«Essere il Paese europeo con il più alto numero di SLAPP (azioni vessatorie del tutto infondate che hanno il solo scopo di intimidire) è un primato di cui andare tutt’altro che fieri, eppure è proprio questa la fotografia dell’Italia scattata dagli ultimi report di CASE, la coalizione europea contro le SLAPP, e della commissione LIBE del Parlamento europeo».
Così, le organizzazioni del gruppo anti Slapp promosso da Case (Coalizione europea contro le Strategic Lawsuits Against Public Participation) e coordinato in Italia dall’Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa, hanno risposto alle recenti parole della presidente del Consiglio Meloni sul recepimento della direttiva europea anti-SLAPP. La presidente ha infatti riferito che il Governo intende limitarsi a coprire solo i rari casi transfrontalieri, convinta che la direttiva stessa escluda quelli nazionali e che le nostre leggi siano già sufficienti a fermare gli abusi.
Le cose, però, non stanno esattamente così.
«È vero che l’UE oggi può imporre regole solo per le liti che coinvolgono più Stati, ma lo fa semplicemente perché i trattati limitano il suo raggio d’azione legislativo. Proprio per evitare di fare un lavoro a metà, la stessa Commissione ha esortato i governi a estendere le tutele anche ai casi puramente nazionali. Ignorare questo invito significa annullare l’impatto della riforma, dato che oltre il 90% delle azioni bavaglio avviene entro i confini nazionali. Esistono già degli esempi concreti: in Polonia e Belgio si stanno già discutendo proposte legislative che procedono in questa direzione».
L’idea, poi, che l’ordinamento italiano punisca già adeguatamente le azioni temerarie non regge alla prova dei fatti: se così fosse, non saremmo la “maglia nera” d’Europa. Le SLAPP nel nostro Paese sono ormai diventate un metodo sistematico per silenziare giornalisti, attivisti e whistleblower, costretti a processi lunghi e onerosi per aver esercitato il diritto di cronaca o critica. Chiediamo al Governo di non sprecare questa opportunità: serve una normativa coraggiosa con tutele efficaci anche e soprattutto a livello nazionale. Solo così la nuova legge potrà essere un presidio concreto a tutela della libertà di espressione e non un semplice adempimento burocratico” concluse la nota condivisa.
L’intento del gruppo di lavoro anti Slapp, di cui GiULiA è parte dal giugno 2025, è quello di analizzare, seguire e valutare casi di “querele temerarie” e azioni legali pretestuose e le relative violazioni con il fine di sollecitare le autorità italiane ad adeguarsi alla Direttiva Ue sulla libertà di informazione.
Le Slapp vengono utilizzate come strumento per intimidire e mettere a tacere giornalisti, attivisti e difensori dei diritti umani che si occupano di temi di interesse pubblico, grazie anche a una recente Direttiva UE che introduce garanzie e misure di protezione, supportata in Italia, oltre che dalla nostra associazione, da realtà come Amnesty International, Articolo 21, Greenpeace, Transparency International Italia e altre, per difendere la libertà d’informazione e la partecipazione democratica.
In merito alle parole della presidente del consiglio espresse durante la conferenza stampa di fine anno, ovvero che «le querele temerarie in Italia vengono già punite», chi scrive – che rappresenta GiULiA nel gruppo di lavoro – è la prova vivente ed eclatante che non è così. Mi porto sulle spalle un procedimento giudiziario partito con una querela per diffamazione pretestuosa per trasformarsi – all’archiviazione nel penale – in azione civile, da 27 anni.
È il caso più longevo al mondo e per ora non si profila la fine, nonostante la morte degli avvocati di entrambe le parti e la relativa interruzione del procedimento. Il caso resta aperto in attesa di estinzione.
Una vera e propria persecuzione che nessuna legge italiana ha impedito, anzi ha favorito.