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L'accusa della procuratrice: "Sistema di emergenza manomesso, il guasto ignorato per soldi"

La procuratrice di Verbania: "Una scelta "molto sconcertante" quella che i tre hanno portato avanti pur di evitare una riparazione adeguata del sistema frenante. Tutti nelle settimane precedenti erano potenzialmente a rischio"

La procuratrice Olimpia Bossi
La procuratrice Olimpia Bossi

globalist Modifica articolo

26 Maggio 2021 - 08.06


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Arrivano le prime risposte e le prime responsabilità sull’incidente avvenuto per la funivia sul Mottarone: l’ennesimo caso che poteva essere evitato.

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Il cavo trainante spezzato è “l’innesco della tragedia” sulla funivia del Mottarone, ma poi c’è un comportamento “consapevole e sconcertante” di chi ha preferito il guadagno alla sicurezza.

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La procuratrice di Verbania Olimpia Bossi è provata non solo per i lunghi interrogatori che hanno portato al fermo di un ingegnere, di un capo operativo e del gestore della funivia Luigi Nerini, ma anche dalla scoperta che “per settimane” chiunque ha messo piede su quella cabinovia era a rischio.

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Una scelta “molto sconcertante” quella che i tre – ora in carcere per un quadro indiziario ritenuto “grave” – hanno portato avanti pur di evitare una riparazione adeguata del sistema frenante che probabilmente avrebbe portato a una lunga chiusura dell’impianto, le cui casse erano state messe già a dura prova dal lockdown.

“Abbiamo potuto accertare, in particolare dall’analisi dei reperti fotografici, che la cabina precipitata presentava il sistema di emergenza dei freni manomesso, cioè non era stato rimosso o meglio era stato apposto il ‘forchettone’ che tiene distante le ganasce dei freni che avrebbe dovuto bloccare il cavo in caso di rottura”, spiega la procuratrice. Un malfunzionamento che i tre ignorano – c’è un intervento il 3 maggio scorso, ma poi si chiudono gli occhi di fronte ad altre spie iniziate fin dalla riapertura del 26 aprile – con la “convinzione che mai si sarebbe tranciato il cavo”.

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La manutenzione di maggio avrebbe risolto solo in parte il problema quindi per evitare ulteriori interruzioni del servizio, i tre hanno scelto di aggirare le norme e impedire al freno d’emergenza di entrare in funzione.

Così poco prima di mezzogiorno di domenica 23 maggio quell’inerzia sulla sicurezza costa la vita a 14 persone. I tre devono rispondere di omicidio colposo plurimo, lesioni colpose nei confronti di un bambino (unico sopravvissuto) rimasto gravemente ferito e di rimozione od omissione dolosa di cautele – punisce chi omette di collocare strumenti destinati a prevenire infortuni – aggravata se dal fatto deriva un disastro, come in questo caso.

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Il numero degli indagati sembra destinato a crescere a breve. L’inchiesta deve ora cercare di appurare anche perché quel cavo si è spezzato, dando il via al primo passo di una tragedia che poteva essere evitata.

 

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