Proprio in questi giorni cade il settantesimo anniversario dei fatti d’Ungheria, finiti tragicamente sotto l’assalto dei carri russi prima e con l’impiccagione, avvenuta nel 1958, poi di Imre Nagy, il Primo Ministro Comunista che colse lo spirito autenticamente innovativo che animò il movimento di protesta ungherese (la statua eretta in sua memoria fu fatta abbattere, guarda caso, da Victor Orban, che cominciò la sua carriera politica proprio nelle fila del Partito Comunista Ungherese).
Ad anticipare le immancabili discussioni che animeranno i social e la stampa nazionale è appena uscito, autoprodotto, un bel libro di Jurii Colombo, saggista e scrittore italo russo, che è stato anche corrispondente del “Il manifesto “da Mosca.
Non è, va detto subito, un’opera storiografica di stampo accademico o di taglio tradizionale. Fin dal Titolo “ Budapest 1956- Non si spara sugli operai- Analisi e documenti di una rivoluzione tradita- Prezzo di Copertina 26 euro” Colombo rivela il suo punto di vista, rocciosamente anti stalinista.
Quella di Budapest fu, secondo il suo giudizio, una rivoluzione essenzialmente operaia, che dette vita a una fioritura di consigli di lavoratori che non volevano certo restaurare il capitalismo e non erano certo manovrati dalle forze reazionarie, pur presenti da prima della guerra e fino ai nostri giorni, nel paese magiaro. Lo stesso Indro Montanelli che era n Ungheria in quei giorni sottolineò il carattere socialista e libertario dell’insurrezione. Un dato interessante che traspare dalle pagine è, ad esempio, quello che la rivolta coinvolse numerosi lavoratori giovanissimi, nati prima della guerra ma cresciuti nella repubblica socialista.
Il libro è articolato in quattro sezioni. Dopo l’introduzione dell’autore, che riscostruisce brevemente le cause della rivolta (l’impoverimento costante e drammatico delle classi popolari), accenna al dibattito coevo nella sinistra italiana e rivendica il suo approccio marxista vengono proposte una cronologia degli accadimenti e due lunghe testimonianze.
La prima, “Come fu istituito il Consiglio Centrale dei Lavoratori di Budapest” è quella dell’Ungherese Balasz Nagy, fu fra i dirigenti del movimento rivoluzionario. La seconda, particolarmente appassionante è quella del giornalista inglese Peter Fryer, che per le sue posizioni ruppe con il Partito Comunista Britannico. I due scritti danno una cronaca, drammatica e appassionata del clima sanguinoso e furente di quei giorni, delle grandi speranze operaie e dei feroci combattimenti con le forze russe. Ci furono certo morti dalla parte dell’apparato comunista, ma entrambi gli autori sottolineano come la maggior parte delle persone giustiziate dai rivoltosi erano membri della onnipotente polizia segreta.
Seguono due capitoli dedicati al dibattito nella sinistra italiana ( inclusi bordighisti e anarchici) a ridosso delle giornate dell’insurrezione e quello avvenuto nel 1986, a distanza di trent’anni ì. Ne emerge un quadro di reticenze e difficoltà di comprensione. Forse, come dice Colombo, la prospettiva euro comunista che sarebbe stata al entro del dibattito negli anni settanta non fu mai nutrita da una critica radicale dell’esperienza sovietica.
Di questa mancanza si raccolgono oggi i frutti amarissimi nell’atteggiamento di molta sinistra italiana nei confronti della questione Ucraina.
Il libro di Jurii Colombo è un necessario sasso nello stagno o, meglio ancora, un salutare pugno nello stomaco, un brusco richiamo alla realtà storica del tutto necessario in questi giorni oscuri.