi sono stati circa 4.000 nei tre paesi più colpiti (Russia, Ucraina e Bielorussia). Invece, secondo i dati diramati dall’organizzazione ambientalista e pacifista Greenpeace il disastro avrebbe causato quasi 100.000 morti, mentre circa 600.000 persone coinvolte nell’operazione di pulizia sono state esposte a livelli elevati di radiazione.
Nel corso dei decenni l’area intorno alla centrale è stata trasformata in una zona di esclusione. Guardando i numeri, secondo l’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) più di 2.200 chilometri quadrati in Ucraina e 2.600 Km² in Bielorussia sono considerati inabitabili per i prossimi 24.000 anni. Un’enormità.
Oltre al tema della tossicità dell’aria nelle zone dell’ex Unione Sovietica c’è da considerare anche un altro aspetto, vale a dire quello relativo alle condizioni in cui sono dovuti nascere centinaia di migliaia di bambini, che dopo la tragedia nucleare sono stati trasferiti in Stati “sicuri” come l’Italia.
Nel nostro Paese molteplici piccoli hanno avuto l’occasione di riscattare la “sfortuna” del passato, soprattutto grazie all’aiuto della Fondazione Aiutiamoli a Vivere, la prima Organizzazione non governativa a promuovere, a partire dal 1992, progetti concernenti attività come “vacanze terapeutiche dai 30 ai 90 giorni all’anno per abbattere il livello delle radiazioni”.
A proposito di questo significativo supporto fornito ai bambini “scappati” dalle zone contaminate Fabrizio Pacifici, ideatore della Fondazione Aiutamoli a Vivere, si è così espresso: “Gli oggettivi benefici fisici sono stati dimostrati, visto che l’Istituto nazionale delle ricerche bielorusso ha misurato che al ritorno a casa i bimbi presentano anche il 30% in meno di radiazioni”.
Pacifici è poi voluto entrare nello specifico di una di queste storie di “rinascita”, raccontando di quanto accaduto a Aliaksandr, nato senza apparato genitale a causa di una malformazione e conosciuto dai membri della Fondazione durante una missione di monitoraggio dei volontari italiani in Bielorussia.
Il fondatore di Aiutiamoli a Vivere ha affermato: “Arrivato in Italia nel 2019 all’età 13 anni Aliaksandr, anche grazie all’aiuto della Regione Emilia-Romagna, viene sottoposto dall’ospedale Sant’Orsola (Bologna) a un lungo percorso chirurgico volto a ricostruire l’apparato urogenitale, che si è concluso tre anni fa, nel 2023”.
E ha continuato Pacifici: “Nel 2025 Aliaksandr ha compiuto 19 anni, conduce una vita senza le gravi limitazioni che la malformazione gli avrebbe comportato e la Fondazione gli è ancora vicino con l’invio delle spese personalizzate online”.
Insomma, oggi fortunatamente molteplici bambini sono riusciti a ricostruirsi una vita “normale” lontani dalle loro terre natìe, ma le sensazioni provate in quella nottata di 40 anni fa rimarranno per sempre impresse – come incubi – nelle menti di milioni di persone.