di Rock Reynolds
Ci sono libri che ti lasciano in preda a una felicità surreale e altri che squarciano un abisso di tristezza nella tua anima. Ingram (Corbaccio, traduzione di Alessandro Mola, pagg 302, euro 19) di Louis C.K. appartiene a questa seconda categoria. A dimostrazione che la figura classica del giullare di corte, poi rimpiazzata da quella del clown e, per finire, del commediante è un topos tragico per eccellenza: le lacrime sotto il mascherone del pagliaccio le conosciamo bene, come pure la frequente inclinazione alla depressione di chi, per missione o necessità, deve far ridere il prossimo.
A Louis C.K., un comico di grande successo e fama, nessuno ha imposto di scrivere una storia con l’intento di far sbellicare qualche lettore dalle risate. Eppure, ha firmato sceneggiature e regie di commedie cinematografiche che hanno riscosso consensi al botteghino, come Pootie Tang, ed è stato autore dei testi di trasmissioni televisive popolarissime, su tutteLate Night with Conan O’Brien, Late Show with David Letterman e The Chris Rock Show. Ora che si è cimentato con la forma del romanzo, lo ha fatto con piglio fortemente personale. E questo è il suo punto di forza primario.
Qualcuno si è affrettato ad accostare il suo nome a quello di uno dei romanzieri statunitensi più celebrati di sempre, definendolo «il Mark Twain del Terzo millennio». Mi sento di dire che sia stata una scelta un po’ affrettata, non perché Louis C.K. non meriti rispetto e attenzione, bensì perché la caratteristica precipua del tono narrativo di Mark Twain è sempre stata una decisa propensione alla leggerezza, persino nei momenti più drammatici. Louis C.K., quanto meno inIngram, non pare interessato a strappare sorrisi e nulla nella vicenda del suo protagonista porta il lettore in quella direzione.
Ingram, presumibilmente nei giorni della Grande Depressione o, comunque, nella prima metà del Novecento degli USA, è il figlio unico di una coppia tristissima, perennemente alle prese con soverchie difficoltà economiche che lasciano pochissimo spazio al sentimento e all’affetto, nascondendo una tragedia oscura avvenuta nei primi anni di vita del protagonista. La famiglia di Ingram vive in una misera fattoria, con qualche animale che, nel momento del bisogno, finisce immancabilmente per essere macellato. Ma non è una vita normale quella che Ingram vi conduce, soprattutto per un bambino: non va a scuola e non ha contatti con nessuno; il padre lo mal sopporta e la madre non lo ricopre del minimo affetto. Addirittura, il bambino è costretto a vivere in una rimessa, come una bestia. Un bel giorno, suo padre gli comunica che se ne deve andare e sua madre non si oppone a questa decisione disumana e Ingram viene abbandonato a se stesso e cacciato di casa. Sempre che la si possa definire tale. Non conoscendo altra esistenza che quella che ha condotto finora e altro mondo all’infuori di quello in cui si è sempre mosso, salvo qualche rara incursione nel paese vicino, Ingram si mette in cammino e, da questo momento, imparerà le cose di mano in mano che le vede e le affronta.
L’ambiente del Texas in cui si muove Ingram è arido e spietato e, ogni volta che incontra qualcuno con cui pare possa instaurarsi una forma di relazione umana, il bambino finisce per essere allontanato da chi gli ha rivolto la minima apertura. E, miglio dopo miglio e pagina dopo pagina, si troverà alle prese con situazioni più grandi di lui, persino quando dovrebbero essere normalissime: Ingram è una tabula rasa, una spugna assetata di verità in quanto conforto, una lavagna che dovrà riempirsi di parole e sensazioni, finché le lancette l’orologio del tempo non avranno compiuto un giro completo, riportandolo a casa dopo diversi anni e diverse traversie.
Ingram è proprio questo: un romanzo sul miracolo e la sventura costanti della scoperta. Tutto ciò che per i suoi coetanei è mera quotidianità per lui è novità sconvolgente. La durezza della sua esperienza – tra vagabondi, ghetti neri, bettole frequentate da un’umanità disperata, stazioni di servizio, camionisti, autostoppisti, braccianti petroliferi, alcolisti e delinquenti in fuga dalla giustizia e dalla propria stessa ombra – lo tempra, aiutandolo a creare intorno a sé un’oscura corteccia che lo tiene al riparo dalla sofferenza più intima. Due cose Ingram le possiede in forma superiore alla media: ingenuità e curiosità. Quando una delle due lo mette nei guai, l’altra lo tira fuori.
Ingram è pure un romanzo sul valore della gratitudine, sentimento che il ragazzo, crescendo, impara ad apprezzare ogni volta che qualcuno dimostra un minimo di interesse per lui e la sua storia.
Scandito come un anomalo romanzo on the road, perché fondamentalmente Ingram si sposta con la propria coscienza pulita a fargli da unica compagna, il bel libro di Louis C.K. prende di petto alcune questioni essenziali con le quali gli Stati Uniti tuttora devono fare i conti: per esempio, il razzismo («Stai entrando in un mondo diviso tra bianchi e neri. E tu sei bianco, che è la cosa più fortunata che ti potesse capitare. Ma comunque stai entrando in un mondo duro, ragazzo» gli dice una delle prime persone che incontra sul suo cammino), l’assistenza sanitaria («Quello che abbiamo bisogno di sapere è chi pagherà la sua degenza in ospedale», commenta un uomo dal camice bianco dopo un suo ricovero) e i diritti dei lavoratori (come quando un collega in un campo petrolifero lo mette in guardia, dicendogli: «In questo inferno non c’è mattina, mezzogiorno o notte. Solo una chiamata per lavorare, una per mangiare, una per smettere»).
Ingram per buona parte del romanzo si muove come un’ombra invisibile ai margini di un mondo che in parte vorrebbe cambiare e in parte ha paura di farlo. Vi si potrebbe scorgere una sorta di metafora dell’antica contrapposizione tra conservatori e progressisti che anima tuttora il dibattito politico negli USA.
Chi cerchi intrattenimento leggero forse farebbe bene a guardare altrove: Ingram, persino nelle sue pagine più solari, è una storia fosca che ci ricorda quanto possa essere violento il mondo in cui viviamo e quanto gli affetti, unica ancora della serenità, spesso siano trascurati, soffocati da paure concrete e da spettri che tolgono lucidità.
In Ingram non c’è granché di quel Mark Twain di cui qualcuno ha evocato lo spirito. Non vi si intravede molto nemmeno di uno dei cantori per eccellenza delle luci e ombre della Grande Depressione nel Texas Orientale, grosso modo la stessa zona in cui si ambienta la storia raccontata da Louis C.K.: Joe R. Lansdale lascia sempre, o quasi, il lettore con il sorriso. Semmai, ci trovo tutta la disperazione e il sarcasmo nerissimo che contraddistinguono buona parte dell’opera di Erskine Caldwell, autore profondamente sudista con i suoi natali in Georgia, soprattutto nei romanzi come La via del Tabacco e Il piccolo campo di Dio.
Una cosa è, però, certa: Louis C.K. ha una voce letteraria personale e le capacità per creare una storia appagante e straniante.