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Benifei su Polonia e Ungheria: "Dall'Europa nessun cedimento ai ricatti dei sovranisti"

Il capo della delegazione Pd al Parlamento europeo: "L'Europa non può abdicare sullo stato di diritto che è uno dei principi basilari della sua carta fondativa"

Brando Benifei
Brando Benifei

Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

19 Novembre 2020 - 15.39


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L’Europa ricattata dai nazionalsovranisti dell’Est tanto cari a Donald Trump e al duo nostrano Meloni&Salvini. Globalist ne discute con Brando Benifei, capo della delegazione Pd al Parlamento europeo.

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Il fronte anti-Recovery Fund si allarga: la Slovenia si aggiunge a Ungheria e Polnia. Ma che Europa è quella che messa sotto scacco dai nazionalsovranisti dell’Est?

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E’ una Europa che non può giocare in difesa. L’Europa che abdica ai principi basilari della sua carta fondativa, una Europa che non mette in campo la propria autorità e la propria fermezza, è una Europa che non ha futuro. Per fortuna, ed uso un termine che in tempi di pandemia è entrato nel lessico politico, l’Europa ha al proprio interno i “vaccini” giusti per sconfiggere i nazionalsovranisti. Oggi il Parlamento europeo, per fortuna un co-decisore su questi temi, ha posto con nettezza fin dall’inizio l’impossibilità di adottare il nuovo piano finanziario pluriennale senza regole finalmente stringenti sullo stato di diritto. La presidenza di turno tedesca del Consiglio Ue ha dato via libera a un accordo col Parlamento europeo che prevede un meccanismo efficace, che consentirà di immettere uno stop a queste risorse se continueranno le violazioni che abbiamo visto, in particolare in Ungheria e in Polonia, e che sono oggetto di un esame anche delle istituzioni, ma fino ad oggi con pochi strumenti se non meccanismi che richiedevano l’unanimità, e quindi attivati, per tenerle sotto scacco. Questo nuovo meccanismo fa davvero paura ad Orban e company, e allora oggi loro cercano, anche con l’aiuto di un neo sovranista, il Governo sloveno in carica da pochi mesi e che diventato parte di quell’orbita, di bloccare l’unico ambito in cui possono far valere il diritto di veto, e cioè quello sulle cifre totali del Bilancio, bloccando in questo modo l’accordo sul Bilancio e quindi di fatto anche sul Recovery Plan che dipende, come garanzia, dal Bilancio. Rispetto al passato siamo poi di fronte a un fatto politico che non va sottovalutato…

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A cosa ti riferisci?

All’atteggiamento assunto dalla presidenza tedesca. Un atto coraggioso, per una volta, tanto più significativo rispetto ad un passato in cui la Germania ha un po’ coperto, ha in qualche modo blandito senza affrontare a viso aperto i sovranisti nazionalisti. Quando parlo di un atto di coraggio, mi riferisco alla scelta di trovare un accordo con il Parlamento europeo per mettere in campo questo strumento. Una scelta che noi apprezziamo. Ma ora è un problema dei Governi far loro l’accordo. La presidenza tedesca ha dato il via libero, e il Parlamento non si muoverà da questa posizione. Quello che noi auspichiamo è che si trovi qualche elemento di accordo politico, che la Germania, come presidenza di turno potrà mettere in campo, che però riguarda il rapporto tra i Governi. Lo sottolineo con forza: noi non facciamo un passo indietro e riteniamo che sia arrivato il momento di tenere il punto e piegare i Governi ungherese e polacco, i quali hanno anche loro bisogno del Bilancio europeo. Questa loro posizione di veto non può durare a lungo. Io ieri ho avuto modo di leggere una lettera di amministrazioni locali e della società civile ungheresi, che hanno detto chiaramente che sono in disaccordo con una posizione che blocca le risorse anche per loro. Alla base di questa posizione intransigente, tutta politica, c’è la necessità di mantenere un potere con pochi controlli e poche garanzie da parte del governo di Orban. Questo ricatto non è nell’interesse dell’Ungheria.

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Tu hai fatto riferimento al ruolo importante della Germania, e non solo perché oggi ha la presidenza di turno dell’Unione europea e, con Ursula von der Leyen la presidenza della Commissione europea. Ma quello che sta avvenendo non è anche il risultato di una Europa che, “piegata” dalla Germania, ha guardato ad un indiscriminato allargamento ad Est, tralasciando una politica attiva verso Sud, verso il Mediterraneo. La metto giù brutalmente: ma se l’Europa ha aperto le porte e ha fatto entrare nell’Unione un Orban, perché, ed è un paradosso, non dovrebbe fare entrare anche un Erdogan?

Il punto che tu sollevi ha un fondamento assolutamente reale. Nel senso che quando sono entrati questi paesi, si è immaginato di poter rapidamente integrarli attraverso il mercato, le istituzioni comuni dentro un meccanismo di adesione a un modello di democrazia dell’Europa occidentale. Che però si scontra con una tradizione diversa.  In questo i soci fondatori dell’Unione. In primis la Germania, hanno sottovaluto il fatto che i tempi e i modi per cambiare il funzionamento di società e paesi come quelli dell’Est europeo, sono tempi della storia che e come tali hanno bisogno di step e verifiche più lunghe. L’adesione di questi paesi si è fondata su una soddisfazione formale dei criteri per poter partecipare all’Unione europea, parliamo del grande allargamento di metà anni Duemila, ma poi ha visto uno svilupparsi di tendenze politiche nazionaliste e sovraniste che hanno fatto emergere una fragilità di fondo dell’Ue.

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Qual è questa fragilità strutturale? 

L’Unione europea come è oggi, cioè con un Consiglio degli Stati membri che cerca ancora, in tutti i campi, di esercitare una funzione ostruttiva, dove non può decidere da solo, o di autodecisione dove può escludere le altre istituzioni, questo fa sì, per legge, che viene permesso all’Unione di andare avanti fintanto che c’è una certa coesione politica, cioè non ci sono i sovranisti, per semplificare. Nel momento in cui non emerge più un isolato caso Haider ma siamo alle prese con una serie di Governi, legati soprattutto a quella sfera di allargamento a Est, che vanno ad assumere un tratto fortemente nazionalista, che guarda all’Unione europea in ottica “estrattiva” e non di costruzione, di estrazione di un valore tutto di breve termine legato ai consensi personali dei leader politici che cercano di consolidare il proprio potere andando a minare le fondamento dello stato di diritto, ecco che questo schema non regge più. Questa politica che ha guardato tutto a Est e troppo poco al Mediterraneo oggi sconta il fatto che oggi con la mancanza di coesione politica dentro l’Unione, le istituzioni così come sono non reggono più. Tanti di noi ritengono che anche le vicende legate alla pandemia, ci porta a dover dire che bisogna riformare il funzionamento dell’Unione, e immaginare anche forme di integrazione differenziata…

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Vale a dire?

Che quei paesi che non hanno imboccato una strada sovranista-nazionalista, possano immaginare di rafforzare la propria integrazione. Perché oggi pensare che tutti e Ventisette i paesi dell’Unione vadano avanti alla stessa velocità, è una illusione. Allo stesso tempo, quello che è accaduto nel mondo – la presidenza americana, il ruolo della Cina, l’assertività della Russia che continua ad essere forte nel nostro vicinato, e il ruolo della Turchia, che vede una sospensione di fatto della sua possibilità di entrare nell’Ue– richiederebbe una Unione più forte e più unita,  almeno una parte di essa. 

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I nazionalsovranisti europei sono stati nel cuore di Donald Trump che non ha mai nascosto il suo disprezzo verso una Europa forte politicamente. Ora, per fortuna, il tycoon di Washington sta per uscire di scena, anche se in quel modo scomposto e ricattatorio che si confà al personaggio, e dal 20 gennaio 2021 alla presidenza degli Stati Uniti ci sarà Joe Biden. Che tipo di sfide, questa importante svolta, pone all’Europa per una rinnovata partnership euroatlantica?

Quello che nell’immediato potrà cambiare con la presidenza Biden rispetto ai quattro anni di Trump, è un approccio sostanzialmente diverso su un tema per noi cruciale: il multilateralismo e un approccio alle decisioni internazionali e alle azioni messe in campo concertato attraverso un negoziato multilaterale. Questo è un approccio che è stato violentemente attaccato dall’amministrazione Trump, in particolare il segretario di Stato, Mike Pompeo, ha sempre tenuto una linea chiara, cioè che gli Usa avevano una superiorità, autoattribuita, economica, militare, addirittura morale, che face sì che o si stava con loro o contro di loro, magari con la Cina. Questo approccio ha determinato complessivamente una rottura con gli alleati storici anche per una posizione, sempre in coerenza con questa avversione al multilateralismo, di contrarietà all’Unione europea, e dunque di favore alla Brexit, di contrarietà alle Nazioni Unite nel loro complesso, di riduzione delle risorse per le organizzazioni internazionali. Tutto questo approccio con Biden ci si aspetta che venga cambiato e sicuramente sarà così. Il che, è bene sottolinearlo, non vuole dire che nel merito su tutte le questioni cambieranno le posizioni americane. Cambierà un metodo per risolvere le divergenze. Faccio alcuni esempi. Sicuramente nel merito cambierà da subito l’approccio sull’ambiente, con il rientro dell’America negli accordi internazionali di lotta al cambiamento climatico. In questo campo cruciale, metodo e merito sono un tutt’uno. Dove nel merito il cambiamento sarà più complesso, anche se con Biden sarà più facile intavolare una discussione in ambito multilaterale, è la questione della fiscalità delle grandi aziende del digitale. Questo per l’Europa è oggi un grande tema, su cui gli interessi americani sono molto forti, e non è che cambieranno radicalmente con Biden, però potremmo immaginare uno spazio per trattare. Con Trump la risposta era la guerra dei dazi. C’è poi l’auspicio, tutto da verificare però, di un cambiamento nel merito della politica mediorientale da parte della nuova amministrazione americana. Un’azione di recupero dell’accordo con l’Iran sul nucleare, accordo costruito sotto la presidenza Obama e che Trump ha rigettato, e un diverso approccio col governo Netanyahu rispetto al sostegno totale che l’amministrazione Trump ha offerto ad ogni atto unilaterale compiuto dal premier israeliano e dai Governi da lui guidati. Non dobbiamo immaginarci una sconfessione in toto, ma piuttosto un riaggiustamento che un’amministrazione democratica potrebbe determinare anche nei confronti dei palestinesi, riaprendo la prospettiva di una soluzione a due Stati.

Per ultimo, dalla Casa Bianca a casa nostra. Visto da Bruxelles, che sensazione si ha dell’appiattimento filo-Orban tenuto anche in questa occasione dal duo Meloni-Salvini?

La sensazione che i sovranisti siano un po’ in tilt e che stia emergendo in maniera forte il fatto che il loro perseguire interessi nazionali di breve termine li sta mettendo in grande contraddizione con la capacità di pensare in un’ottica paneuropea un progetto comune. Per i nazionalisti italiani sta emergendo un problema non da poco, e cioè il fatto che ci sia una sempre più palese difficoltà a mettere insieme interessi che alla prova dei fatti confliggono tra loro. Se si dice “prima gli ungheresi” poi è difficile riuscire a fare “prima gli europei” insieme. Questa posizione di contrasto al Bilancio comune, nella logica di farsi i fatti propri sulla vicenda dello stato di diritto, alla fine ha portato a un cortocircuito nel fronte sovranista. Noi speriamo che in prospettiva questo possa essere davvero un duro colpo per i sovranisti, in Italia e in Europa. 

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