Sul web viaggia la rivolta dei parrucchieri che si sentono presi in giro
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Sul web viaggia la rivolta dei parrucchieri che si sentono presi in giro

"Ma Conte il calendario l'ha visto???", sbotta un utente, alludendo al fatto che, dopo il primo giugno, c'è il 2 giugno che è un festivo.

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27 Aprile 2020 - 08.01


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“Solo un maschio poteva annunciare la riapertura dei parrucchieri il primo giugno. Cioè un lunedì”. La scrittrice Nadia Terranova si limita a una battuta ironica sull’annuncio da parte di Giuseppe Conte del primo giugno come giornata di riapertura dei parrucchieri. Ma sul web monta una vera e propria rivolta, alimentata anche dalle indiscrezioni che fino alla vigilia del discorso del premier parlavano del 18 maggio come possibile data per la riapertura dei saloni di bellezza.
“Ma Conte il calendario l’ha visto???”, sbotta un utente, alludendo al fatto che, dopo il primo giugno, c’è il 2 giugno che è un festivo.

Di fronte al proliferare di battute, foto di capelloni alla Cugini di Campagna e vignette, che hanno fatto schizzare l’hashtag #parrucchieri ai primi posti nelle tendenze Twitter in Italia, c’è chi riporta la questione su un terreno dolorosamente concreto: “Voi scherzate ma i parrucchieri rischiano davvero di chiudere e molti di perdere il lavoro. Non si può tenerli chiusi ancora per un mese”.

Con i parrucchieri si schiera anche il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori: “Riapre il gioco d’azzardo ma bar, ristoranti e parrucchieri restano chiusi fino all’1 giugno. Tre mesi e mezzo senza incassi: ma chi li regge? Si fissino criteri, distanze, capienze massime, ma si dia a questi operatori la possibilità di tornare al lavoro”, sottolinea Gori. “Il 1 giugno riaprono i parrucchieri, peccato non esisteranno più perché saranno tutti falliti”, gli fa eco la giornalista di ‘Quarto Grado’ Sabrina Scampini.

“Se Wuhan è uscita dall’emergenza ce la possiamo fare anche noi. Ci arriveremo tutti spettinati e coi capelli in disordine, ma vivi”, annota lo scrittore e giornalista Paolo Roversi. Ma qualcun altro fa notare: “Mi spiegate la differenza di pericolo di contagio, tra uno che entra in metropolitana o sul bus e un cliente che entra su prenotazione, con le dovute precauzioni, in un salone di parrucchieri? Mi direte, è un lavoro di contatto ravvicinato: perché in metrò entri da solo?”

C’è chi ne fa una questione territoriale: “Trattare in ugual misura il parrucchiere lombardo e quello del molise o della basilicata è da pazzi. Applicare alla stessa maniera disposizioni in Regioni come la Lombardia con 72889 contagi e Regioni come il Molise con 296 contagi è follia allo stato puro”.

E c’è naturalmente anche chi accusa i parrucchieri di corporativismo: “Ma i parrucchieri hanno capito che non ci sono solo loro ad avere avuto un danno enorme? Tutti gli albergatori e titolari di altre attività commerciali che dovrebbero dire? Pensate al fatto che almeno avete avuto una data precisa e il tempo di organizzarvi”.

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