di Alessia de Antoniis
Dal 1° al 4 ottobre Faenza torna a ospitare il MEI – Meeting delle Etichette Indipendenti, la manifestazione ideata e coordinata da Giordano Sangiorgi che quest’anno celebra trent’anni di attività con l’edizione “30 e lode!”. Quattro giorni di concerti, incontri, premi e appuntamenti dedicati alla filiera musicale indipendente, con Motta, Cisco, Lamante, Birthh, España Circo Este, Duo Bucolico e molti altri.
In trent’anni il MEI rivendica un milione di presenze, diecimila artisti e band passati dai suoi palchi e cinquemila realtà musicali coinvolte, oltre ad aver intercettato agli esordi nomi poi arrivati al grande pubblico, da Diodato ai Måneskin, da Brunori Sas a Lucio Corsi. Ma proprio mentre l’indipendente è diventato parte stabile dell’industria musicale, resta da capire che cosa significhi ancora esserlo: nel rapporto con piattaforme, grandi circuiti live, distribuzione e sostenibilità economica. Ne abbiamo parlato con Sangiorgi.
Quando nasce il MEI alcuni consideravano la musica indipendente da sfigati, mentre si cercava la possibilità di produrre fuori dal sistema. Oggi chiunque può pubblicare un brano, ma per un indipendente è diventato impossibile viverne. Abbiamo democratizzato l’accesso alla musica e contemporaneamente ferito a morte il suo mercato?
Sì. È successo quello che accade ogni volta che arriva un nuovo medium: all’inizio c’è libertà, spuntano mille fiori; poi arriva un grande monopolista e li concentra. Oggi quel monopolio digitale, in Europa, è soprattutto Spotify che, attraverso algoritmi, skip sponsorizzati e brani fake, orienta il pubblico verso il mainstream commerciale e multinazionale.
E così resta fuori una parte enorme della produzione indipendente e autoprodotta, da cui storicamente sono arrivate le innovazioni: beat, punk, rap, rock alternativo. Oggi, per esempio, c’è un cantautorato indipendente femminile molto forte che fatica a entrare nel mercato. E se non entri nel mercato, non hai più le risorse per viverne.
Al MEI sono arrivate tantissime iscrizioni. Quando una scena produce più musicisti di quanti il mercato possa sostenere, cosa succede a quella generazione?
Succede quello che è successo ai poeti: si continua a scrivere, ma facendo un altro mestiere. La musica indipendente rischia di diventare un artigianato creativo anche di grandissimo spessore, ma che non remunera più chi lo crea.
Piattaforme, grandi agenzie live, collecting, radio e televisioni concentrate nelle mani di pochi soggetti. L’indipendenza può ancora essere davvero indipendente se, per raggiungere il pubblico, deve comunque passare dalle infrastrutture dei grandi operatori?
Alla fine degli anni Novanta e nei primi Duemila avevamo raggiunto un modello virtuoso: l’artista si autoproduceva, manteneva autonomia nelle scelte artistiche e usava le multinazionali soltanto per la distribuzione.
Oggi è diverso. Se non corrispondi al modello privilegiato dalle piattaforme, rischi di essere marginalizzato dall’algoritmo. La piattaforma non è interessata soltanto alla musica, ma anche al traffico di dati che quell’ascolto genera e che entra nel suo modello pubblicitario e commerciale.
Intanto stanno scomparendo gli altri luoghi di visibilità: negozi, passaparola, radio libere, piccole emittenti. Un tempo un artista autoprodotto poteva vendere diecimila copie e ricavarne qualcosa di significativo; oggi con diecimila stream praticamente nessuno sa che esisti. E se non hai visibilità, non arrivano neppure i live.
Quale intervento concreto cambierebbe davvero il rapporto economico con le piattaforme, senza limitarsi a spostare qualche decimale nelle royalty?
Prima di tutto bisogna riconoscere che esiste una produzione musicale che è cultura e non soltanto intrattenimento, e sostenerla come sosteniamo cinema, teatro, danza e musei.
Oggi convivono due mercati: quello dei tormentoni e della fruizione veloce, e quello di autori e musicisti che lavorano su temi sociali, civili, politici, magari con brani di cinque o sei minuti o con grandi apparati strumentali. Sono forme che il mercato attuale tende a penalizzare. Quello è artigianato culturale e va riconosciuto e sostenuto come tale.
Se parla di FNSV alla musica, non droga il mercato? Come si costruisce un sostegno pubblico alla musica indipendente senza trasformare l’indipendenza dal mercato in dipendenza dal finanziamento pubblico?
No, tu hai dei prodotti culturali che vengono sostenuti come viene sostenuto il cinema, il teatro, la danza, i musei. La musica verrebbe considerata non soltanto un prodotto commerciale, ma una produzione culturale da valorizzare e sostenere, perché fa parte della cultura di un Paese al pari delle altre.
Serve una filiera di interventi: una legge sulla musica, il Codice dello spettacolo dal vivo, interventi stabili delle Regioni e degli enti locali.
Il MEI intercetta artisti prima del successo mainstream. Ma spesso quel fiuto viene riconosciuto davvero quando arrivano Sanremo, le grandi radio o i grandi circuiti. Come si misura il successo di un artista indipendente senza usare il mainstream come metro?
Esistono molti tipi di successo. Ci sono artisti legati a circuiti territoriali o al folklore che fanno grandi tournée, riempiono teatri e piazze e magari non entrano mai in classifica. È un po’ come gli attori teatrali che non fanno cinema: può sembrare che non abbiano avuto successo, e invece hanno costruito carriere importantissime.
Per noi, però, è importante anche che le nuove culture musicali nate dal basso riescano a rompere il muro della nicchia e diventare popolari. È successo con il punk, è successo con il rap. Quando accade, significa che un Paese culturalmente non resta indietro.
Un programma dove convivono liscio, rap e urban, cantautorato, folk e rock. “Indie”, intanto, è diventato quasi un genere. Oggi “indipendente” definisce ancora un modo di produrre e stare nel mercato oppure è diventato soprattutto un’etichetta culturale?
“Indie” non è un genere. È uno dei racconti tossici costruiti dalle major. Ci raccontano, per esempio, che tutti i giovani fanno trap, ma non è vero: moltissimi suonano ancora nelle rock band. Solo che una band costa più di un artista singolo. E non ci raccontano nemmeno che alla base la presenza femminile è molto più consistente di quella che poi ritroviamo nelle classifiche.
Un tempo una discografia sana raccoglieva ciò che arrivava dalla base e cercava di valorizzarlo. Oggi spesso accade il contrario: il racconto del mercato viene costruito dall’alto.
Per noi “indipendente” è sempre stato un modello produttivo: ho un progetto, i miei testi, il mio stile, un mio modo di stare sul palco; lo realizzo, lo produco e lo distribuisco attraverso una filiera indipendente. Non è mai stato un genere e non lo sarà mai.
Il peer-to-peer aveva messo in crisi il vecchio modello discografico e lo streaming sembrava offrire una via d’uscita. Vent’anni dopo abbiamo piattaforme globali, major ancora fortissime e artisti che denunciano remunerazioni insufficienti. È cambiata davvero la distribuzione del potere o abbiamo soltanto aggiunto un nuovo soggetto alla filiera?
Non abbiamo cambiato la distribuzione del potere: abbiamo aggiunto un nuovo soggetto alla filiera.
All’inizio la rivoluzione poteva essere davvero quella: ogni artista sul proprio sito poteva proporre la propria musica e decidere se regalarla o venderla. Poi arrivarono aggregatori, piattaforme e, parallelamente, la pirateria. Secondo me il sistema commise un errore: invece di acquisire quelle innovazioni, le marginalizzò e criminalizzò. Intanto si diffuse l’idea che la musica online dovesse essere gratuita.
Oggi abbiamo, tra virgolette, un unico padrone di questo sistema. Nelle audizioni alla Commissione Cultura della Camera e in sede europea abbiamo chiesto di spezzare questi monopoli e creare vera concorrenza, almeno nazionale o europea. Un artista non può essere obbligato ad andare sull’unica piattaforma che lo remunera in modo irrisorio.
Sono cose che andavano fatte vent’anni fa. Oggi siamo in grave ritardo.
Se lo streaming remunera poco molti artisti e il live deve compensare, non rischiamo un paradosso? Abbiamo democratizzato l’ascolto della musica ma stiamo rendendo sempre più elitario assistervi dal vivo?
Contesterei già la prima parte: non credo che oggi l’ascolto sia davvero democratizzato. Se tutti entrano nella stessa piattaforma e l’homepage è orientata verso determinati prodotti, non sei realmente libero nella scelta. È come entrare in un negozio di dischi dove qualcuno ha deciso in anticipo quali scaffali puoi vedere.
In più, i numeri degli ascolti finiscono per valorizzare la quantità più della qualità.
Quanto ai live, ad alzare enormemente i prezzi sono soprattutto i grandi artisti, mentre le piccole realtà musicali sono in contrazione: chiudono club, diminuiscono i contest, si perdono tecnici e operatori.
Sta nascendo un vero mercato del lusso musicale. E come in tutti i mercati sta scomparendo il mercato medio: da una parte i grandi eventi costosissimi, dall’altra l’offerta a bassissimo prezzo. In mezzo, dove vive molta musica indipendente, rischia di non restare più nulla.
Il MEI nasce come spazio alternativo. Trent’anni dopo è diventato un punto di riferimento. Su scala enormemente diversa, festival come Coachella mostrano cosa può accadere quando una realtà nata fuori dal grande circuito, diventa parte centrale dell’industria. Come si conserva la capacità di disturbare un sistema di cui, inevitabilmente, si finisce anche per far parte?
Noi siamo sempre stati contro il sistema musicale, ma con giudizio, cercando di essere dialoganti. È il modo migliore per disturbarlo davvero: se ti estremizzi, vieni messo ai margini e non incidi più.
Abbiamo cercato di modificare l’esistente, portando nel mercato più artisti possibile dalla scena indipendente. Non mi considero però davvero un’istituzione: un’istituzione ha fondi certi, noi non li abbiamo né dal ministero né dalle multinazionali. Certo, quando diventi un’istituzione sei a forte rischio di annacquamento.
Un esempio di cui sono orgoglioso è Lucio Corsi: lo abbiamo premiato dal primo disco, nel 2017, e abbiamo continuato a dargli spazio fino a poco prima che esplodesse a Sanremo. Non siamo una potenza economica, ma una pressione culturale e mediatica, anche limitata, può mostrare al grande pubblico che esiste un mondo musicale diverso da quello che normalmente gli viene raccontato.