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Nelli Feroci: "Sullo spionaggio d Mosca l'Italia ha alzato la voce. Un messaggio di fedeltà a Biden"

Il presidente dell’Istituto affari internazionali: "Il governo italiano ha deciso di dare una enorme rilievo mediatico: si voleva a Roma fugare ogni minimo dubbio sulla ortodossia atlantica del Paese"

Ferdinando Nelli Feroci, presidente dell’Istituto affari internazionali
Ferdinando Nelli Feroci, presidente dell’Istituto affari internazionali

Umberto De Giovannangeli

2 Aprile 2021 - 15.45


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Routine o, come affermato dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio, un fatto di “estrema gravità”. La spy story italo-russa e i suoi risvolti politico-diplomatici analizzati dall’Ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci, presidente dell’Istituto affari internazionali (Iai). Diplomatico di carriera dal 1972 al 2013, è stato Rappresentante permanente d’Italia presso l’Unione europea a Bruxelles (2008-2013), capo di gabinetto (2006-2008) e direttore generale per l’integrazione europea (2004-2006) presso il Ministero degli Esteri.  L’Ambasciatore Nelli Feroci ha anche ricoperto l’incarico di Commissario europeo per l’industria e l’imprenditoria nella Commissione Barroso II nel 2014. Insomma, una autorità nel campo delle relazioni internazionali. Globalist lo ha intervistato.

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Ambasciatore Nelli Feroci, come valutare la spy story italo-russa?

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Ho letto con attenzione l’intervista all’Ambasciatore Romano.  E devo dire che mi trovo d’accordo con una certa parte della sua analisi e meno sul resto. Sono d’accordo con lui quando dice che è quasi una routine nei rapporti fra la Russia e i Paesi occidentali la condotta di attività di spionaggio. Dal ’45 ad oggi c’è una ricca serie di episodi riportati dalla stampa, c’è una meravigliosa letteratura sull’argomento che ha attinto ampiamente da esperienze personali di chi ha fatto il doppiogioco. Mi sono venuti in mente oggi, leggendo queste cronache, i romanzi di Le Carré o di Graham Greene.  Sotto questo profilo poco di nuovo. Semmai colpiscono due aspetti della vicenda in questione…

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Quali?

Il primo è la modestia del compenso. Dell’ufficiale di marina verrebbe da dire “una spia de noantri”, con questa consegna del materiale in un garage a Spinaceto, 5mila euro in una busta, una roba terra terra. Le indagini ci diranno se effettivamente questi materiali di documentazione che sono stati trasmessi alla controparte russa erano così delicati, così importanti. A giudicare dal prezzo direi di no. Questa è la prima osservazione. La seconda osservazione riguarda la reazione del Governo italiano. E qui c’è un po’ una novità. Perché se è vero che nel passato ci sono stati sicuramente molti casi di espulsioni e anche di arresti, quello che colpisce in questa occasione è il rilievo mediatico che le autorità italiane hanno voluto dare a questa operazione. Questa è la cosa che ha colpito di più tutti gli osservatori: convocazione dell’Ambasciatore russo alla Farnesina, strapazzato dal segretario generale del Ministero degli Esteri, comunicati stampa, dichiarazioni del ministro, contro-interviste dell’Ambasciatore russo che ha manifestato tutto l’imbarazzo per la situazione, espulsioni a tambur battente, mi aspetto anche una ritorsione da parte di Mosca… Stavolta, il Governo italiano ha deciso di dare una enorme rilievo mediatico. E qui, secondo me, c’è una sola possibile spiegazione: si voleva a Roma fugare ogni minimo, residuo dubbio sia sulla ortodossia atlantica del Paese e del Governo sia sull’assenza di rapporti non confessabili con Mosca. Questa è l’interpretazione che mi viene in mente come la più plausibile, altrimenti per un episodio che probabilmente non era in fin dei conti così grave, o almeno lo spero, si fa fatica a comprendere l’enorme rilievo mediatico che si è inteso dare. Come a voler dire a Washington e agli alleati NATO potete fidarvi dell’Italia, non siamo neppure noi con la Russia. E alla Russia un segnale che su certi temi non si deve scherzare. Credo che sotto questo profilo abbia fatto bene il Governo italiano.

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Proprio in questa chiave di messaggi mandati oltre oceano. Nei giorni che hanno preceduto la nascita del governo Draghi, e anche in quelli successivi, da più parti si è voluto insistere sul profilo “atlantico” che il nuovo esecutivo doveva assumere. Essere “filo atlantici” significa non avere rapporti con potenze globali quali la Russia e, soprattutto, la Cina?

Essere fedeli alleati degli Stati Uniti nell’ambito dell’Alleanza Atlantica non significa automaticamente rinunciare ad avere rapporti con la Russia o con la Cina. Questo vale per l’Italia e più in generale per l’Europa. Mi auguro che si arrivi rapidamente a definire una linea comune europea nel rapporto con Pechino e con Mosca. E’ non solo ovvio ma doveroso garantirci che i rapporti con questi Paesi non comportino una qualche minaccia alla nostra sicurezza in senso lato, che vuol dire anche rischi di perdere la nostra autonomia e indipendenza. La vigilanza è doverosa perché Russia e Cina, con profili diversi, con modalità diverse, non sono Paesi completamente trasparenti nel loro modus operandi. Dall’altro lato, però, è assolutamente legittimo che continuiamo a mantenere con questi Paesi dei rapporti di collaborazione nei campi più disparati, nell’economia, negli investimenti, nelle forniture energetiche, nella collaborazione scientifica e tecnologica. Con tutte le cautele del caso, noi Italia e tutti insieme noi Europei decidiamo una linea che ci consenta di bilanciare queste due esigenze: massima attenzione sui temi della sicurezza nazionale e anche su questioni di principio, perché non possiamo tollerare il trattamento riservato da Mosca ai suoi oppositori, così come non possiamo accettare o tollerare le interferenze di Pechino su quella che avrebbe dovuto essere un’autonomia garantita di Hong Kong. Fermezza sui principi e sui valori, fermezza sulle garanzie di sicurezza, ma anche collaborazione in altri campi con tutte le cautele del caso. 

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In precedenza lei ha fatto riferimento al messaggio che il Governo italiano ha inteso lanciare a Washington. Guardando alle due ultime presidenze, c’è Obama che definì un po’ sprezzantemente la Russia una “potenza regionale”, e poi Trump che con la Russia di Putin ha avuto rapporti alquanto ambigui. E con Biden?

Non tutto è lineare. Sicuramente c’è molta maggiore fermezza su questioni di principio, per esempio la reazione che gli Stati Uniti hanno avuto al trattamento di Navalny è esemplare sotto questo profilo, probabilmente Trump non sarebbe stato altrettanto duro. Con Biden c’è indubbiamente una maggiore fermezza nella pubblic diplomacy, una maggiore durezza sulla riaffermazione dei valori fondanti, delle questioni di principio, però al tempo stesso c’è la consapevolezza che con la Russia in qualche modo anche l’America di Biden deve convivere. Non a caso Biden ha confermato la proroga del trattato Start, cosa di cui si parla molto poco ma che invece è enormemente importante anche perché a un certo punto si è profilato un serio rischio di rottura. Mi auguro che sia l’avvio di una ripresa di dialogo e di trattativa sul controllo degli armamenti, che poi è nell’interesse di tutti e due, sia Di Mosca che di Washington, perché vuol dire sostanzialmente ridurre le spese mantenendo gli stessi livelli di garanzia. In questo scenario, c’è da rilevare l’appello molto pressante da parte degli Stati Uniti all’Europa a sospendere il compimento dei lavori del gasdotto North Stream 2. E’ una questione sulla quale credo che difficilmente si potrà dar retta agli americani. Sono lavori completati quasi al 90%, si tratta di un gasdotto molto importante per gli approvvigionamenti energetici della Germania e non solo di essa. Questa grande fermezza su una questione di così vitale importanza per gli Europei, testimonia che l’America di Biden non ha intenzione di scherzare con la Russia. Emerge la volontà di usare più bastone che carota rispetto ai tempi di Trump. 

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