Una domanda semplice: Come stai? Paolo Ruffini – attore, autore, conduttore radiofonico e ideatore del fenomeno teatrale Din Don Down – la userà come titolo del suo nuovo programma quotidiano su Radio 24, in onda da lunedì 27 luglio per tutto agosto. Al Marateale – Premio Internazionale Basilicata, in vista del lancio, iniziamo parlando di salute mentale.
La salute mentale «è un ragazzo che finge di avere la febbre perché ha gli attacchi di panico e non vuole andare a scuola. È un pensionato che d’estate sente parlare dell’abbandono dei cani e si sente abbandonato lui. È una donna che non ha ancora il coraggio di dire che ha ricevuto uno schiaffo dal compagno.
C’è un grande ombrello sotto il quale tanti di noi potrebbero ripararsi dalle grandinate della vergogna per quello che sentiamo. Mandiamo vocali di dieci minuti, ma non sappiamo stare in silenzio per più di trenta secondi. Non c’è quasi più nessuno, in treno, che guarda fuori dal finestrino. Non riusciamo più a stare con noi stessi e forse non sappiamo neanche chi siamo, perché ci riconosciamo molto più in un profilo social che allo specchio.
Il programma si intitola Come stai? – E non rispondere tutto bene. Ma perché dovrebbe andare necessariamente tutto bene? Possiamo anche dire: “Sono triste, ma sto bene, perché ho bisogno di quella tristezza”. Anche bene e male sono giudizi su quello che proviamo. Dovremmo liberarci da questa dimensione giudicante.
Raccontare la disabilità senza cadere nella pietà
La compassione, secondo me, è un sentimento interessante. Io la definisco così: cum pathos, sentire il tuo pathos. Cerco di entrare nel tuo sentimento, anche nel tuo dolore, senza però sovraccaricarmene.
Il sentimento peggiore è la pietà. La pietà è un sentimento di grandissima distanza, ed è proprio quella distanza a essere terribile. Per non provarla basta non far sentire mai lo scalino alla persona che hai davanti.
Non mi sento mai in imbarazzo se una persona cieca dice: “Vengo a vedere il tuo spettacolo”. Sei tu a caricare quella parola di un significato problematico. Per chi vive quella condizione non c’è alcun problema.
Quando “speciale” diventa una forma di esclusione
La cosa meno inclusiva del mondo è dire a qualcuno che è speciale. Se sei speciale, vai da un’altra parte.
All’uscita da un teatro di Torino, una signora insisteva con uno degli attori della compagnia: «Poverino», «voi siete speciali», fino ad augurargli di “guarire”, come se la sindrome fosse una malattia. Alla fine l’attore la guardò e disse: «Ma questa è mongoloide?».
Io l’ho trovato meraviglioso. Con quella risposta ha ridicolizzato tutto il bigottismo politicamente corretto, il moralismo e l’ipocrisia contenuti in quelle frasi.
Cinquant’anni fa io, perché iperattivo, e i miei colleghi, perché hanno la sindrome di Down, probabilmente saremmo stati legati a un termosifone. Quando mi dicono “sei in giro con i bambini Down”, rispondo: “Guarda che hanno cinquant’anni”. Fanno le stesse cose che faccio io, magari più lentamente e pensando in maniera diversa. Ma il loro pensiero laterale è spesso molto più interessante.
La vulnerabilità rischia di diventare un genere di intrattenimento?
Il rischio è lo sfruttamento. Quando la vulnerabilità diventa un genere, può essere cavalcata. È chiaro che io sfrutto i miei colleghi: li sfrutto al cento per cento. Ma bisogna capire in che senso.
I miei non sono spettacoli di beneficenza: io faccio impresa. Lavoro con dodici attori, sei con sindrome di Down e sei senza. Ma non è uno spettacolo inclusivo. Lo scherzo è che geneticamente abbiamo tutti un problema: siamo livornesi.
Le persone che lavorano con me non lavorano perché hanno la sindrome di Down. Lavorano perché sono ottimi attori e ottime attrici.
In Din Don Down c’è un Gesù Cristo con sindrome di Down che si interroga, sulla croce, sull’essere stato creato a immagine e somiglianza. Per quel ruolo, tra Andrea Lo Schiavo e Riccardo Scamarcio, scelgo Andrea Lo Schiavo, perché è un professionista e possiede le caratteristiche che mi servono.
Non voglio dire che il mio spettacolo è inclusivo, non voglio sottolineare che è interpretato da persone con disabilità e non voglio dire che è di beneficenza. Voglio che valga quanto Grease.
Prima spettacoli di questo tipo si vedevano magari al Teatro India. Ora andiamo al Brancaccio, all’Arena di Verona, alla Reggia di Caserta, al Lucca Summer Festival. La disabilità diventa un genere separato se la metti da un’altra parte. Se levi l’etichetta, entra nel mondo.
La fantasia sottratta all’infanzia
L’anno scorso un bambino di sette anni mi ha detto: “Ho chiesto all’intelligenza artificiale se esiste Babbo Natale”. Un mondo così è un mondo morto. Vorrei che un bambino dicesse: “Ho chiesto a Babbo Natale se esiste l’intelligenza artificiale”.
Non sono complottista, ma, qualora lo fossi, penserei che i grandi poteri stiano cercando di togliere la fantasia ai bambini. Le dittature sono nate sulla mancanza di cultura. La prossima potrebbe nascere dalla mancanza di fantasia.
La morte del padre e la libertà di non aspettare il permesso
Durante il Covid mi sono fatto molte domande. Poi è morto mio padre, il 22/2/2022. Ho scoperto che la vita è possibile come l’arte.
Molte cose le ho fatte perché nessuno me le aveva chieste. In questo sono molto Down. La maggior parte delle persone non fa le cose perché nessuno gliele chiede. Ho iniziato a farle senza aspettare che qualcuno me lo chiedesse e senza dover convincere nessuno. Questo mi ha dato un grande spazio di libertà.
Dal Babysitter al Badante
In Babysitter i bambini mi portano le loro letterine di Natale e il tema è la fede. Nel Badante saranno le persone anziane a portarmi il loro testamento, e il tema sarà il lasciare andare.
Il badante debutterà il 10 ottobre al Teatro Verdi di Firenze.
Il successo misurato con un “grazie”
A quarantasette anni non mi monto la testa. Un tempo ero felice quando il pubblico mi diceva “bravo”; adesso sono più felice quando mi dice “grazie”.
Un artista è quello che crea liberamente, e io credo di essere una persona estremamente libera».
La fragilità, la spiritualità…
Definire la fragilità una debolezza è una «sciocchezza social. La fragilità è un elemento di grande forza e tutti siamo fragili. Se la mostro, mostro qualcosa che può essere condiviso da chiunque. Siamo abituati a farci vedere forti, ricchi, con tanti follower. Ma quella è una costruzione.
Sono convinto che l’argomento di “domani mattina” sarà Dio, con la D tra parentesi: (D)io. Dentro Dio c’è l’Io. La domanda è: chi sono, in che cosa credo? Credo più in un algoritmo o credo più in Dio? Sono guidato dalle mie paure?.
…e il perdono
Chi perdona più, oggi? Il perdono è la dote dei vincitori. Dentro la parola perdono ci sono “perdo” e “no”. Noi non ci perdoniamo più.