Simone Riccioni: "Il buonismo è avanguardia"
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Simone Riccioni: "Il buonismo è avanguardia"

Sette giovani, una villa cinquecentesca e una caccia al tesoro che si trasforma in un confronto con le proprie paure.

Locandina rielaborata di Quello che resta di noi, film diretto da Simone Riccioni ed Emilio Mercanti, con Francesco Pannofino e il cast - intervista a Simone Riccioni di Alessia de Antoniis
Quello che resta di noi, presentato ad Alice nella Città 2026 e al cinema dal 29 ottobre
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Alessia de Antoniis Modifica articolo

31 Ottobre 2026 - 12.29


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di Alessia de Antoniis

Attore, sceneggiatore, regista e produttore, Simone Riccioni ha costruito un percorso cinematografico che intreccia esperienze autobiografiche, formazione dei giovani e produzione indipendente. Un cinema nel quale la possibilità di riscatto non è soltanto un tema narrativo, ma una convinzione personale.

Il suo nuovo film, Quello che resta di noi, diretto insieme a Emilio Mercanti e scritto con Valentina Capecci e Anastasia Del Monte, attraversa i linguaggi del mystery, della commedia e della ghost story per raccontare sette ragazzi alle prese con le proprie paure e con il bisogno di riconoscersi al di là delle apparenze. Prodotto e distribuito da Linfa Crowd 2.0 (nelle sale dal 29 ottobre 2026, dopo l’anteprima ad Alice nella Città), vede nel cast Francesco Pannofino, Simone Riccioni, Riccardo Andreucci, Linda Campana, Lorenzo Miccini, Anita Lanciotti, Giovanni Lambertucci e Letizia Trivelli.

Ma Simone Riccioni non si considera un regista: “È il secondo film che dirigo ma mi considero un attore e un produttore. Ho scelto di dirigere perché le storie che volevo raccontare mi riguardavano profondamente.

Neve (opera prima, 2024 – nda) affronta il bullismo – continua Riccioni – Sono nato e cresciuto in Africa e, quando sono arrivato in Italia, sono stato bullizzato perché ero quello diverso. Quell’esperienza mi ha segnato a tal punto che per un anno ho smesso di parlare. Andavo dagli psicologi, ma non si riusciva a comprendere il motivo di quel mutismo che avevo scelto.

Ho affidato la mia storia a una bambina, anziché a un bambino, proprio perché non volevo che fosse immediatamente riconducibile a me.

Quello che resta di noi nasce invece dalla mia esperienza con i giovani. Nove anni fa ho aperto una scuola di cinema e questo era un film che desideravo realizzare con i miei allievi. Molti di loro debuttano al cinema proprio con questo progetto. Sono due storie che sentivo il bisogno di raccontare personalmente.

Ma tu sei bianco. Come si spiega il razzismo che hai subito?

Sono nato a Hoima, in Uganda, nel 1988, da genitori italiani impegnati come missionari. Quando sono arrivato in Italia mi chiamavano africano, scimmia, sporco negro. Ero bianco esattamente come i bambini che mi insultavano. Mi prendevano in giro perché avevo le orecchie a sventola o perché in una fotografia davo da mangiare alle scimmie. Per me era normale vivere a contatto con la natura. Ero cresciuto così.

In Africa mi chiamavano musungu, uomo bianco. Ho un fratellino nero e, per sentirci uguali, andavamo nella savana a rotolarci nella terra rossa. Tornavamo entrambi arancioni. Io volevo essere nero perché là mi sentivo diverso.

Poi sono arrivato in Italia e sono stato insultato per un colore della pelle che neppure avevo. Il bullismo che ho subito non dipendeva dal mio aspetto, ma dalla cultura nella quale ero cresciuto. La cosa più dolorosa era che quella cultura, per me meravigliosa, diventava il motivo per essere rifiutato. Per me l’Uganda è un paradiso.

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Che cosa ti ha lasciato l’esperienza africana della tua famiglia?

Mio padre è stato medico missionario in Ruanda, Afghanistan e Iraq. Ha attraversato tre guerre. In Ruanda, insieme ad altri missionari, ha salvato 800 bambini ospitati in un orfanotrofio. Quando racconta quelle esperienze ha ancora le lacrime agli occhi.

Sono cresciuto in una famiglia che ha dedicato la propria vita al prossimo. E continua a farlo anche oggi, in Italia. Perché essere missionari non significa necessariamente partire per l’altra parte del mondo: significa testimoniare qualcosa nel luogo in cui ci si trova. I miei genitori, per me, sono due testimoni.

Vai nelle scuole e affronti anche il tema delle migrazioni. Quanto conosciamo delle realtà dalle quali le persone cercano di fuggire?

Ne parliamo spesso, perché i ragazzi mi fanno molte domande. Chi non ha conosciuto certe realtà africane fatica a comprendere la povertà che esiste in quei territori. Quando una persona decide di scappare, spesso cerca semplicemente una possibilità di vita migliore.

Il problema è che non sappiamo accogliere sostenendo davvero queste persone. L’Africa è un continente immenso e sarebbe necessario un impegno più condiviso dell’Occidente, perché un solo Paese non può affrontare una questione così grande.

Bisogna però distinguere. Sono convinto che ci siano persone che non dovrebbero essere qui perché vengono a delinquere, ma anche tantissime altre che dovrebbero essere accolte, sostenute e aiutate perché ne hanno realmente bisogno. Non è una questione di destra, sinistra o centro. Stiamo parlando di umanità e, quando si parla di umanità, bisogna farlo con umanità.

Sei attore, sceneggiatore, produttore e regista. Che cosa ti dà questa molteplicità di ruoli? E quanto è difficile lasciare spazio allo sguardo degli altri?

Lasciare spazio allo sguardo degli altri è faticosissimo, perché significa mettersi in discussione. È qualcosa che si impara lentamente.

Quanto ai diversi mestieri, per me sono stati una necessità. Viviamo in un Paese dove un giovane attore che vuole lavorare deve aspettare una telefonata. Se quella telefonata non arriva, deve fare il cameriere, il benzinaio, il muratore e provare a recitare nei ritagli di tempo. Io, invece di aspettare, ho deciso di aprire una società di produzione.

Sono diventato il buon padre di famiglia di quella società. Ho studiato marketing, sponsorizzazioni, fiscalità, tax credit, sceneggiatura e distribuzione. Sono diventato eclettico perché altrimenti non riuscivo a mangiare. Ho fatto di necessità virtù.

Il film si apre con le parole conclusive delle Città invisibili di Calvino: riconoscere ciò che, in mezzo all’inferno, non è inferno, «e farlo durare, e dargli spazio». Perché questa scelta?

Perché quelle parole, per me, rappresentano mio padre che entra nell’inferno della guerra e, invece di lasciarsi schiacciare, riesce a far rifiorire una speranza. Mi raccontava che, quando arrivarono nell’orfanotrofio in Ruanda, c’erano 800 bambini ammassati gli uni sugli altri dalla paura. Non si sentiva fiatare nessuno. Dopo venticinque giorni una bambina cominciò a cantare. Ecco, per me quel canto è un pezzo di paradiso.

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Quello che resta di noi racconta sette ragazzi che affrontano un gioco che poi tanto gioco non è. Le loro maschere cadono e sono costretti a confrontarsi con le proprie paure, a crescere e a scegliere. Quella frase di Calvino racchiude tutto questo: la possibilità di riconoscere qualcosa di bello anche nelle situazioni più difficili.

Credo che noi adulti abbiamo la responsabilità di mostrare ai ragazzi quello spazio di paradiso. Perché, se una persona vede soltanto l’inferno, finisce per reagire con l’inferno.

Alla manifestazione di Roma ho incontrato giovani convinti che, senza gesti di rottura, nessuno li ascolti. Come interpreti quella rabbia?

Credo che si stiano facendo sopraffare dalla rabbia. Anche chi manifesta pacificamente, se giustifica la violenza perché altrimenti nessuno ascolta, rischia di avallarla. Serve uno scatto di maturità. Sono convinto che il rumore più grande lo faccia il silenzio. I cambiamenti più importanti li hanno prodotti persone che, come una goccia, hanno saputo scavare il marmo.

Penso ai miei genitori. Durante la guerra si trovarono davanti a ribelli con i mitra spianati. Un insegnante che lavorava con mia madre arrivò con una ventina di contadini armati di forconi per proteggerli, rischiando la propria vita. Avevano riconosciuto in loro persone venute ad aiutarli.

Noi adulti non offriamo ai giovani prospettive sufficienti. È una responsabilità che ci trasciniamo da decenni, mentre continuiamo ad accusarci senza fare un vero mea culpa. Dobbiamo aiutarli a trasformare la rabbia in qualcosa di costruttivo. Mancano figure capaci di indicare una strada, come Gandhi o Martin Luther King.

La fede è stata importante per te, ma non necessariamente è risolutiva per tutti. Come concili questa visione con personaggi che potrebbero non trovare alcuna redenzione? Non rischi di essere un po’ buonista, come veniva rimproverato a Dickens?

Non considero «buonista» una parola negativa. Anzi, oggi essere buonisti è diventato controcorrente. Viviamo in un mondo dove, se posso rovinarti la carriera, te la rovino; se devo pagare una mazzetta per arrivare, la pago. Tutto deve avere un tornaconto. Allora viva i buonisti! Se significa credere nei valori, lavorare in maniera pulita e non scendere a compromessi, ben venga.

È vero, i miei film finiscono bene, mentre nella vita non sempre accade. Ma è più facile costruire e mantenere un rapporto autentico o distruggerlo? È molto più facile distruggerlo.

Per questo credo che il buonismo oggi sia avanguardia. È nuovo chi crede nei propri ideali e li porta avanti con la leggerezza di una piuma, non con la forza di un martello. Produco film su temi sociali che non saranno grandi successi al botteghino, ma hanno un pubblico e riescono a sostenersi economicamente.

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Oggi voler bene a qualcuno senza aspettarsi nulla in cambio sembra quasi una novità. Un bambino di tredici anni dovrebbe essere libero di sognare. Se sente già il bisogno di scendere in piazza perché non vede un futuro, dovremmo interrogarci su quello che gli abbiamo tolto. Per me il buonismo è avanguardia.

Il cinema italiano racconta spesso i giovani attraverso bullismo, isolamento e dipendenza dai social. Non rischiamo di definirli soltanto attraverso le loro mancanze?

Assolutamente sì. Io vedo cose fantastiche nei giovani. I ragazzi del mio film hanno tra venti e ventitré anni: lavorano, studiano, faticano e si sostengono a vicenda. Per me i giovani sono intraprendenza, capacità, desiderio. Nel film emergono le loro fragilità, ma vincono perché scelgono e si sostengono.

Perché presentarli sempre come degli sciamannati? Avremmo avuto le stesse difficoltà se fossimo cresciuti nel mondo di oggi. Eravamo disconnessi tecnologicamente, ma molto più connessi umanamente. Oggi sono iperconnessi, ma profondamente sconnessi tra loro. Persino al cinema non riescono a staccarsi dal cellulare.

Hanno attraversato una pandemia e l’isolamento. Hanno bisogno di prospettive, non di essere raccontati soltanto attraverso ciò che non va.

Anche l’informazione decide a chi dare visibilità. Che cosa accade a un film senza grandi nomi?

Spesso non interessa a nessuno. Puoi mettere al centro giovani talentuosi, ma senza una star non fai rumore. Io li ho scelti proprio per dare voce a chi non ne ha. E rischio i miei soldi: se perdo, perdo io, non il Ministero. Sono un piccolo produttore e non riesco neppure ad accedere a certi finanziamenti.

Anche la stampa dovrebbe dare spazio a chi normalmente non ne ha. Bisognerebbe intervistare i ragazzi, non me. Abbiamo organizzato sette anteprime, tutte esaurite, e venduto già quattromila biglietti. Eppure fatichiamo a ottenere visibilità. Quei ragazzi hanno me, che continuerò a sbattere contro il muro finché quella porta non verrà giù.

Produci e distribuisci i tuoi film. Quanto è possibile costruire un percorso indipendente nel cinema italiano?

Continuerò a realizzare piccoli film che abbiano contenuti, contando sul passaparola. Questo è l’ottavo che produco così. Il pubblico c’è, ma distribuire in tutta Italia è difficile.

Usciamo con una cinquantina di copie e lavoriamo a macchia di leopardo, grazie ai rapporti costruiti in vent’anni di mestiere. Alcune sale ci ospitano per una o due settimane, altre soltanto per pochi giorni. Mi sono inventato una distribuzione quasi teatrale: nei primi venti giorni accompagniamo il film da una città all’altra, da Tolentino e Macerata fino a Roma, Milano e Torino, dove sappiamo che c’è un pubblico che ci aspetta.

Non voglio che un film in cui credo venga bruciato in tre giorni perché non funziona immediatamente. Preferisco costruirgli un pubblico nel tempo, fino a quando magari riesco a venderlo alla Rai. Questa è la mia idea di distribuzione.

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