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Il Palermo Pride rifiuta incontro con Scalfarotto: "Ha svenduto i nostri diritti"

Un esponente del coordinamento avrebbe dovuto essere presente, con un suo esponente, alla presentazione del libro di Francesco Lepore, 'Il Delitto di Giarre' cui è invitato anche Scalfarotto

Ivan Scalfarotto
Ivan Scalfarotto

globalist

3 Novembre 2021 - 15.03


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Il coordinamento del Palermo Pride avrebbe dovuto essere presente, con un suo esponente, alla presentazione del libro di Francesco Lepore, ‘Il Delitto di Giarre’, ma in un comunicato ha annunciato che non prenderà parte all’iniziativa per la presenza di Ivan Scalfarotto, sottosegretario all’Interno. 
“Riteniamo irricevibile l’invito dell’amico Francesco Lepore a un tavolo in cui siede chi ha svenduto i nostri diritti sull’altare delle mediazioni di governo già nel 2013” scrive il coordinamento. 
Domani alle 17, in contemporanea con la presentazione, il Palermo Pride invita la città a recarsi a piazza Pretoria, davanti alla sede del Comune, dove sarà presentato il libro. Tra i relatori ci sarà anche il sindaco di Palermo Leoluca Orlando. Sulla polemica interviene, con un post su Facebook, la co-presidente di Italia Viva Teresa Bellanova, viceministra alle Infrastrutture: “Trovo pericoloso e vergognoso l’attacco del coordinamento Palermo Pride a Ivan Scalfarotto colpevole, secondo loro, di aver contribuito a boicottare la legge contro l’omofobia per facilitare un presunto accordo fra Italia Viva e la destra. Pericoloso perché invece di sminarlo, alimenta il terreno dell’odio e della ricerca a ogni costo di un capro espiatorio indipendentemente dalla verita’ delle cose. Ivan ha sempre lottato con coraggio e viso aperto per estendere i diritti e le tutele”. 
Il riferimento del coordinamento del Palermo Pride è all’emendamento Gitti, votato e approvato alla Camera nel 2013, di cui Scalfarotto era relatore, che ha limitato l’estensione della legge Mancino al reato di omofobia e transfobia in difesa della libertà di espressione. 
All’epoca, intervistato da Repubblica, Scalfarotto si difese sostenendo che “il sub-emendamento Gitti – che si riferisce a tutta la legge Mancino e non solo alla parte sull’omosessualità – dice che non costituiscono atti di discriminazione le ‘condotte’ delle organizzazioni di natura politica, sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione o religione a precise condizioni: che siano conformi al diritto vigente, assunte all’interno dell’organizzazione e riferite all’attuazione di principi di rilevanza costituzionale”.
In altre parole, come dice lui stesso nella stessa intervista, “Se chiedo il certificato di battesimo all’insegnante di una scuola cattolica la mia non è discriminazione dal punto di vista penale”. 
Vale la pena di sottolineare quest’ultimo esempio scelto all’epoca da Scalfarotto dato che proprio oggi si è conclusa una vicenda penale iniziata nel 2014 (un anno dopo l’appovazione di quell’emendamento) che ha visto la condanna, da parte della Cassazione, di una scuola cattolica che licenziò una sua professoressa perché lesbica. Un atto ritenuto discriminatorio a ogni grado di giudizio.

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