Cannabis, l'esperto: "Depenalizzare per non stigmatizzare i giovani"
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Cannabis, l'esperto: "Depenalizzare per non stigmatizzare i giovani"

L'esperto sulle droghe Henri Margaron: "La proibizione invece di aiutare i giovani a stabilire delle relazioni più serene, li stigmatizza e li emargina"

Cannabis, l'esperto: "Depenalizzare per non stigmatizzare i giovani"
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22 Febbraio 2022 - 17.19


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di Henri Margaron, ex Direttore del Dipartimento delle Dipendenze di Livorno.

Lunedì scorso la consulta ha pronunciato la sua sentenza, il quesito referendario per la legalizzazione della cannabis non è ricevibile. L’imputata è la proposta di abolire il termine “coltiva” contenuto nell’articolo 73 del DPR 309 del 1990. Poiché l’articolo 73 riguarda tutte le sostanze elencate in una tabella allegata, l’abolizione del verbo “coltiva” può in teoria applicarsi al papavero ed alla pianta di coca, con il rischio di violare gli accordi internazionali.

La mia preparazione non mi consente di valutare l’obbligo di rispettare degli accordi internazionali risalenti a più di un secolo fa, sebbene più volte confermati, basati su delle ipotesi scientifiche che le neuroscienze nel frattempo hanno sconfessato. Non mi voglio nemmeno pronunciare sull’aspetto spesso invocato dagli antiproibizionisti, il diritto alla libertà di decidere dei propri comportamenti. Lo condivido sebbene non mi impedisca di accettare numerose regole che limitano la mia libertà in nome sia di una protezione personale sia del bene comune, non sono abbastanza preparato sull’argomento.

Aggiungo che il tema della legalizzazione della cannabis come strumento per combattere le mafie non mi ha mai appassionato perché non è barattando la salute dei nostri figli che possiamo condurre questa battaglia. Lo stato ha il dovere di dotarsi di altri strumenti. È in nome della tutela della salute dei nostri figli ed unicamente per questo che mi rammarico del fallimento del quesito referendario. Sono da tempo favorevole alla legalizzazione della cannabis così come ritengo urgente depenalizzare il consumo di tutte le droghe. Non perché non sia consapevole dei rischi che possono fare correre certe sostanze ma proprio perché voglio proteggere i più giovani.

La proibizione delle droghe si basa sull’assunto che esisterebbe all’interno del cervello qualcosa di particolare che ci guida e ci permette di riflettere e che verrebbe danneggiato dalle droghe, il famoso slogan: “le droghe bruciano il cervello”.

Avendo accertato da oltre venti anni che non esistono strutture o cellule particolari all’interno del cervello, le neuroscienze ci obbligano a ripensare il modello secondo il quale si sviluppano le nostre capacità cognitive e di conseguenza il modo in cui le droghe possono alterarle.

Il cervello non sviluppa, in modo autonomo, delle capacità che mette a disposizione dell’organismo ma si modella sulle esperienze che condividiamo con gli altri per consentirci di affrontarle sempre più agevolmente ed efficacemente, che si tratti di comportamenti o di riflessioni.

Il cervello naturalmente si modella sulle esperienze che affrontiamo più spesso, quelle che ripetiamo più volentieri in quanto offrono le maggiori soddisfazioni. Come le droghe possono condurre ad una condizione di dipendenza? Per i loro effetti, le droghe possono rendere le esperienze più gratificanti e spingere il consumatore a ripeterle e quindi a modellare il suo cervello su di esse a scapito delle normali esperienze della vita quotidiana.

Così lo conducono progressivamente verso una condizione in cui l’unica possibilità di ottenere soddisfazione è ripetere l’assunzione. Per questo motivo i consumatori più a rischio di dipendenza sono quelli che non riescono, a causa delle esperienze maturate, ad avere una vita relazionale soddisfacente. Non possiamo comprendere diversamente come l’alcol, il gioco, internet, le condotte alimentari, lo sport o il sesso possano condurre ad forme di dipendenza.

Sono quindi i giovani con maggiori difficoltà relazionali a diventare dipendenti ma con la proibizione invece di aiutarli a stabilire delle relazioni più serene, li stigmatizziamo e li emarginiamo, un comportamento crudele che serve solo ad aumentare le loro difficoltà.

Le droghe non sono la causa dei problemi dei giovani, lo diventano semmai quando sono scelte come strumento per stare meglio. L’origine delle difficoltà di molti giovani la conosciamo e non possiamo continuare a nasconderci dietro la scusa che sarebbero stati meno fortunati dalla natura. L’origine va cercata nella mancanza di sostegno alle famiglie e di strutture per l’infanzia, nei tagli di una scuola che dovrebbe invece essere potenziata e diventare anche un luogo di convivenza, in una cultura in cui il consumo primeggia sullo stare insieme, nell’assenza di prospettive non solo per la carenza di lavoro ma per la salute del mondo in cui dovranno vivere.       

Allora forse il quesito del referendum è stato posto in modo coretto ma per la politica rimane l’urgenza di riflettere seriamente sul problema della depenalizzazione del consumo che non dovrebbe essere svincolato da una riflessione su tutto ciò che nella società può favorire il passaggio verso la dipendenza. Ne avrà il coraggio e la lucidità?  

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