Cisco al Mei 2026: essere indipendenti significa restare liberi
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Cisco al Mei 2026: essere indipendenti significa restare liberi

Stefano Bellotti riceve il PIMI a Faenza e racconta trentacinque anni di musica fuori dalle logiche tradizionali: crowdfunding, Sanremo, Bella ciao, social e I cento passi

Cisco, Stefano Bellotti, premiato al MEI 2026 come artista indipendente dell’anno - intervista di Alessia de Antoniis
Cisco, Stefano Bellotti, protagonista al MEI 2026 di Faenza con il PIMI – Premio Italiano Musica Indipendente
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Alessia de Antoniis Modifica articolo

1 Ottobre 2026 - 23.15


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di Alessia de Antoniis

A febbraio saranno trentacinque anni da quella sera del 1992 in cui salì sul palco con i Modena, il gruppo che ha lasciato dopo quattordici anni e due dischi nella Top Ten. Da allora ha prodotto album con il crowdfunding, senza un contratto discografico da vent’anni, e ha detto di no a Sanremo. 

Cisco, Stefano Bellotti, ex voce dei Modena City Ramblers, ritira sabato 3 ottobre, in Piazza del Popolo a Faenza, il PIMI – Premio Italiano Musica Indipendente 2026, nel programma del MEI «30 e lode!». Entra così in un albo che comprende Brunori Sas, Motta, Zen Circus e Lucio Corsi.

Il MEI lo premia come Artista indipendente dell’anno per quella che definisce un’«indipendenza di gestione e di pensiero». 

Sono due libertà diverse: oggi è più difficile difendere quella economica o quella intellettuale?

Secondo me sono difficili entrambe. Oggi sembra che il mondo ti costringa a cercare il successo, soprattutto economico: se non ce l’hai, sei un fallito. Io non lo credo. E spesso per inseguirlo devi mediare idee e valori, scendere a compromessi. Io non ho mai basato le mie scelte sulla famosa pecunia: le ho fatte per difendere la mia indipendenza, la mia salute fisica e mentale. Nel bene e nel male, magari è un difetto, sono rimasto coerente con le idee e i valori con cui sono cresciuto.

Al di là degli ascolti, dove si misura oggi il rapporto con chi ti segue?

Dopo trentacinque anni lo misuri sull’affetto della gente che viene a vederti e canta le tue canzoni. Io non ho hit né dischi in classifica: faccio un disco nuovo perché mi preme farlo, poi diventa anche una scusa per andare in tournée e portarti dietro tutta la tua storia. Sempre più spesso persone di trenta o quarant’anni mi dicono: «Sono cresciuto con le tue canzoni». Il disco nuovo passa, la storia resta.

Quando frequentavo Guccini, gli chiesi se gli fosse mai capitato di non suonare La locomotiva o L’avvelenata. Mi guardò e disse: «Ma sei matto? Mi rincorrerebbero con i forconi». Vale anche per me: se non faccio I cento passi o Bella ciao, la gente non va via. Sono un po’ costretto a farle, ma mi diverto ancora: questa è la fortuna.

Il crowdfunding ti permette di produrre fuori dalle logiche tradizionali. Ma l’indipendenza dall’industria può diventare una nuova dipendenza dal pubblico?

Dipende da quanto medi su quello che fai. Io non medio: faccio quello che voglio e lo faccio comunque. Poi il pubblico mi aiuta ad affrontare le spese di produzione. Io stesso uso il crowdfunding da fruitore: compro a scatola chiusa i dischi degli artisti che seguo, perché so che dietro c’è un lavoro che costa. Oggi le case discografiche investono soprattutto su quello che va di moda o sui grossi nomi che fanno numeri. Se vuoi continuare a fare dischi fuori da quelle logiche, l’appoggio di chi ti segue è fondamentale.

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Per anni essere indipendenti significava non avere una major alle spalle. Oggi puoi non avere una major e dipendere da piattaforme e algoritmi. Quanto sei indipendente se per esistere devi passare da lì?

Forse le piattaforme hanno anche aiutato l’indipendenza, anche se è un mondo lontano da me: non faccio grandi numeri in streaming e il mio pubblico è più abituato al live, ai CD e agli LP. 

La piattaforma è indispensabile, ma può usarla anche il mio vicino di casa che registra un disco con i figli in soffitta e il giorno dopo lo mette online. È la musica che arriva a tutti. Il problema è che, quando tutti possono fare tutto, si crea un caos enorme e diventa difficile capire che cosa vale la pena ascoltare e che cosa no.

Negli anni Sessanta e Settanta De André, Jannacci, Gaber, Guccini potevano essere profondamente politici senza trasformare ogni canzone in una dichiarazione di appartenenza. Oggi, tra Roger Waters ed Ed Sheeran, sembra che persino non prendere posizione venga letto politicamente. Dopo le polemiche su Bella ciao a Bologna, è cambiato il ruolo dell’artista o il modo in cui il pubblico pretende di leggerlo?

La vera domanda è: perché Bella ciao deve diventare un fatto di polemica? Viviamo un momento politico, secondo me, di revisionismo storico, dove tutto diventa additabile. Bella ciao è una canzone di libertà, cantata in tutto il mondo, e dovrebbe essere patrimonio di un intero Paese.

Mi sembra paradossale che proprio in Italia diventi periodicamente un problema di divisione. Io quella polemica non l’ho voluta cavalcare, perché mi sembrava molto basica. Però chiediamoci perché oggi Bella ciao divida invece di unire: secondo me è un segnale che nella nostra società qualcosa non va.

Tornando alla domanda: che cos’è l’artista? È una persona che può schierarsi e prendere posizione, anche attraverso la propria arte. È sempre successo. Penso a John Lennon, a Bob Geldof, a Picasso con Guernica. Ognuno ha messo idee e valori in quello che faceva.

Quando sento artisti, anche bravi, fare canzoni senza valori dentro, in quel senso mi sento povero. Preferisco canzoni che esprimono concetti, posizioni, valori.

Ed Sheeran, per esempio, è finito in una polemica enorme perché non prendeva posizione su una situazione sociale e politica mentre altri artisti del suo tour lo facevano. Io sono sicuro che anche lui abbia delle idee, ma magari, per questioni organizzative ed economiche, non poteva permettersi di esprimerle. Secondo me è limitante per un artista. Se per il rapporto con un promoter devi svendere i tuoi valori e quello che hai in testa, è la cosa peggiore che possa accadere.

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Hai sempre tenuto Sanremo fuori dal tuo percorso perché non concepisci la musica come una gara. Ma rifiutare un sistema quando puoi permetterti di farlo è diverso dall’esserne esclusi. Quanto pesa oggi, per un giovane artista, poter scegliere davvero di stare fuori?

È ovvio che oggi Sanremo è la cosa più grossa che possa capitare a un giovane artista per farsi conoscere e vivere quell’attimo di notorietà: una fama nazionalpopolare in cui tutti ti seguono e imparano a conoscerti. Probabilmente, per ottenerla, dovrai cedere una parte della tua «purezza», se uno ce l’ha.

Credo che in Italia oggi sia l’unico mezzo per arrivare a un certo pubblico, se è quello che vuoi. Nella mia storia l’ho rifiutato un paio di volte con il mio vecchio gruppo, perché abbiamo sempre pensato che non fosse il posto dove proporre la nostra musica. Magari è il posto perfetto per altri: ci sono andati e hanno avuto molto più successo di noi. A me bastava fare quello che dovevamo fare, come e dove volevamo farlo.

Oggi, se un giovane, anche indipendente, mi chiedesse se andarci, gli direi: se te la senti di metterti in gioco senza svendere le tue idee e i tuoi valori musicali e artistici, vai. Magari arrivi prima a un certo pubblico.

Nel mio campo non ho più queste ambizioni. Uno dei motivi per cui ho lasciato il mio gruppo, che aveva piazzato due dischi nella Top Ten e faceva concerti davanti a migliaia di persone, era che quel successo mi spaventava. Non era quello che volevo. Ho ricominciato da zero, dai piccoli locali con poche persone. Questo mi ha fatto rinascere e vivere la mia musica con molta più naturalezza e sincerità nel rapporto con il pubblico. 

Una volta un disco poteva segnare un’epoca. Oggi spesso dura il tempo di uno scroll. La musica ha perso anche la sua forza di comunicare idee?

Nei primi anni Novanta lavoravo in un negozio di dischi e, all’uscita di un album, c’era la fila. Ordinavi cinquanta copie e magari quaranta le vendevi il primo giorno. Oggi, chi se ne frega se esce un disco nuovo: il giorno dopo se lo sono già dimenticato.

Credo che questo abbia fatto perdere valore anche ai contenuti della musica, al suo messaggio. Se oggi voglio ascoltare qualcuno che ha qualcosa da dire, magari guardo il reel di un comunicatore.

Lo ripeto spesso: se Bob Dylan o John Lennon fossero giovani oggi e volessero comunicare le loro idee, forse non farebbero canzoni ma video social. La musica ha perso parte della capacità di smuovere le masse a livello intellettuale. Non sentiamo una nuova Imagine, una nuova Blowin’ in the Wind, una Like a Rolling Stone: sentiamo contenuti social. E il «purtroppo» non è per i contenuti social, è per la musica che ha perso quella forza comunicativa.

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Il Premio Italiano Musica Indipendente è andato ad artisti molto diversi. Se “indipendente” non indica un genere o un suono, che cosa li tiene insieme?

Il fatto di fare musica in modo artigianale, senza troppe sovrastrutture. Io questo premio lo leggo come un riconoscimento a una carriera di indipendenza: crowdfunding, nessun contratto discografico da vent’anni, tutto fatto con le mie forze e le mie idee.

Non è che tutto quello che faccio sia bello e imperdibile, tutt’altro. Ma ho scelto di essere libero a livello di mente e di creazione.

Essere indipendenti significa anche occuparsi di tutto: quanti dischi stampare, dove stamparli, il colore dei vinili, dove andare a suonare, con chi lavorare. Sembrano dettagli, ma il mondo è sulle tue spalle. È un lavoro da artigiano. E per me artigiano non è un termine diminutivo, ma accrescitivo.

Tra pochi giorni salirai sul palco di Faenza come Artista indipendente dell’anno. Che cosa ti ha permesso l’indipendenza, e che cosa invece ti ha tolto?

Mi ha precluso alcune strade del successo, ma consapevolmente. Preferisco essere libero di fare quello che voglio senza vivere una pressione più grande di quella che desidero.

Una cosa che sento con orgoglio è il Primo Maggio del 2009, a Roma, in piazza San Giovanni. Salii sul palco con tamburo e voce e cantai I cento passi davanti a una piazza enorme che aspettava Vasco Rossi dopo di me. Ho fatto cantare quella canzone a tutta la piazza, e non so se avrei potuto farlo se non fossi stato completamente indipendente.

Hai mai pensato a quanto sia diventata simbolica I cento passi? Se prendessimo cento persone che la cantano e chiedessimo loro di chi parla, probabilmente non tutte saprebbero rispondere.

Hai ragione. I cento passi ha in sé la forza di comunicare i valori in cui credeva Peppino: magari la gente non sa che parla di Peppino Impastato, ma quei valori li sente.

È sicuramente la canzone che ha avuto più successo tra quelle che ho scritto, e forse quella che resterà quando non ci sarò più. Viene suonata nelle manifestazioni, nei circoli, nei locali: non è fine a se stessa. Per me questo è il grande successo. Ci sono volute centinaia di canzoni per arrivare a una così. Valeva la pena provare, scrivere, brigare, girare, suonare concerti, per arrivare a una canzone che rimane.

Anche Guccini diceva che, una volta scritte e pubblicate, le canzoni non sono più nostre ma del pubblico, che le ascolta e ne fa quello che vuole. È vero: noi restiamo nelle canzoni che abbiamo creato, ma la gente ci vede e ci sente quello che vuole, perché le lega a quello che sta vivendo. Le canzoni, alla fine, sono di tutti.

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