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Trattativa Stato-mafia: depositata la memoria

La memoria della Procura di Palermo ricostruisce i passaggi cardine dell'inchiesta. Chiesto il rinvio a giudizio per i dodici indagati sulla trattativa Stato-mafia.

La sede della Procura di Palermo
La sede della Procura di Palermo

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6 Novembre 2012 - 17.17


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“L’unica vera Ragione di Stato è quella verità che questo ufficio non ha mai smesso, e mai smetterà, di cercare”. Si conclude con queste parole la memoria con cui la Procura di Palermo ribadisce, con forza, la richiesta di rinvio a giudizio per i dodici indagati dell’inchiesta sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia.

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O meglio, la “scellerata trattativa” come la definiscono il procuratore aggiunto Antonio Ingroia e i sostituti Nino Di Matteo, Francesco Del Bene, Lia Sava e Roberto Tartaglia. Sono i magistrati che hanno scovato il filo che collegherebbe una serie di episodi a cavallo delle stragi mafiose del ’92-’93. Assieme a loro hanno lavorato quelli che gli stessi pm definiscono i “pochi e valorosi investigatori di varie forze di polizia, soprattutto della Dia”. Assieme hanno “onorato l’investimento che su questo organismo investigativo fecero uomini come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino”. Un lavoro certosino “per accertare la verità sulla stagione delle stragi e della trattativa, nonostante i tanti, troppi, depistaggi e reticenze, spesso di fonte istituzionale”.

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Tutto inizia nel 1992

La memoria ricostruisce i passaggi cardine dell’inchiesta. La mafia da una parte e lo Stato dall’altro. Il primo a muoversi fu Totò Riina che avrebbe trattato con il comandante del Ros dei carabinieri, il generale Antonio Subranni, con il suo vice, il colonnello Mario Mori, e con il capitano Giuseppe De Donno. Gli ufficiali furono “a loro volta investiti dal livello politico (ed in particolare dal senatore Calogero Mannino, all’epoca ministro in carica ed esponente politico siciliano di grande spicco), che aveva in Vito Ciancimino il suo interlocutore. L’ex sindaco di Palermo godeva di un canale privilegiato con Totò Riina tramite Antonino Cinà. Nel ’92, però, ci sarebbe stata una trattativa nella trattativa. Mori, attraverso l’intermediazione del maresciallo Roberto Tempesta e di Paolo Bellini, la primula nera poi diventato collaboratore di giustizia, sarebbe entrato in contatto con i capimafia Antonino Gioè e Giovanni Brusca. Mentre Riina metteva nero su bianco le richieste del papello, qualcun altro offriva la restituzione di pregiatissime opere d’arte rubate in cambio degli arresti domiciliari per alcuni pezzi da Novanta, tra cui Bernardo Brusca e Pippo Calò.

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La trattativa prosegue nel 1993

La trattativa non si arrestò, ma proseguì dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio. Lo hanno raccontato i collaboratori di giustizia Antonino Giuffrè, Ciro Vara, Stefano Lo Verso e Luigi Ilardo. Sono i nuovi testimoni che hanno consentito di delineare le fasi della trattativa anche se restano parecchi punti oscuri. “Questo Ufficio è consapevole del fatto che non si è del tutto rimossa quella forma di grave amnesia collettiva della maggior parte dei responsabili politico-istituzionali dell’epoca (un’amnesia durata vent’anni) – scrivono i pm – che avrebbe dovuto arrestarsi, se non di fronte alla drammaticità dei fatti del biennio terribile ’92-’93, quanto meno di fronte alle risultanze (anche di natura documentale) che confermavano l’esistenza di una trattativa ed il connesso, seppur parziale, cedimento dello Stato, tanto più grave e deprecabile perché intervenuto in una fase molto critica per l’ordine pubblico e per la nostra democrazia”.

L’epilogo del 1994

La trattativa nasce nel ’92, prosegue nel ’93 e conosce il suo epilogo nel 1994, “allorquando le ultime pressioni minacciose finalizzate ad acquisire benefici e assicurazioni hanno ottenuto le risposte attese”. Allentare il 41 bis e restituire i beni ai mafiosi. non erano questi gli unici obiettivi. In ballo c’era “assai più ambiziosamente un nuovo patto di convivenza Stato-mafia, senza il quale Cosa Nostra non avrebbe potuto sopravvivere e traghettare dalla Prima alla Seconda Repubblica. Un patto di convivenza che, da un lato, significava la ricerca di nuovi referenti politici e, dall’altro lato, la garanzia di una duratura tregua armata dopo il bagno di sangue che in quegli anni aveva investito l’Italia”. Un progetto ambizioso avviato con l’assassinio di Salvo Lima, il 12 marzo del 1992: “La risposta di Cosa nostra allo Stato che, dopo la sentenza di Cassazione del maxiprocesso, aveva messo in crisi la credenza d’impunità dei boss, condizione essenziale per la sopravvivenza dell’organizzazione criminale mafiosa stessa”. Dopo la caduta del muro di Berlino la società italiana visse una stagione di profondi cambiamenti. Il malcontento sociale si manifestò nel sorgere di movimenti come la Rete e la Lega. E Cosa Nostra, parallelamente, attraversò una fase delicata e di transizione che spinse i boss a cercare nuovi referenti politici. Nel 1992, la posta in gioco della trattativa era soprattutto la vita dei politici inseriti nella lista nera di Cosa Nostra. La loro vita in cambio dell’allentamento della morsa repressiva dello Stato. Nel 1993 arrivarono i primi risultati: la mancata proroga di oltre 300 decreti di applicazione del 41 bis: “L’allora capo della polizia Vincenzo Parisi e il vice direttore del Dap Francesco Di Maggio, agendo entrambi in stretto rapporto operativo con l’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, contribuirono al deprecabile cedimento sul tema del 41 bis”.

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“Ma non bastò. Non poteva bastare. La presenza di un governo tecnico determinò la necessità di continuare dietro le quinte una trattativa più squisitamente politica – proseguono i pm – finalizzata cioè a trovare un nuovo referente politico, azione poi sfociata nell’accordo politico-mafioso, stipulato nel 1994, non prima di avere rinnovato la minaccia al governo Berlusconi appena insediatosi. Ed è per questa ragione che le minacce di prosecuzione della stagione stragista non si arrestarono e proseguirono fin tanto che, subentrata la Seconda Repubblica ed insediatasi una nuova classe politica dirigente con la quale trattare – concludono – all’ultima minaccia portata al neo-Governo Berlusconi tramite il canale Bagarella-Brusca-Mangano-Dell’Utri, seguì la definitiva saldatura del nuovo patto di coesistenza Stato-mafia”.

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