“Sono rimasta in piedi con le luci e senza, con il pubblico e senza, con le telecamere e senza. Poi ho capito che la felicità non è arrivare sul palco, non è vincere, non è essere amata da tutti, ma è ritrovare sé stessi dopo essersi persi mille volte”. Si racconta così Silvia Salemi nel libro La voce nel cassetto, appena uscito per Edizioni Ultra.
Dal libro, uno spettacolo che ha debuttato in anteprima nazionale al 40mo festival di Todi diretto da Silvano Spada.
Una storia scritta in un libro e poi diventata un one woman show. Come se, a un certo punto, la parola scritta non bastasse più. Una storia che nasce un giorno di tanti anni fa, quando a una giovane madre viene detto, a distanza di poche ore, che aspettava il terzo figlio e che la sua primogenita di circa tre anni aveva una leucemia mieloide.
Il libro racconta questa storia, ma non è una biografia. Tu stessa lo definisci un romanzo. Perché questa scelta?
Alcuni passaggi e situazioni sono frutto di invenzione. La realtà che i lettori troveranno in questo romanzo è quella delle emozioni, delle motivazioni, di certi meccanismi. Non mi andava di svegliare persone defunte, artisti, colleghi, amici, oggi. Per questo ho usato questo espediente letterario. Certe cose, in teatro, le dico in modo più fedele; nel libro, invece, chi si è sentito coinvolto potrebbe dirti: non è andata proprio così. Oggi riguardo con una tale dolcezza quegli avvenimenti che…
Che fa il teatro di più rispetto al libro?
Il teatro può rendere udibile quello che è scritto sulla carta e aggiungere l’espressività del volto, della persona che si muove, piange, ride, respira, canta. Significa far sentire la mia voce fuori dal cassetto e, soprattutto, far sentire la voce di mia sorella. Non stiamo parlando di una bambina scomparsa nel 2026, quando è normale avere audio, video, fotografie: parliamo di quarant’anni fa. Di lei non ho più niente, se non quella voce su nastro. Per me è commozione, storia, radice.
Quella voce nasce come documento familiare privato. Come avete lavorato perché conservasse la sua verità senza forzarne l’effetto emotivo?
Non lavorandolo, non limandolo. Certo, abbiamo provato le luci, deciso dove mettere le immagini, individuato i momenti. Ma la battuta non è stata provata: io leggevo e poi tiravo fuori quello che avevo. Più sistemi una cosa, più la rendi tecnica, più rischia di perdere la capacità di emozionarti e di emozionare.
Nel libro scrivi che da bambina cantare ti riusciva più facile che parlare, perché quando si canta è la canzone a parlare e ci si libera in parte dal giudizio sulle proprie parole. È ancora così?
Oggi il canto, più che una libertà, è ancora una terapia. Quando canto mi rilasso, scaccio i pensieri. Allora fu un affidarsi: potevo assentarmi dalla mia anima ferita e appoggiarmi alla musica, come se mi dicesse: «Ti porto io». Non dovevo pensare a costruire un discorso compiuto o affrontare uno sforzo linguistico, dovevo soltanto emettere un suono in armonia con quello che la musica mi chiedeva. Era quasi una deresponsabilizzazione. Ero già emotivamente carica in una famiglia in cui due genitori giovanissimi stavano affrontando il dramma più grande che si possa affrontare.
C’è un punto originario molto duro: tua madre scopre lo stesso giorno di aspettare te e che Laura morirà…
Penso che tutta la mia storia parta da lì. Mia madre che si ritrova con una figlia gravemente malata e senza speranza, un bambino piccolo e un’altra figlia nella pancia. Doveva partire per Pavia, affrontare cure e ospedali. Non poteva quasi permettersi nemmeno di essere felice per una nascita. Quando mi racconta il mio parto dice sempre: «Tu sei nata subito, io non ho fatto niente». Doveva sbrigarsi a tornare in oncologia. Non si è potuta neanche permettere di essere semplicemente la madre di una figlia che nasce.
Poi, negli anni, sono stata io a trascinarla fuori. La prima volta in cui ho rivisto davvero la gioia nei suoi occhi è stata quando ha preso in braccio la prima nipote. Erano passati ventisei anni.
A diciott’anni avevi appena cominciato a capire chi fossi e già l’industria discografica ti chiedeva di diventare “Silvia Salemi”, un brand costruito anche da discografici, uffici stampa, giornalisti e pubblico. Quanto dell’immagine che ancora oggi chiamiamo Silvia Salemi è stata davvero scelta da te?
Non so esattamente quale sia la percezione che il pubblico ha di me. Quello che mi ritorna è l’immagine di una ragazza perbene, che non ha basato la carriera sulla fisicità e che ha sempre cercato di fare canzoni non necessariamente facili o tormentoni, ma con un contenuto. Quando mi ritorna questa immagine penso: mi somiglia.
Il primo momento di rottura, però, l’ho avuto già a diciott’anni. Mi spiegavano che tutto quello che facevo sarebbe stato letto e amplificato: se avevo fame non avevo semplicemente fame, diventavo quella capricciosa. Se avevo sonno non mi era concesso averlo, perché esiste l’icona dell’artista. Siamo una società iconografica, abbiamo bisogno di simboli e, una volta individuati, vogliamo che continuino a ripetersi.
Nell’era della sovraesposizione mediatica, tendi a proteggere la tua vita privata…
Quando ho capito la differenza tra vita pubblica e vita privata, ho capito che la vita privata è un piccolo gioiello: quello che siamo quando siamo rilassati, quando facciamo una battuta con i figli, quando ci arrabbiamo con loro, gli amici, la quotidianità, la normalità. Ho cercato di separare quel mondo da quello in cui salgo sul palco e canto.
Non riesco a fare quello switch che riesce bene a tanti colleghi, quello di mostrarsi in tutto ciò che fanno. Non perché mi senta una regina: cucino, pulisco casa, stiro. Ma quella dimensione non ha nulla a che vedere con il momento in cui mi sistemo, mi trucco, salgo sul palco e racconto una parte artistica. Anche quell’aspetto dell’artista va salvaguardato. Ci tengo alla mia privacy, a non esporre i miei figli e mio marito.
Sei stata una bambina a cui è stato chiesto, anche senza volerlo, di diventare grande molto presto. Con le tue figlie hai mai avuto paura di ripetere lo stesso schema, di chiedere loro troppa forza? O fai il contrario?
Sì, ho cercato di fare il contrario. Ma oscillo. A volte sono quella che dice: «Uscite, faccio io, sistemo io, vi ho lasciato tutto pronto». Cerco quasi di togliergli il peso che invece io avevo addosso. Poi però sono anche la madre che dice: fatevi i letti, sistemate le vostre cose, responsabilizzatevi.
E ogni tanto cado nella tentazione di dire: «Io a diciott’anni lavoravo, suonavo, portavo i soldi a casa». Però mi fermo, perché non bisogna mai fare questi paragoni. Ogni vita è a sé. Loro sono il frutto di una famiglia che ha potuto dare loro quello che la mia, in quel momento, non poteva dare a me.
A casa di Luca ti ha dato una riconoscibilità enorme. Quanto è stato un successo e quanto, con il tempo, anche un possibile boomerang? Hai mai avuto la sensazione che quella canzone fosse diventata più grande di te?
Va bene così! Sono in disaccordo con quei colleghi che hanno una grande storia e una canzone rappresentativa e quasi se ne lamentano. Ne ho fatte tante altre che vengono ricordate, ma non come A casa di Luca.
Penso sempre che le cose possano anche non succederti mai. Quando invece ti capita quella fortuna, puoi soltanto essere grato e ringraziare. Quella canzone ebbe un successo enorme e mi portò anche a un contratto da un miliardo di lire con la BMG. Io ringrazio il Padre Eterno di averla avuta e sono fierissima di cantarla ancora. Avrei potuto non avere mai una canzone così.
Nel libro scrivi: “Il successo non è una favola. Il successo è un participio passato”. Dopo trent’anni, che cosa è rimasto della ragazza che voleva arrivare a Sanremo?
Quella ragazza voleva essere vista. Non voleva la fama, non voleva il palco dell’Ariston perché il giorno dopo qualcuno la riconoscesse per strada e le chiedesse un autografo. Voleva che qualcuno la vedesse, perché io nasco invisibile. Nasco da un «adesso sei nata, mettiti lì e fammi fare altro».
Quando una madre, per le circostanze della vita, non ha materialmente il tempo di guardare con calma e dolcezza una figlia appena nata, quella figlia non si sente vista. Non do nessuna colpa a mia madre: oggi, da madre, considero incalcolabile quello che ha fatto. Ma in quella circostanza mi sono sentita invisibile e per tutta la vita ho cercato di dire: «Posso esistere? Posso nascere?». Nascere artisticamente era come nascere alla vita.
Hai smesso di voler sembrare forte a tutti i costi. Quanto è difficile distinguere la forza dalla necessità di non dipendere mai da nessuno?
C’è un momento che per me è il climax assoluto. Mia madre apre lo stipetto della cucina dove teneva le provviste ed è vuoto. I miei genitori stavano ancora pagando i debiti contratti per i viaggi a Pavia e per le cure di Laura. All’epoca non esistevano le strutture di sostegno che ci sono oggi: si pagavano alberghi, spostamenti, tutto. Eravamo arrivati alla povertà.
Mia madre apre quello sportello e dice: «Io non so cosa darvi». Avevo già visto Via col vento e mi sentii Rossella O’Hara che mangia le radici e dice “non soffrirò mai più la fame”. Lì scatta il mio patto: mai più a casa mia dovrà mancare il pane, il cibo. Ancora oggi il frigo vuoto è una mia ossessione.
Quando mia madre mi disse che sarebbe andata a lavorare avevo otto anni e le dissi: «Vai, ci penso io». Pulivo casa, rifacevo i letti, cucinavo. Avevo il terrore che, per occuparsi di noi, potesse rinunciare al lavoro. Lì ho preso in mano la vita della famiglia perché potesse riscattarsi. Con due stipendi tutto cambiò e io mi sentii davvero grande: ero diventata l’aiuto di mia madre. E da lì non mi sono più fermata.
C’è un video che ho rivisto tante volte: una bambina che si tuffa su uno scivolo affollato. Prima spinge tutti gli altri, e solo alla fine spinge sé stessa. È la cosa più bella che conosco per raccontare cosa significhi non aspettarsi mai una spinta da nessuno.
Anni dopo inizi a guadagnare…
Il primo guadagno importante fu una borsa di studio da tre milioni e mezzo di lire per i miei risultati scolastici. Li usai per comprare ai miei genitori una camera da letto nuova per i loro venticinque anni di matrimonio. Sull’anta del vecchio armadio c’era ancora il segno del pugno che mio padre aveva dato quando aveva saputo della malattia di Laura. Io avevo deciso che quel pugno doveva sparire. Presi i soldi, andai da un mobiliere e gli dissi che quel giorno dovevano smontare tutto e fare in modo che, quando i miei fossero tornati, la camera nuova fosse già lì.
Si dice che Dio dia i pesi a chi li può portare. Non so se sia davvero così, ma io sentivo di poter fare quello che andava fatto. Non fare una cosa quando senti di poterla fare, per me, non è cristiano. Tutto questo non l’ho superato in maniera drammatica: l’ho trasformato con la voce.