Sarò all’antica… anzi, sono all’antica e orgoglioso di appartenere a quella generazione che rispettava le istituzioni e che aveva una buona educazione politica e civile. Che rispettava anche i portatori di idee diverse purché facessero parte della dialettica istituzionale e non fossero eversive del sistema democratico, il cosiddetto “arco parlamentare”. Per questo sono letteralmente basito, e ovviamente scandalizzato quando sento persone con il cervello fuori controllo, come Beppe Grillo, un comico che ci ha fatto tanto ridere mentre ora ci fa piangere, insultare il Presidente della Repubblica in questo modo così grave, soltanto per il gusto della battuta.
Tempo fa Francesco Storace, per il quale non ho mai avuto la più piccola simpatia, fu condannato a sei mesi per aver vilipeso il presidente Giorgio Napolitano per averlo definito “indegno”. Ora, a pensarci bene, se Storace avesse chiamato a sua difesa un linguista e non un semplice avvocato, avrebbe potuto dimostrare che definire una persona indegna significa ritenerla “non degna” del ruolo che ricopre e questo potrebbe essere considerato un giudizio negativo riservato alla persona e non al ruolo istituzionale che rappresenta. Diversamente è invitarlo “a costituirsi” perché vuol dire che si ritiene che abbia commesso reati nell’esercizio delle sue funzioni. Questo sì che configura il reato di vilipendio al Capo dello Stato previsto dal codice penale e dalla Costituzione. Vediamo se ci saranno delle reazioni alla battuta assurda e inopinata. Ma non credo che in questa situazione diciamo così liquida, ci sia un magistrato che si faccia carico di un processo penale di questo genere.
Di che cosa viene accusato Giorgio Napolitano proprio nel momento che sta per lasciare il suo alto incarico?
Da una parte c’è chi lo accusa di aver travalicato le sue funzioni e di essersi appropriato di funzioni e di poteri che la Costituzione non gli assegna. “Re Giorgio” lo chiamano, come a dire che in questi nove anni lui ha regnato sulla Repubblica. E questo è falso. Come è falsa l’accusa contraria che è quella che gli viene da Grillo e da tutta la cosiddetta destra populista italiana, tipo Grillo e Lega. I quali accusano Napolitano di aver firmato leggi, come la legge Fornero, che hanno rovinato l’Italia. Leggi legittime, proposte da un governo legittimo e approvate dai due rami del Parlamento sulle quali il Presidente della Repubblica non può non apporre la sua firma.
Io penso che Napolitano sia stato al Quirinale negli anni difficili, nel periodo buio della Repubblica, quando bisognava assicurare all’Italia una governabilità che il sistema Europa in cui è inserita ci chiedeva, pena l’espulsione. Una governabilità che il sistema elettorale e il dissolvimento dei partiti non erano in grado di assicurare. Napolitano ha fatto del suo meglio e noi dobbiamo essergli grati e salutare la sua uscita dal Colle con tutti gli onori. A lui riserverei soltanto un rispettoso rimprovero per aver accettato la ricandidatura quando i partiti impotenti andarono da lui l’anno scorso a chiedergli di rimanere, dopo i sette lunghi e faticosissimi anni del mandato. I partiti andarono con il cappello in mano a pregarlo, e sarebbe stato meglio che lui non avesse accettato e avesse detto: impiccatevi, state lì a Montecitorio, muratevi vivi, come facevano con i cardinali che non erano in grado di eleggere un papa, ma non uscite finché non avete eletto un mio successore. E poi avrebbe dovuto mostrare minore indulgenza nei confronti dei partiti responsabili primi di questa clima che viene definito dell’antipolitica, che ci sta sommergendo.
Ma ciò premesso a Giorgio Napolitano dobbiamo dire grazie per aver difeso le istituzioni ed essersi adoperato perché l’Italia non sprofondasse ne baratro.