Quando Sordi era soltanto Alberto: Marco Risi riporta in scena il cinema italiano
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Quando Sordi era soltanto Alberto: Marco Risi riporta in scena il cinema italiano

All’OFF/OFF Theatre di Roma, Marco Risi torna alla regia teatrale dopo quarant’anni con Alberto e Silvana. C’era una volta il cinema. Una commedia che evita la caricatura e restituisce umanità ai protagonisti del cinema italiano, tra risate, confidenze e la nostalgia di un mondo scomparso

Marco Giustini nei panni di Alberto Sordi e Lucia Rossi in quelli di Silvana Mangano, in una scena dello spettacolo Alberto e Silvana. C’era una volta il cinema, diretto da Marco Risi all’OFF/OFF Theatre di Roma - recensione di Alessia de Antoniis
Marco Giustini e Lucia Rossi interpretano Alberto Sordi e Silvana Mangano in Alberto e Silvana. C’era una volta il cinema, regia di Marco Risi all'Off/Off Theatre di Roma
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6 Novembre 2026 - 17.25


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di Alessia de Antoniis

Per molti, in una Roma il cui ricordo diventa sempre più rarefatto, Alberto Sordi era semplicemente Alberto, Silvana Mangano era Silvana, Federico Fellini era Federico, Luchino Visconti era Luchino, Marcello Mastroianni era Marcello. Si incontravano, litigavano, si prendevano in giro, si raccontavano gli ultimi pettegolezzi, discutevano di cinema e di calcio. Prima che la storia li trasformasse in monumenti, erano persone. È in questo spazio, tra la familiarità dei nomi e l’immortalità dei personaggi, che Marco Risi ambienta Alberto e Silvana. C’era una volta il cinema, scritto con Giammarco Spineo e in scena all’OFF/OFF Theatre di Roma fino all’8 novembre.

Risi torna al teatro dopo quarant’anni e sceglie di farlo con una commedia. Equivoci, battute, piccoli dispetti, gelosia: una leggerezza che, a poco a poco, lascia affiorare qualcosa di più intimo.

Siamo nella casa romana di Dino De Laurentiis e Silvana Mangano, alla vigilia del loro trasferimento negli Stati Uniti. Sordi è un amico di famiglia, un ospite abituale, una presenza talmente familiare da sentirsi quasi padrone di casa. Alberto e Silvana stanno provando alcune scene di La mia signora (1964), film a episodi prodotto da Dino De Laurentiis, quando il lavoro diventa il pretesto per parlare d’altro: del cinema, ma anche dei matrimoni, dei figli, degli amori passati, delle occasioni perdute e di quelle ancora da cogliere. 

La difficoltà maggiore di uno spettacolo del genere è proprio Alberto Sordi. Perché Sordi è diventato nell’immaginario collettivo un personaggio: la sua voce, la mimica, le espressioni sono immediatamente riconoscibili; riprodurli significa rischiare continuamente la caricatura. E se Alberto fosse diventato una macchietta, anche Silvana e Dino avrebbero finito per somigliargli, trascinando l’intera commedia in una parodia del cinema italiano degli anni Cinquanta e Sessanta.

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Marco Giustini supera questa prova senza rinunciare alla riconoscibilità del personaggio. Il suo Sordi conserva il gusto della battuta, l’ironia romanesca, la capacità di trasformare qualunque situazione in uno scherzo. Ma dietro quella maschera lascia intravedere un uomo meno sicuro di quanto sembri, a tratti impacciato, tenero, persino vulnerabile. Non cerca soltanto di somigliare a Sordi: prova a immaginare come potesse essere Alberto quando non aveva davanti una macchina da presa.

È un Alberto che telefona agli amici per organizzare scherzi improbabili, che si dispera per la Roma sconfitta dal Bologna, che vanta i propri record automobilistici, che discute di cinema con la sicurezza di chi ne conosce ogni mestiere. Ma è anche un uomo che, quando Silvana gli domanda perché non abbia mai costruito una famiglia, risponde di averne già una, la più grande del mondo: il pubblico. E quando lei gli fa osservare che il pubblico appartiene alla sfera pubblica, mentre si sta parlando della vita privata, quella risposta improvvisamente non basta più.

Lucia Rossi restituisce a Silvana Mangano una complessità che va ben oltre la sua leggendaria bellezza. È una donna intelligente, ironica, capace di tenere testa ad Alberto e di smontarne le spacconate, ma anche di dubitare profondamente di sé. Si domanda se sia stata davvero una grande attrice, se abbia fatto qualcosa di speciale nella vita. Alberto le ricorda i film, i figli, il talento. Lei non sembra altrettanto convinta. La sua apparente freddezza nasconde una timidezza e una sensibilità che emergono nei racconti della giovinezza, del rapporto con Marcello Mastroianni, di quella stagione in cui tutto sembrava ancora possibile.

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Rossi trova un equilibrio convincente tra l’eleganza del personaggio pubblico e la confidenza della donna privata, senza appoggiarsi soltanto all’immagine di una diva irraggiungibile. E il rapporto fra i due interpreti è uno dei punti di forza dello spettacolo: la loro complicità permette alla conversazione di passare dalla provocazione alla tenerezza, dal ricordo alla risata, senza perdere naturalezza.

Andrea De Rosa, nei panni di Dino De Laurentiis, completa efficacemente il terzetto. Il suo Dino è pragmatico, vulcanico, concentrato sul lavoro e sull’America, ma non immune alle gelosie. Conosce Alberto, gli vuole bene, si fida di lui. Fino a un certo punto. Perché sa anche riconoscere quello sguardo che l’amico, ogni tanto, rivolge a sua moglie. De Rosa dà ritmo a questa tensione, diventando parte essenziale del gioco comico e non soltanto il marito chiamato a interrompere le confidenze.

Intanto, nelle conversazioni, attraversa il palcoscenico un’intera epoca del cinema italiano. Fellini, Visconti, De Sica, Pasolini, Mastroianni vengono evocati con quella confidenza che si riserva agli amici, non alle celebrità. Si parla delle difficoltà incontrate sul set, dei registi che hanno creduto in un attore e di quelli che hanno esitato, dei film che hanno avuto successo e di quelli dimenticati. Alberto racconta quanto abbia dovuto faticare per affermarsi, ricorda I vitelloni, si interroga sulla possibilità di passare dietro la macchina da presa. Dino guarda all’America come a un’industria nella quale misurarsi. Silvana porta nella conversazione la propria esperienza, le proprie esitazioni e i propri affetti. È un cinema che si racconta mentre vive, senza sapere ancora di essere diventato storia.

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Poi, quasi senza accorgersene, la commedia cambia temperatura. Basta un massaggio ai piedi, una sigaretta, una notte trascorsa a parlare, perché lo scherzo cominci a somigliare a una confessione. Alberto ha sempre una battuta pronta. Lei ride, ma resta sospesa una domanda: e se, almeno questa volta, non stesse scherzando?

E forse è qui la qualità più personale della regia di Marco Risi. Figlio del grande Dino Risi, cresciuto in un mondo in cui quei nomi erano persone prima di diventare leggende, il regista sembra guardare ai suoi protagonisti con un affetto che attraversa l’intera rappresentazione. Non li celebra, non li mette su un piedistallo, non pretende di raccontarne tutta la verità. Li lascia vivere per una sera, con le loro vanità, le contraddizioni, i piccoli difetti, il talento e le debolezze.

Risi porta all’OFF/OFF Theatre una commedia ben costruita, interpretata con intelligenza da tre attori affiatati, che recupera una tradizione italiana nella quale si poteva ridere senza rinunciare alla malinconia.

Alla fine rimane una certa nostalgia: non solo quella dello spettatore che ripensa ai grandi film di un’altra stagione. È qualcosa di più affettuoso, forse di più personale: la sensazione che Marco Risi abbia voluto trascorrere ancora una serata in compagnia di persone che ha conosciuto, che appartenevano intimamente al mondo della sua infanzia e della sua giovinezza e che, per un momento, anche noi abbiamo potuto chiamare semplicemente Alberto e Silvana.

Alberto e Silvana. C’era una volta il cinema

OFF/OFF Theatre, Roma, dal 3 all’8 novembre 2026.

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