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Siamo franchi "sul caso" Elisabetta Franchi

Solo un femminismo bianco e alto borghese, da Rotary per capirci - un femminismo che stento a chiamare femminismo - può aspettarsi che il cambiamento venga dalle imprenditrici.

Siamo franchi "sul caso" Elisabetta Franchi
Elisabetta Franchi

globalist

10 Maggio 2022 - 09.51


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di Valentina Mira (scrittrice)

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Un’opinione non tanto sul caso Elisabetta Franchi, quanto a partire dallo stesso. Prima forse ha senso riassumere la vicenda, per chi abbia avuto la fortuna di perdersela: la stilista – sui cui abiti dimenticabili non ci soffermeremo – è stata filmata durante un incontro organizzato dal Foglio, in cui ha dichiarato che assume solo donne sopra i 40 anni perché hanno già sbrigato tutte le incombenze che ci racconta come obbligatorie (figli, matrimonio, eventuale divorzio). Aggiunge che così sono “libere di lavorare con lei h24”. Wow, un sogno che si avvera.

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Il caso è immediatamente diventato virale e ha invaso d’indignazione i social. Il punto di partenza del ragionamento che seguirà è questo: stupirsi per le dichiarazioni sessiste di un’imprenditrice di quel calibro è come sbalordirsi perché il Papa si pronuncia contro l’aborto. Qual è quindi il motivo di tale indignazione?
A una prima occhiata sembra che ci si sia così sconcertate proprio perché a dire quelle cose è stata una donna; ma, per quanto il femminismo social sia talvolta un po’ ingenuo, di certo non è essenzialista (cioè convinto che per il mero possedimento di una vagina si sia o si debba essere automaticamente femministe). Credo non ci sia influencer che non abbia chiaro che per arrivare ai piani alti di una società capitalista non si possa essere unicorni avulsi dalle stesse logiche capitalistiche – e per alcune è fin troppo chiaro, ma questa è un’altra storia.
In generale comunque si può dare per assodato che anche sui social si sa che l’interiorizzazione del patriarcato, soprattutto a quei livelli, è la base per poter giocare alle sue regole, ed eventualmente vincere.

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La tesi quindi che mi sembra più valida per spiegare la portata di un’indignazione tale è che si sia semplicemente fatto come i cani di Pavlov: la wave è partita dal Foglio (testata reazionaria e tutt’altro che anti-sessista), la cui giornalista intervistava Franchi durante l’evento; il video era sgradevole perché esplicitava e addirittura rivendicava dinamiche che già conosciamo, così al Foglio si è andati appresso. Si è sbattuto il mostro in prima pagina con tutti i problemi di fare questa cosa, cioè di personalizzare un problema strutturale e comune a ben più imprenditori e a molte più realtà lavorative. All’imprenditrice è arrivata più pubblicità di quanta il suo marchio abbia mai ricevuto, perché non è mai stato più vero di oggi quello che diceva Barnum (che di circo s’intendeva): non esiste pubblicità buona o cattiva, è sempre pubblicità.
Solo un femminismo bianco e alto borghese, da Rotary per capirci – un femminismo che stento a chiamare femminismo – può aspettarsi che il cambiamento venga dalle imprenditrici. Al massimo da loro ci si può aspettare del pink washing, che pulisce loro per sporcare noi (laddove noi sta per la mole di persone che detestano vedere annacquate le loro battaglie, che si avvelenano a vederle sussunte dal capitalismo; e non chi gioisce quando succede “perché si dà loro visibilità”).

Se il problema è Elisabetta Franchi, lo era già quando andava ad Atreju a ritirare un premio l’anno scorso. Il fatto che nessuno se la sia filata quando succedeva è la prova della tesi sui cani di Pavlov. Ma neanche questo, Franchi ad Atreju, può davvero sconvolgere e indignare chi conosce la lunga love story tra imprenditoria ed estrema destra.
L’unico discorso, almeno a mio parere – e conta il poco che conta – interessante che si può fare a partire dalle dichiarazioni della tipa, è proprio legato al lavoro. Piccola ricognizione: in Italia, per la stessa mansione, un uomo guadagna più del 13% in più di una donna. Siamo al 76esimo posto nel mondo per gap salariale. Guadagniamo circa 3000 euro all’anno in meno di un uomo.
È un fatto che, se il gender pay gap venisse azzerato, il Pil mondiale aumenterebbe di 5,3 miliardi (cosa che dovrebbe convincere anche i liberisti, se non fossero così ottusi). Sempre in Italia 4 donne su 10 vengono licenziate a seguito di mobbing post-partum.
Quanto al congedo parentale: quello di maternità dura 5 mesi; quello di paternità solo 5 giorni obbligatori, poi si applica il congedo facoltativo con retribuzione al 30% per un anno di vita del figlio/a. Quando si dice che il femminismo serve anche agli uomini si intende proprio questo. Oppure per un uomo è davvero più difficile pensare che sia più spiacevole o complicato fare il padre che lavorare quei mesi in più mantenendo tutto il nucleo familiare?

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Un esempio virtuoso – di certo il più virtuoso in Europa, col gender pay gap più basso in assoluto – è l’Islanda. Lì nel 1975 ci fu una proposta proprio per il gap salariale che vide aderire allo sciopero il 90% delle lavoratrici. 5 anni dopo è stata eletta una donna come presidente. Attualmente il congedo di maternità in Islanda dura 6 mesi, quello di paternità è identico, e in più è del tipo “prendere o lasciare”. Di solito lo si prende. Non tutti gli uomini sono Elisabetta Franchi.

Voglio spendere altre due parole solo per citare una parte che ho ritenuto valida di un libro, Il profilo dell’altra di Irene Graziosi, che è una che coi social ha lavorato e, credo, lavori ancora.

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«(…) confermandomi l’idea che i social, puliti dalle illusioni, siano la tomba della rivoluzione: fanno credere a chi li utilizza di star combattendo per risanare le ingiustizie del mondo, quando in realtà fungono da sfogatoio scomposto per le frustrazioni che si consumano nel mondo reale».

In pratica, concludo io, una pentola a pressione che ogni giorno ne libera un po’, non permettendosi mai di scoppiare. Non ci interessano le imprenditrici illuminate, ci interessa la rivoluzione.

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