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L'amara provocazione: "Quanti palestinesi morti sono troppi ?”

E’ il titolo di un articolo-analisi di una delle firme storiche del giornalismo israeliano: Zvi Bar’el. 

Israele e Palestina
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Umberto De Giovannangeli

11 Agosto 2021 - 18.11


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“Quanti palestinesi morti sono troppi ?”. 

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E’ il titolo di un articolo-analisi di una delle firme storiche del giornalismo israeliano: Zvi Bar’el. 

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“Il capo di stato maggiore Aviv Kochavi  – scrive Bar’el su Haaretz – ha chiesto ai comandanti superiori del comando centrale di agire per ridurre i casi di sparatorie contro i palestinesi in Cisgiordania”, secondo un articolo di Yaniv Kubovich su Haaretz di martedì. Presumibilmente non ci potrebbe essere una confutazione più clamorosa dei commenti del giornalista Gideon Levy su Kochavi, nel senso che ‘un comandante dell’esercito che non ha nulla da dire su queste uccisioni metodiche contribuisce ancora di più al degrado dell’esercito’.

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Qui abbiamo un capo di stato maggiore che presta attenzione ai sentimenti della gente, che capisce che gli atti di omicidio compiuti in suo nome in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza non vanno giù facilmente al pubblico, anche se si tratta di una piccola minoranza. Si alza come un leone per fermare il crimine e “chiede” ai suoi ufficiali superiori di tenere d’occhio il comportamento indisciplinato. Non fa assolutamente differenza se Kochavi è stato colpito da ciò che è stato scritto nei media o dalle critiche della “leadership politica” e dell’establishment della difesa sulla condotta del capo del Comando Centrale Tamir Yadai – che gli alti ufficiali del Comando Centrale hanno operato in modo da infiammare la West Bank.

La questione importante è come attuare la richiesta di Kochavi sul terreno. Quanti palestinesi innocenti siamo autorizzati a uccidere prima che si accenda una conflagrazione? Ogni brigata o compagnia riceverà una quota mensile o annuale di morti che non deve essere superata? Possiamo già sentire le grida di dolore dei leader dei coloni che il capo di stato maggiore non lascia vincere l’IDF. Possono smettere di preoccuparsi – Kochavi ha chiesto solo di abbassare le fiamme, non di spegnerle. Ha chiesto solo agli ufficiali dell’IDF, non a loro. I coloni non sono subordinati a lui, e le loro armi, comprese quelle appartenenti ai soldati che usano occasionalmente, sono libere da restrizioni.

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La cosa davvero sorprendente è la richiesta di Kochav di coinvolgere più alti ufficiali nelle operazioni sul terreno e garantire che più decisioni siano prese nei gradi più alti. Ecco un dilemma: chi sono questi alti ufficiali che saranno ritenuti responsabili? Nell’operazione Protective Edge, la guerra di Gaza del 2014, quando l’allora Col. Ofer Winter comandava la Brigata Givati, spiegava ai suoi soldati che “la storia ci ha scelto per essere la punta di diamante dei combattimenti contro il nemico terrorista di Gaza, che maledice e deride il Dio delle campagne di Israele”.

Oggi il Brig. Gen. Winter comanda l’Utzbat Ha’esh, una divisione d’elite di paracadutisti subordinata al Comando Centrale, che è diretto dal Magg. Gen. Yadai, l’ufficiale più alto responsabile del tiro letale sui palestinesi. Lo “spirito del comandante” di Winter è cambiato da allora? E perché dovrebbe cambiare, quando lo stesso ministro della Difesa Benny Gantz portava sul bavero la medaglia per le uccisioni all’ingrosso di cui era responsabile, come capo di stato maggiore dell’IDF, durante quella stessa campagna? Questo mese si è scoperto che lo stesso spirito era in vigore anche nelle campagne successive. Nell’operazione Guardian of the Walls uno dei bombardamenti dell’IDF su Gaza ha colpito strutture temporanee vicino a Beit Lahia. Sei persone sono state uccise, tra cui un neonato di 9 mesi, una ragazza di 17 anni, tre donne e un uomo. L’IDF ha fatto in modo di nascondere l’incidente, e la sua banale risposta ha dimostrato la profondità della sua indifferenza.

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L’IDF ha imparato la lezione e l’ha insegnata all’unità, ha mormorato il portavoce dell’IDF. Nessun ufficiale superiore ha perso il lavoro. È solo in quella stessa unità che sono state impartite le lezioni, o il messaggio è stato inviato anche ad altre unità, e soprattutto agli alti ufficiali del Comando Centrale? Sono questi i pompieri che d’ora in poi sorveglieranno “l’altezza delle fiamme”? E chi ha alimentato queste fiamme fino ad ora?

Da maggio, più di 40 palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania. Manca solo che il portavoce dell’IDF presenti con orgoglio questa scoperta come prova delle “lezioni imparate”. Senza di essa, potrebbe affermare, 80 palestinesi, o forse 100, sarebbero stati uccisi. Questo non è più solo lo “spirito del comandante”, qualcosa che dipende dalla personalità e dai valori di un comandante dell’esercito o del capo di un comando regionale. Qui, invece, vediamo una cultura dell’occupazione militare che non cambia a causa di qualche ordine. Ormai è una questione di eredità di battaglia”, conclude Bar’el. Chiaro, no?

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Il j’accuse di Amnesty

In una dichiarazione diffusa il 24 giugno, Amnesty International ha accusato la polizia israeliana di aver commesso, durante e dopo il confitto in Israele e a Gaza, una lunga serie di violazioni dei diritti umani ai danni dei palestinesi in Israele e a Gerusalemme Est occupata, attraverso una campagna repressiva basata su arresti di massauso illegale della forza contro manifestanti pacifici, maltrattamenti e torture.

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Inoltre, la polizia israeliana non ha protetto i cittadini palestinesi di Israele da attacchi premeditati di gruppi di suprematisti ebraici armati, persino quando tali attacchi erano stati resi noti in anticipo e la polizia ne era o avrebbe dovuto esserne a conoscenza.

“Le prove raccolte da Amnesty International compongono un drammatico quadro di discriminazione e di uso spietato della forza da parte della polizia israeliana contro i palestinesi in Israele e a Gerusalemme Est occupata. La polizia dovrebbe proteggere tutte le persone che si trovano sotto il controllo di Israele, ebrei o palestinesi che siano. Invece, gran parte degli arresti seguiti agli scontri intercomunitari hanno riguardato palestinesi e i pochi cittadini ebrei di Israele arrestati sono stati trattati con maggiore indulgenza. I suprematisti ebraici continuano a organizzare manifestazioni e i palestinesi continuano a subire repressione”, rimarca   Saleh Higazi, vicedirettore di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord.

I ricercatori di Amnesty International hanno incontrato 11 testimoni e il Crisis Evidence Lab dell’organizzazione per i diritti umani ha esaminato 45 tra video e altri contenuti digitali per documentare oltre 20 casi di violazioni dei diritti umani commesse dalla polizia israeliana tra il 9 maggio e il 12 giugno 2021, in cui centinaia di palestinesi sono stati feriti e un ragazzo palestinese di 17 anni è stato ucciso.

 Repressione discriminatoria

Dal 10 maggio, con l’inizio delle proteste nelle città israeliane con popolazione palestinese, sono cominciate anche le violenze fra comunità. Decine di persone sono rimaste ferite, due cittadini ebrei di Israele e uno palestinese sono stati uccisi, sinagoghe e cimiteri musulmani sono stati vandalizzati. Ad Haifa sono state distrutte 90 automobili appartenenti a palestinesi e sono state lanciate pietre contro le abitazioni di questi ultimi. A Gerusalemme Est i coloni israeliani hanno continuato a minacciare con la violenza i residenti palestinesi.

La risposta delle autorità israeliane è stata, il 24 maggio, il lancio dell’Operazione legge e ordine per, come l’hanno descritta gli organi d’informazione israeliani, “regolare i conti” con i manifestanti palestinesi e “dissuaderli” dall’organizzare ulteriori proteste.

Secondo il gruppo palestinese per i diritti umani “Mossawa”, fino al 10 giugno la polizia israeliana aveva arrestato oltre 2150 persone, più del 90 per cento delle quali erano cittadini palestinesi di Israele o residenti a Gerusalemme Est, ed erano state aperte 184 indagini nei confronti di 285 persone. Un’altra organizzazione per i diritti umani, “Adalah”, ha riportato una dichiarazione rilasciata il 27 maggio da un rappresentante della procura israeliana, secondo il quale i cittadini ebrei di Israele sotto indagine erano solo 30.

Nella maggior parte dei casi, secondo il Comitato per i cittadini arabi di Israele, i palestinesi sono stati arrestati per reati quali “offesa o aggressione a un agente di polizia” o “partecipazione a un raduno illegale” più che per atti di violenza contro persone o proprietà private.

 Uso illegale della forza contro i manifestanti

Amnesty International ha documentato l’uso non necessario ed eccessivo della forza da parte della polizia israeliana per disperdere le manifestazioni palestinesi contro gli sgomberi forzati previsti a Gerusalemme Est occupata e contro l’offensiva su Gaza. Le proteste sono state per lo più pacifiche, anche se una minoranza ha attaccato la polizia lanciando pietre.

Le testimonianze oculari raccolte e i video verificati da Amnesty International hanno confermato che il 9 maggio, nel quartiere di Haifa denominato Colonia tedesca, circa 50 persone che stavano manifestando pacificamente e senza mettere in atto la minima provocazione sono state attaccate e in alcuni casi picchiate da agenti della polizia israeliana.

Il 12 maggio a Umm el-Fahem, nel nord d’Israele, il 17enne Muhammad Mahmoud Kiwan è stato colpito da un proiettile esploso da un agente di polizia israeliano mentre era seduto all’interno di un’automobile a poca distanza da una manifestazione. È deceduto una settimana dopo. Quello stesso giorno a Nazareth la polizia ha disperso senza preavviso una protesta pacifica di circa 40 palestinesi, aggredendone alcuni.

Il 18 maggio la 15enne Jana Kiswani è stata raggiunta da un colpo di pistola alla schiena mentre stava entrando a casa, nel quartiere di Sheikh Jarrah di Gerusalemme Est occupata. Poche ore prima si era svolta una manifestazione proprio davanti alla sua abitazione. Ha riportato fratture alle vertebre e non è certo se potrà riprendere a camminare. Le immagini verificate da Amnesty International mostrano la ragazza cadere in terra dopo essere stata colpita alla schiena.

Invece, le manifestazioni dei suprematisti ebraici sono andate e vanno avanti senza problemi. Il 15 giugno migliaia di israeliani hanno marciato provocatoriamente attraverso i quartieri palestinesi di Gerusalemme Est.

 Violenze, maltrattamenti e torture 

Tra le storie descritte da Amnesty International c’è quella di Ibrahim Souri, raggiunto da un proiettile al volto – probabilmente un KIP di 40 millimetri di calibro – il 9 maggio mentre, dal balcone di casa, stava riprendendo un pattugliamento della polizia nella città di Jaffa. Ha riportato fratture alle ossa facciali.

Amnesty International ha anche documentato casi di torture, come quelle praticate il 12 maggio nella stazione di polizia del Russian Compound di Nazareth. Secondo le testimonianze raccolte, un gruppo di agenti delle forze speciali ha preso a bastonate e a calci otto prigionieri che erano stati arrestati nel corso di una protesta.

L’avvocato di Ziyad Taha, un manifestante palestinese arrestato il 14 maggio vicino Haifa, ha riferito che, all’interno del centro di detenzione di Kishon, il suo cliente è stato legato braccia e gambe a una sedia e privato del sonno per nove giorni.

 Mancata protezione dagli attacchi dei suprematisti ebraici

La polizia israeliana non ha protetto i palestinesi dagli attacchi organizzati da parte di gruppi di suprematisti ebraici armati, i cui progetti erano stati spesso resi noti anzitempo.

Amnesty International ha verificato 29 messaggi testuali e vocali su canali pubblici di Telegram e WhatsApp, dai quali è emerso come queste applicazioni siano state utilizzate per reclutare uomini armati e organizzare attacchi contro i palestinesi, tra il 10 e il 21 maggio, nelle città con popolazione ebraica e araba come Haifa, Acri, Nazareth e Lod.

I messaggi comprendevano istruzioni su dove e quando radunarsi e sulle armi da portare e persino dettagli sull’abbigliamento in modo da evitare di confondere ebrei di origine mediorientale con arabi palestinesi. I membri delle applicazioni si scambiavano selfie con le armi in pugno e messaggi come “Stanotte non siamo ebrei, stanotte siamo nazisti”.

Il 12 maggio centinaia di suprematisti ebraici si sono riuniti sulla passeggiata di Bat Yam dopo aver ricevuto messaggi dal partito politico “Potere ebraico” e da altri gruppi. Le immagini verificate da Amnesty International mostrano decine di persone mentre assaltano negozi di palestinesi e incoraggiano altri ad attaccare. Un palestinese di nome Said Musa è stato picchiato e investito da con un motorino. Per questo episodio, solo sei israeliani sono sotto inchiesta.

Anche rappresentanti politici e del governo hanno incitato alla violenza. Tra questi il deputato Itamar Ben-Gvir, di “Potere ebraico”, che ha incitato i suoi sostenitori a recarsi a Lod e in altre città e invocato l’uccisione di chi lanciava pietre, e il sindaco di Lod, Yair Revivo, che ha descritto gli eventi in corso in città come un pogrom contro gli ebrei. Gli arresti di quattro sospetti per l’uccisione di un palestinese di nome Musa Hassuna sono stati descritti dal ministro per la Sicurezza pubblica Amir Ohana “un fatto terribile”: dopo tre giorni sono stati rimessi in libertà su cauzione.

“Il fatto che cittadini ebrei di Israele, anche noti, abbiano potuto incitare apertamente alla violenza contro i palestinesi senza subire conseguenze descrive il livello di discriminazione istituzionalizzata ai danni dei palestinesi ed evidenzia l’urgente bisogno di protezione da parte di questa comunità”afferma Molly Malekar, direttrice di Amnesty International Israele.

Una protezione negata. Da sempre.

 

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