Diritto internazionale soto ai tacchi nel nopme della legge del più forte. Marco Rubio ha avviato una vasta campagna contro la Corte penale internazionale (CPI), una nuova offensiva diplomatica dell’amministrazione Trump che punta a delegittimare il tribunale con sede all’Aia e a limitarne la capacità di operare. Una scelta che rappresenta una sfida frontale al principio di universalità del diritto internazionale e che rischia di rafforzare l’idea che le grandi potenze possano sottrarsi ai meccanismi di controllo creati per perseguire i crimini più gravi.
Il segretario di Stato americano ha promesso di «smantellare» la Corte, definendola una minaccia alla sovranità degli Stati Uniti. In un video pubblicato su X e in un editoriale sul Wall Street Journal, Rubio ha accusato la CPI di condurre una guerra contro Washington «non con proiettili o missili, ma con sentenze, trattati e la forza del cosiddetto diritto internazionale».
Secondo Rubio, la Corte avrebbe superato il proprio mandato originario, trasformandosi in una minaccia per il sistema politico e giudiziario americano. Il Dipartimento di Stato ha annunciato una campagna per «neutralizzare» la capacità della CPI di operare, perseguire militari o funzionari statunitensi e mettere in discussione, secondo Washington, la sovranità degli Stati Uniti.
L’iniziativa prevede anche pressioni sugli altri Paesi affinché abbandonino la Corte e interrompano ogni sostegno finanziario. La nuova strategia rappresenta un ulteriore passo nello scontro tra Washington e la CPI, dopo le sanzioni già adottate dall’amministrazione Trump contro alcuni funzionari del tribunale.
La posizione americana si basa sul rifiuto storico degli Stati Uniti di riconoscere la giurisdizione della Corte sui cittadini statunitensi. Washington non ha mai ratificato lo Statuto di Roma del 2002, il trattato che ha istituito la CPI, e sostiene che nessun tribunale internazionale possa giudicare militari o funzionari americani senza il consenso degli Stati Uniti.
La Corte, però, esercita la propria competenza sui crimini commessi nei territori degli Stati che hanno aderito allo Statuto di Roma. Il suo mandato è intervenire nei casi più gravi — come genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra — quando i sistemi giudiziari nazionali non sono in grado o non vogliono procedere.
La campagna lanciata da Rubio ha provocato critiche da parte di esperti di diritto internazionale e organizzazioni per i diritti umani. Kenneth Roth, ex direttore esecutivo di Human Rights Watch, ha accusato l’amministrazione Trump di voler creare le condizioni per garantire impunità ai cittadini americani accusati di eventuali crimini di guerra all’estero, sostenendo che la sovranità nazionale non possa essere usata per impedire agli altri Stati di ricorrere alla giustizia internazionale.
Lo scontro sulla Corte penale internazionale riapre una questione centrale: se il diritto internazionale debba applicarsi anche alle grandi potenze o se queste possano sottrarsi ai meccanismi di responsabilità costruiti dalla comunità internazionale dopo la Seconda guerra mondiale.