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Chi ha il coraggio di far prevalere il bene comune sull'interesse privato delle lobby e della grande finanza?

Un sistema di sviluppo che non regge più, minaccia la vita del pianeta, la salute di chi lo abita, gli equilibri geopolitici di chi dovrebbe governarlo con saggezza e lungimiranza e invece pensa solo a dominarlo e depredarlo.

Chi ha il coraggio di far prevalere il bene comune sull'interesse privato delle lobby e della grande finanza?
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Claudio Visani Modifica articolo

30 Agosto 2022 - 17.58


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Le tre grandi questioni di questo tempo – guerra, crisi climatica, pandemia – sono pressoché scomparse dalla campagna elettorale più kafkiana di sempre. Per non parlare della mega questione da cui tutte le altre discendono: un sistema di sviluppo che non regge più, minaccia la vita del pianeta, la salute di chi lo abita, gli equilibri geopolitici di chi dovrebbe governarlo con saggezza e lungimiranza e invece pensa solo a dominarlo e depredarlo. Bisognerebbe interrogarsi sul capitalismo, di qualsiasi colore esso sia, rimettere in discussione i nostri modi di produrre, consumare, vivere. Bisognerebbe ripristinare la supremazia della polis, della vita pubblica e del bene comune sull’interesse privato, delle lobby e della grande finanza che ormai ha completamente asservito il potere politico. E chi mai nella politica servile, sempre più personale e senza pensieri lunghi di oggi ha le idee, il coraggio e la forza per farlo? 

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Viviamo in un mondo sempre più complesso. Servirebbero  risposte all’altezza di questa complessità, leader capaci di uscire dagli schemi del secolo scorso, di innovare il pensiero socialista e liberale, di costruire una sinistra e una destra moderne, di immaginare un mondo nuovo. Invece siamo tornati alla versione basic. I buoni e i cattivi, il bene e il male, di qua o di là, come nel 1948.

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Da una parte il Pd e il centrosinistra delle Ztl, sempre più lontani dalle periferie, dai problemi e dalla vita reale di chi sta peggio, che gridano attenti al lupo e dicono vota noi perché gli altri sono peggio. Dall’altra le destre che ripropongono gli slogan nero vestiti di sempre: Dio, patria e famiglia, il presidenzialismo, l’uomo solo al comando, il sovranismo italico e regionale (riedizione della Padania libera e di Roma ladrona di bossiana memoria: le regioni ricche si fanno la parte, le altre si arrangiano), il blocco navale e i decreti sicurezza  per fermare l’orda dei migranti dalla pelle scura, lotta ai “diversi”, la flat-tax che favorisce i più ricchi e toglie risorse al welfare e quindi ai più bisognosi, il ponte sullo Stretto, perfino il ritorno della naja. E pensare che Salvini giura di averlo fatto il militare, non a Cuneo ma a Casale Monferrato come me. Io ne ho un ricordo orribile: un anno perso inutilmente, diseducativo, ambiente con poco senso civico, intriso di cultura militar-machista, umiliante nelle prevaricazioni dei vecchi contro i giovani (nonnismo).  Mi viene il sospetto che sia lì che il “nostro” è diventato caporale e ha imparato a seminare odio.

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Intanto la situazione generale peggiora a vista d’occhio. Le devastazioni climatiche stanno diventando la regola. La guerra ha bloccato sul nascere i tentativi di transizione ecologica riaprendo la caccia alle energie fossili e la corsa al nucleare. Il costo del gas-metano è alle stelle, ci aspetta un autunno-inverno da paura, con migliaia di aziende che rischiano la chiusura e milioni di famiglie che non ce la faranno più ad arrivare a fine mese. Il riarmo si sta mangiando una bella fetta dei miliardi europei stanziati per rialzarci dalla pandemia e provare a rendere sostenibili le nostre economie.

Nessuno parla più di dialogo e trattative per cercare di fermare la follia della guerra: l’unica voce che ancora invoca la pace è quella del Papa. Gli Usa continuano a mandare armi per miliardi di dollari all’Ucraina (e preparano il riarmo di Taiwan contro la Cina, il vero nemico), Zelensky ora dice di volersi riprendere il Donbass e anche la Crimea, l’Europa tace e non muove un dito per cambiare il corso degli eventi.

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“E’ un’Europa che cammina rasente i muri e si fa dettare l’agenda dagli americani, rinunciando così ai suoi valori fondanti”, ha commentato amaramente Paolo Rumiz lunedì sera presentando alla festa dell’unità di Bologna il suo “Canto per l’Europa” che non c’è. 

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