di Lorenzo Di Reda
L’America Latina è divenuta in poche settimane il nuovo epicentro della pandemia di Covid-19, contando circa un milione e mezzo di contagi ufficiali. La situazione risulta ormai drammatica, nonostante il picco dei contagi non sia ancora arrivato, e molto più preoccupante dell’Africa. Il direttore esecutivo del Programma per le emergenze sanitarie dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), Michael Ryan, ha dichiarato che “Senza alcun dubbio, l’America Centrale e in particolare del Sud si sono trasformate nella zona di trasmissione più intensa del virus”.
L’estrema fragilità dei sistemi sanitari nazionali, dovuta alle croniche difficoltà economiche di questi paesi, ha portato a situazioni allarmanti. Le disparità e le disuguaglianze che caratterizzano l’area sono risultate essere fattori decisivi per la propagazione del virus, determinando un maggiore contraccolpo in alcune fasce di popolazione piuttosto che in altre. Il forte divario socio-economico presente in tutti i paesi latinoamericani ha infatti indebolito ancora di più, in breve tempo, gli strati sociali più fragili ed esposti alle situazioni di crisi. La Cepal (Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi) ha calcolato che la crisi dovuta alla pandemia provocherà una contrazione dell’economia regionale del 5.3% (la peggiore dal XX secolo), porterà via il lavoro a quasi 38 milioni di latinoamericani e ne farà cadere circa 30 sotto la soglia di povertà.
Alcune dinamiche economiche e sociali, diffuse in tutta la regione, hanno decisamente agevolato la proliferazione del virus tra i settori più umili dei popoli latinoamericani. Un esempio pratico è quello del lavoro in nero: una buona fetta del mercato del lavoro latinoamericano (circa il 50% secondo fonti Cepal) risulta essere non in regola, o meglio noto come “informale”. In tale contesto, i lavoratori sono stati spesso obbligati a recarsi presso i propri luoghi di occupazione anche durante la quarantena, senza le dovute precauzioni di distanziamento, continuando a circolare e, soprattutto, senza che fossero assicurate loro le misure e i dispositivi di sicurezza. Inoltre, le fasce di popolazione che formano questa “economia informale” sono spesso impossibilitate a svolgere il proprio impiego da casa, sia per il tipo di mansione (di carattere prevalentemente manuale) sia per l’assenza di strumenti informatici adeguati allo “smart working”. Mentre nelle grandi città, dove una discreta parte dei lavoratori risulta essere occupata in uffici pubblici o aziende private relativamente sviluppate, il lavoro da casa è risultato più fattibile e semplice, nelle periferie e nei piccoli centri abitati la maggior parte della manodopera è rimasta esclusa da questa modalità.
I lavoratori informali sono comunemente quelli più vulnerabili, poiché impossibilitati a stipulare assicurazioni mediche private e totalmente dipendenti dalle strutture ospedaliere pubbliche locali. Le situazioni di semi-collasso che riportano alcuni paesi e alcune regioni, come il distretto di San Paolo in Brasile o la zona di Guyaquil in Ecuador, rendono praticamente impossibile per loro l’accesso a cure mediche adeguate. Tale dinamica evidenzia ancora una volta il divario tra i ceti più abbienti e quelli più umili, oltretutto più esposti al contagio poiché obbligati a recarsi a lavorare per sopravvivere.
Il divario digitale non colpisce ovviamente solo i lavoratori, ma anche gli studenti: è stato calcolato che circa la metà di essi, in tutta la regione, non stia avendo la possibilità di seguire lezioni virtuali per mancanza di strumenti digitali adeguati.
Un altro fattore determinante è il divario per l’accesso all’acqua: solamente il 65% della popolazione latinoamericana ha un accesso libero e sicuro a fonti d’acqua potabile. Le difficoltà nel reperimento d’acqua da parte di determinati strati della popolazione, soprattutto rurale, portano all’utilizzo di pozzi e zone comuni di rifornimento, dove ovviamente il virus può diffondersi con tremenda efficacia.
Ogni governo ha scelto di agire di testa propria, in base al partito o al personaggio politico al comando e alla situazione delle proprie strutture sanitarie. La maggior parte ha preferito operare in maniera preventiva, sfruttando il relativo vantaggio di vivere la crisi pandemica in un secondo momento rispetto a Cina, Europa e Stati Uniti. I Paesi latinoamericani che negli ultimi giorni hanno riportato un aumento esponenziale dei casi di Covid-19 (anche in proporzione alla loro popolazione) sono Brasile, Perù, Messico, Haiti, Cile, Ecuador e Argentina. In questa fase di emergenza, i problemi strutturali di questi paesi vengono messi ancora più in evidenza, complicando le operazioni di contenimento del virus e facilitandone la diffusione incontrollata. Un ulteriore fattore da tenere in considerazione è quello climatico: nel caso in cui la discussa teoria di un indebolimento del virus causato dai climi estivi dovesse rivelarsi plausibile, gran parte dell’America Latina si troverebbe “svantaggiata” rispetto all’emisfero boreale. Con il mese di giugno, infatti, sono soliti iniziare i primi freddi dei mesi invernali dell’emisfero australe.
Haiti, una delle economie più deboli dell’America Latina, presenta strutture sanitarie poco sviluppate e contava, all’inizio dell’emergenza sanitaria, poco più di 120 posti di terapia intensiva in tutto. Nonostante le misure restrittive preventive adottate dal presidente Jovenel Moïse, consapevole dei limitati mezzi a disposizione del servizio sanitario haitiano, il Paese conta ad oggi circa 3800 casi confermati di Covid-19, con un incremento quotidiano costante tra le 100 e le 150 unità e 58 decessi. La fragilità economica haitiana ha reso praticamente impossibile l’acquisto e utilizzo dei tamponi da parte del governo, così come una raccolta di dati esaustiva e un controllo rigido del rispetto delle regole imposte. Varie fonti parlano di una situazione molto peggiore di quella descritta dai numeri ufficiali, con molte morti “sommerse” avvenute in casa e un numero di contagiati ben più grave di quello ufficiale.
Il Messico conta più di 129mila casi confermati, con una percentuale altissima di morti (più di 15mila), tra i 500 e i mille decessi quotidiani e 4-5mila nuovi contagiati negli ultimi giorni. Il governo, guidato da Andrés Manuel López Obrador, noto anche come Amlo, non ha optato per una linea dura preventiva. Nonostante la fragilità del sistema sanitario nazionale, si è optato per un utilizzo limitato dei tamponi e per una riapertura di buona parte delle attività dal 1° giugno, anche a causa delle pressioni internazionali e dei mercati. Tale gestione incerta dell’emergenza sanitaria ha spinto alcuni governatori locali a “ribellarsi” al governo centrale e ad operare una sorta di autogestione economica e sanitaria. Amlo ha annunciato che probabilmente la disoccupazione colpirà circa un milione di lavoratori, ma che è già pronto un piano di recupero di posti di lavoro che beneficerà due milioni di messicani.
Scendendo verso il Cono Sud, si incontrano vari paesi in piena emergenza sanitaria.
Quello che ha ottenuto un maggiore risalto mediatico, anche in Italia, è sicuramente il Brasile di Jair Bolsonaro. Con 775mila casi accertati (con incrementi giornalieri spaventosi, come i 33mila nuovi casi e i 1.300 decessi registrati solo il 10 giugno) e quasi 40mila morti totali, la situazione brasiliana sembra ormai fuori controllo e destinata a presentare un conto salatissimo in termini di vite umane. La realtà sociale ed economica del Paese non ha sicuramente facilitato il contenimento del virus, date le estreme disuguaglianze, l’altissima densità di popolazione di alcune zone e l’inadeguatezza delle strutture ospedaliere. Con un atteggiamento negazionista, antiscientifico e irrisorio nei confronti del virus, Bolsonaro ha continuato a evitare misure particolarmente restrittive, condannando il sistema sanitario al collasso (in particolare nelle grandi città, come San Paolo). Apparendo pubblicamente più volte, anche durante le manifestazioni dei suoi sostenitori, Bolsonaro ha trasmesso senza sosta il messaggio di un virus debole, etichettandolo come una “brutta influenza”.
La situazione brasiliana, sia per i suoi dati attuali che per il comportamento di un presidente che sembra poco interessato a contenere i numeri della pandemia, appare tutt’altro che rosea. Migliaia di manifestanti, domenica 7 giugno, sono scesi in piazza in molte città contro il governo Bolsonaro a causa della sua gestione dell’emergenza sanitaria, economica e sociale. Il Brasile è uno dei paesi latinoamericani con le peggiori condizioni di disuguaglianza e razzismo, dove la minoranza (43%) bianca, prevalentemente situata nelle grandi e medie città, possiede la maggior parte della ricchezza nazionale. Mentre questa parte di popolazione ha potuto vivere la quarantena in appartamenti e lavorare da casa, la maggioranza di etnia mista ha continuato a effettuare consegne, guidare i mezzi pubblici, lavorare nelle famiglie più agiate come inservienti o domestici, produrre nelle fabbriche volte perlopiù all’esportazione, con misure di sicurezza prossime allo zero. In molte aree del paese, specialmente quelle rurali, e nelle celebri favelas urbane, le norme di contenimento del contagio non sono mai arrivate. La Agenzia Fapesp ha calcolato che a causa dell’emergenza Covid-19, l’83.5% dei lavoratori brasiliani risulta in pericolo di contagio, e più del 36%, circa 40 milioni, rientra nella cosiddetta economia informale (percentuale che in alcune province, specialmente del nord, supera il 60%). I ceti più abbienti hanno inoltre un facile accesso ai test svolti dai laboratori privati, soprattutto nelle principali città: è stato calcolato che fino al 25 marzo il 67% dei test complessivi fosse stato svolto in queste strutture. E mentre gli ospedali pubblici collassano, le cliniche private contano una buona percentuale di posti letto ancora inutilizzati.
L’Argentina ha vissuto una situazione paradossale: è stata tra i primi paesi latinoamericani ad applicare misure preventive e di quarantena, ma nella fase attuale la sua situazione si trova in rapido peggioramento. Il presidente Alberto Fernández ha infatti optato per una chiusura semi-totale del Paese già dal 20 marzo, quando i casi accertati di coronavirus in Argentina risultavano 128, con tre vittime. Tale misura ha messo in ginocchio l’economia nazionale, portando a un default tecnico in maggio dovuto alle difficoltà nel pagamento dei debiti internazionali e dei loro interessi. Nonostante le strette misure preventive, che hanno generato non poche proteste da parte di molti argentini che credevano esagerate tali precauzioni, l’Argentina conta circa 26mila casi confermati, con un aumento giornaliero che supera le mille unità e 735 decessi totali. La linea dura della quarantena ordinata da Fernández ha messo a rischio, secondo Unicef, 700mila minori, che potrebbero cadere sotto la soglia di povertà (attualmente già ve ne risiede più del 50%) e mette a repentaglio la riapertura di più di 60mila imprese.
L’Ecuador sta vivendo una situazione tragica. È stato uno dei paesi colpiti più in fretta e più duramente dal coronavirus, e la sua fragile situazione ospedaliera ne ha facilitato il processo di diffusione. La paziente zero, una donna di 71 anni, è stata registrata a Guyaquil, nella regione occidentale del Guayas, il 29 febbraio. Da quel momento, l’Ecuador ha iniziato a vivere un vero e proprio incubo: le morti sono aumentate esponenzialmente e in poco tempo, rendendo ingestibile la situazione per il governo centrale e per il governo del Guayas. Bare di cartone per le strade, fosse comuni e cremazioni sommarie sono alcune delle devastanti scene di questo caos. Il governo non è stato in grado di gestire la situazione, causando alla fine di marzo le dimissioni della allora ministra della Sanità, Catalina Andramuño, e una semi-autogestione di alcune regioni e città, Guyaquil inclusa. A oggi, nonostante questi dati siano solo relativamente attendibili, con cifre sommerse sicuramente molto più elevate, si registrano più di 44mila contagi e circa 3.700 vittime. L’Università Cattolica di Quito ha inoltre calcolato che due milioni e mezzo di bambini e adolescenti (di cui la maggior parte residente nelle zone rurali) si trovano in potenziali situazioni di crisi sanitaria, ossia rientrano in nuclei familiari vulnerabili, in cui i genitori potrebbero perdere (o hanno già perso) il lavoro e l’accesso alla previdenza sociale. Uno studio del Circolo di Studi Latinoamericani (Cesla) ha invece stimato che, a causa della pandemia, 700mila ecuadoriani potrebbero oltrepassare la soglia di povertà (che e quasi mezzo milione potrebbe perdere il lavoro, con un aumento complessivo del livello di povertà di circa il 30%.
Il Perù risulta essere il secondo paese dell’America Latina per contagi (208mila), con un aumento di 4-5mila casi quotidiani negli ultimi giorni e 5.900 vittime totali. Un numero così alto di casi registrati deriva da vari fattori: l’elevato numero di tamponi fatti alla popolazione (più di un milione, su 32 milioni di abitanti) e un sistema sanitario debole (solo il 3.2% del Pil viene utilizzato per la spesa di sanità pubblica) nonostante la crescita economica nazionale dell’ultimo ventennio. Inoltre, molti governi regionali sono corrotti e inefficienti, impreparati a gestire un’emergenza di questa portata.
La maggior parte della popolazione, in particolare i settori più poveri, ha continuato ad andare al lavoro e al mercato per sopravvivere, di modo che i lavoratori peruviani siano attualmente tra quelli più colpiti dalla pandemia a livello regionale. Secondo la ricerca della compagnia peruviana Datum, i salari medi sono scesi tra febbraio e aprile del 48%, passando da una media di 1.733 soles peruviani (circa 445 euro) a 909 (circa 233 euro). Tra le fasce più umili, si calcola che il crollo sia stato addirittura del 58%, con un calo da 1.017 a 425 (passando da 260 euro a 110).
Il Cile è stato colto dalla pandemia di Covid-19 in una fase di forte instabilità economico-politica, in cui le proteste contro il presidente conservatore Sebastián Piñera andavano avanti da settimane. La poca fiducia della popolazione nel governo ha diminuito la credibilità nelle misure restrittive, e le manifestazioni non si sono fermate, nemmeno con l’inizio della quarantena. Al contrario, l’accentuarsi della crisi economica e le difficoltà delle fasce più deboli della popolazione nel procacciarsi beni di prima necessità a causa della pandemia hanno creato i presupposti per nuove, violente proteste. La pandemia ha messo a nudo e confermato le disuguaglianze strutturali del paese: educazione, salute, precarietà del lavoro. Le politiche di mercato neoliberiste degli ultimi decenni hanno migliorato le cifre macroeconomiche del Paese, ma non hanno ridotto di molto il divario socio-economico. Anche nel caso cileno, la riduzione della mobilità in periodo di quarantena è stata molto più limitata nei quartieri poveri (30%) che nelle zone più abbienti (più del 50%). Ovviamente, i lavoratori più vulnerabili (anche in questo caso perlopiù “informali”) preferiscono uscire a lavorare e rischiare multe salate, piuttosto che rimanere in casa e non guadagnare i soldi per i beni di prima necessità. Il Cile registra attualmente circa 148mila casi confermati di Covid-19, con un incremento 4-5mila unità quotidiane negli ultimi giorni, e 2.475 decessi complessivi.
Un caso particolare, infine, risulta essere Cuba. Con 2.211 casi confermati e 83 decessi (nessuno da giorni), la sua situazione pandemica risulta stabile e sotto controllo, grazie all’isolamento dato dalla sua posizione geografica, alle misure preventive attuate e al buon livello delle strutture sanitarie nazionali (Cuba risulta essere il primo paese dell’America Latina per spesa pubblica nel settore, con quasi il 12% del Pil impiegato). Questa relativa solidità ha permesso al governo di Miguel Díaz-Canel Bermúdez di agire sul piano internazionale, inviando a 27 paesi (tra cui l’Italia) più di 2.600 unità di personale medico e sanitario.
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