Trump e l'ossessione cinese: la posta in gioco della Guerra Fredda 2.0

Non è l’Iran, non era l’Isis, e nemmeno la Russia di Putin. La “Grande ossessione” di Donald Trump si chiama Cina

Trump in Cina

Trump in Cina

Umberto De Giovannangeli 24 maggio 2020

E’ la “Grande Ossessione” dell’inquilino della Casa Bianca. Ed ora, è la carta pesante che cala nella partita delle presidenziali. Non è l’Iran, non era l’Isis, e nemmeno la Russia di Putin. La “Grande ossessione” di Donald Trump si chiama Cina


La “Grande Ossessione”


La Cina e gli Usa sono "a un passo da una nuova Guerra Fredda": il ministro degli Esteri Wang Yi, parlando in conferenza stampa a margine dei lavori della sessione parlamentare, ha spiegato che i due Paesi "non dovrebbero avere conflitti e cooperare in una logica win-win e di rispetto reciproco". Allo stesso tempo, ha aggiunto, "gli Usa devono rinunciare alla pia illusione di voler cambiare la Cina e devono rispettare" la sua volontà di sviluppo della nazione.


Queste parole hanno fatto subito il giro del mondo. Forti, ma non impreviste. Perché la crescita della economia cinese, la Nuova via sella Seta e la modernizzazione del potere militare rendono la Cina la maggiore minaccia per l’egemonia globale degli Usa. Secondo gli analisti del Pentagono infatti — in particolare secondo il generale Mark Milley,, presidente del Joint Chiefs of Staff — sebbene la competizione di potere con la Cina sia a livello globale e si attui in ogni regione, incluso il Medio Oriente, la competizione di potere Usa-Cina nell’Indo-Pacifico avrà un impatto molto rilevante sulla sicurezza e sulla prosperità degli Stati Uniti per decenni. D’altronde proprio il segretario alla difesa Mark Esper ha descritto l’Indo-Pacifico come il “teatro prioritario” degli Stati Uniti. Proprio per questo gli Stati Uniti lavorano con alleati e partner affini nell’Indo-Pacifico – come Giappone, Australia, India e Taiwan – per scoraggiare la proiezione di potenza cinese.


Guerra Fredda 2.0


Sul piano geopolitico annota Giancarlo Elia Valori su formiche.net - la Cina non vuole affatto innescare un conflitto qualsivoglia con gli Usa, anzi, né un conflitto tradizionale o nemmeno uno cyber. Tutt’altro .Il vero obiettivo di Pechino è oggi quello di eliminare il dislivello tecnologico e operativo tra le due cyberwar, sia sul piano strettamente militare che, soprattutto, su quello economico e tecnologico. I cinesi sanno che, come diceva Napoleone, ‘le guerre costano’  ed è bene non farne, se le si può evitare. Per gli Usa, la cyberwar serve, ai cinesi, a vincere ‘guerre locali particolarmente informazionalizzate’ Sempre per i teorici cinesi, invece, la cyberwar è la vera e unica guerra strategica del XXI secolo, così come accadeva, nel ‘900 alla guerra nucleare. Ovvero, l’area tecnologica e dottrinale che permette di vincere un conflitto di medie e grandi dimensioni e di sedere, poi, al tavolo della Pace con il motto di Fedro, Quia sum Leo. Sarà questa  conclude Valori - la nuova ‘Guerra Fredda 2.0’: una serie di azioni di guerriglia informatica, economica, industriale, di defamation, specificamente militare, di informazioni riservate da rubare in un decimo di secondo al nemico, di manipolazione culturale e, alla fine, ma solo alla fine, di fake news.


Wuhan come Pearl Harbor


 La “Grande Ossessione” ai tempi del Covid. Ecco The Donald dichiarare che la crisi causata dalla pandemia di coronavirus “è stata peggiore per il paese di Pearl Harbor e degli attentati dell’11 settembre 2001”. Trump ha definito l’epidemia “il peggiore attacco che l’America abbia mai subito”. E al giornalista che gli chiedeva: “se questa è una guerra, il nemico è la Cina?”, il presidente ha risposto: “Il nostro è un nemico invisibile”. Poche ore prima il governo cinese aveva risposto al Segretario di Stato Mike Pompeo, definendo infondate le sue accuse secondo cui la pandemia sarebbe stata causata dalla fuga accidentale di un nuovo ceppo virale dal laboratorio di bioingegneria di Wuhan. In un editoriale dai toni insolitamente duri, il Global Times accusa Pompeo di “distorcere i fatti” e affonda: “Spargendo falsità e calunnie il Segretario di Stato spera di cogliere due piccioni con una fava. Da un lato favorire la rielezione di Trump alle elezioni di novembre e dall’altro colpire la Cina, simbolo del socialismo che odia, e di cui non può accettare la crescita e il successo”.


La Casa Bianca non si accontenta di attaccare Pechino a colpi di retorica. Secondo dichiarazioni pubbliche di funzionari dell'amministrazione, assistenti del Congresso e lobbisti, diverse opzioni sarebbero già all’esame nello Studio ovale. Secondo il Financial Times,  tra i falchi al Senato il desiderio di affrontare la Cina si accompagna all'ansia crescente che il paese possa emergere dopo la pandemia come un rivale strategico ed economico ancora più forte. Alcuni legislatori sperano che le misure in esame possano essere prese in considerazione insieme a un nuovo pacchetto di stimoli fiscali che dovrebbe essere approvato questo mese.


Le accuse contro Pechino da parte dell’Amministrazione Trump, concordano gli analisti a Washington,  hanno tra gli altri obiettivi quello di distrarre l’opinione pubblica americana dai ritardi e dall’inadeguatezza della Casa Bianca nel reagire alla crisi. A novembre ci saranno le elezioni e il presidente ha già cominciato a presentarsi agli occhi degli elettori come il difensore dell’America, da contrapporre al candidato democratico Joe Biden, che lui dipinge come “troppo vicino” a Pechino. Il fatto che la Cina non brilli per trasparenza e abbia probabilmente delle responsabilità gravi nella gestione della pandemia, aiuta indubbiamente nella strategia. la reazione americana rischia trasformarsi in un boomerang. Se la guerra dei dazi aveva penalizzato entrambe le part, scaricando il peso delle imposte in larga parte sulle spalle dei consumatori americani, oggi l’effetto contagio sarebbe dirompente. Per di più nel mezzo di una recessione senza precedenti.


Gli errori di Trump


Solo dall’inizio di quest’anno Trump ha capito che deve smetterla di snobbare l’Asean, l’Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico, e gli annuali Summit dell’Asia orientale, che non frequenta più dal 2017: la Cina sta per ottenere la creazione del Partenariato economico regionale globale (conosciuto come Rcep) fra 16 Paesi dell’Asia e dell’Oceania che diventerebbe il più grande accordo di libero scambio del mondo, riunendo il 30 per cento del Pil mondiale e metà della popolazione del pianeta. Dopo aver toppato i summit dell’Asean e dell’Asia orientale nel novembre scorso a Bangkok, dove ha inviato suoi rappresentanti, Trump ha cercato di fare ammenda invitando i capi di governo dei 10 Paesi dell’Asean per un vertice negli Usa da tenere a Las Vegas nel marzo di quest’anno, ma poi l’ha dovuto annullare a causa dell’epidemia di Coronavirus.


D’altro canto, l’interdipendenza economica diminuisce il rischio di una guerra, mentre il protezionismo, cardine dell’”America first”,  la aumenta. È persino circolata l’ipotesi strampalata di cancellare una parte delle obbligazioni di debito americane in mano ai cinesi. La Cina detiene oltre mille miliardi di titoli del tesoro statunitensi, e una mossa del genere farebbe esplodere l’intero mercato finanziario. Non certo una mossa idilliaca nel bel mezzo di una recessione mondiale che si appresta ad essere peggiore di quella del Ventinove. Ma dai falchi della Casa Bianca c’è da aspettarsi di tutto.


Pronti a tutto


Secondo un rapporto filtrato dall’agenzia Reuters, Pechino non escluderebbe dare il via non solo ad una nuova Guerra Fredda con Washington ma, addirittura, ad un conflitto armato.


Il rapporto stato messo nero su bianco dall’autorevole China Institutes of Contemporary International Relations, cioè il Cicir, legato al ministero della Sicurezza Statale, che è il principale organismo di intelligence di Pechino. E potrebbe comportare una svolta epocale. Il documento, presentato nei giorni scorsi al presidente Xi Jinping e alle massime autorità dell’apparato di Stato, avverte il rischio per la Cina di dover subire un’ondata di ostilità cappeggiate dagli Stati Uniti mai vista dai tempi di Tienanmen, cioè dalla repressione del 1989. Ragione per cui, il Paese asiatico deve prepararsi a qualsiasi eventualità, compresa quella di affrontare un conflitto armato contro gli Usa e contro i suoi alleati.


Ciò non vuol dire che Xi abbia già dissotterrato l’ascia di guerra, ma certo è che la tensione tra le due potenze continua a salire giorno dopo giorno e che un consiglio del genere, dato dal più importante organismo cinese legato all’intelligence, può indurre in tentazione la massima autorità di Pechino.


Già Pechino ritiene che ci siano dei motivi più che sufficienti per avere il dente avvelenato contro gli Usa: il fatto, ad esempio, che Washington ritenga l’espansione economica del Paese giallo come una minaccia alla sicurezza e all’economia nazionale. Trump, insomma, non accetterebbe che la Cina possa avere un ruolo alla pari a livello strategico nello scacchiere mondiale e, pertanto, si starebbe dando da fare per frenare ogni suo sviluppo tecnologico.


Non a caso, nei giorni scorsi, il capo della Casa Bianca aveva avanzato diverse ipotesi, confermate dal suo Dipartimento di Stato, per tentare di indebolire il primato industriale cinese. Tra queste, un pacchetto di incentivi fiscali e sussidi di re-shoring per far rientrare le aziende americane che hanno delle sedi o delle fabbriche delocalizzate in Cina. Trump, inoltre, è passato anche al ricatto, minacciando di far saltare l’accordo sulla Fase Uno se Pechino non rispetterà l’impegno di acquistare nei prossimi due anni 200 miliardi di dollari di merci aggiuntive prodotte negli Stati Uniti. Si parla anche di sanzioni unilaterali o di nuovi dazi commerciali. A ciò si aggiunge una nuova mappa di alleanze commerciali alla quale già lavora l’Amministrazione a stelle e strisce. Rapporti economici in diversi settori con Australia, India, Giappone, Corea del Sud, Vietnam e con qualche Paese sudamericano, come la Colombia, dove potrebbero andare a finire a condizioni vantaggiose le aziende disposte a salutare definitivamente la Cina. Una prospettiva che a Pechino non piace affatto e che Xi prende come un’offesa di Stato.


La conclusione la lasciamo a uno che delle relazioni Usa-Cina è profondo conoscitore: Ian Bremmer, politologo statunitense e presidente dell’Eurasia Group: “Se andiamo a sovrapporre la debolezza politica a breve termine dei leader politici alla solidità strutturale a lungo termine dei loro paesi – rimarca Bremmer sul Corriere della Sera -  si capisce come Xi Jinping e Trump, per sottrarsi alle difficoltà politiche interne, siano sul punto di affrontarsi apertamente, e lo faranno da posizioni di notevole forza sullo scacchiere internazionale. Per quanto possa risultare difficile accettare questa realtà, resta il fatto che il Coronavirus rischia di accendere la miccia di futuri sconvolgimenti geopolitici a livello mondiale”.