di Alessia de Antoniis
Un bagno pubblico sospeso nel buio. Una donna sola. Una lettera affidata a un registratore quando ormai non resta più niente da salvare. Davide Sacco porta Lettera di una sconosciuta di Stefan Zweig dentro uno spazio asettico e mentale, dove il racconto di un amore assoluto diventa l’autopsia di un’esistenza vissuta nell’ombra.
Un cubo bianco: una teca. Le pareti piastrellate, il lavabo, il wc, la doccia sono ridotti all’essenziale, senza alcun realismo domestico. La protagonista è esposta dentro un contenitore clinico, quasi fosse un reperto: la sua intimità diventa pubblica. Un cubo: una coscienza chiusa da anni dentro un unico amore, una stanza mentale dalla quale non si può uscire.
Una finestra in alto si fa macchina teatrale: la luce cambia con il trascorrere del tempo, eppure lo spazio-tempo della scena sembra restare immobile. Il bagno non si trasforma mai davvero: è la percezione della donna a mutare. Da quel varco entrano la memoria, l’attesa, ciò che è stato e ciò che continua a non passare. Le ombre proiettate sulle pareti sembrano presenze, ricordi, forse sdoppiamenti della protagonista davanti alla propria vita.
Sacco non costruisce una narrazione lineare. La riscrittura parte dalla fine, da un corpo già dentro la febbre e l’agonia, e riattraversa l’esistenza per scarti, ritorni, ripetizioni. L’adolescenza trascorsa a spiare lo scrittore, le scale, i libri, la notte finalmente condivisa, il figlio mai riconosciuto riemergono come frammenti di una memoria incapace di disporsi ordinatamente. Tornano parole e nuclei ossessivi: «mi fai male», «Il mio bambino è morto», «tu che di me non sai nulla, che non mi hai mai conosciuta».
Il centro dell’adattamento non è soltanto l’amore non corrisposto. È il riconoscimento continuamente mancato, la costruzione di un’identità interamente affidata allo sguardo di un altro.
La pièce rende esplicito ciò che nell’amore assoluto della sconosciuta contiene già un nucleo di violenza: per essere desiderata, la donna tenta di cancellare ogni traccia della ragazza che è stata e di assumere la forma che attribuisce al desiderio di lui. Vuole apparire leggera, esperta, disponibile; perfino il dolore del rapporto viene assorbito dentro l’idea dell’amore.
L’esplicitazione fisica e sessuale del rapporto rende più netto questo movimento. La sconosciuta cerca di interpretare la violenza come intensità, il dolore come prova dell’autenticità del sentimento. La maternità rimane segreta; il corpo diventa strumento di scambio, mezzo attraverso cui garantire al figlio una vita socialmente dignitosa. L’amore assoluto non appare più soltanto sublime o distruttivo: diventa un dispositivo capace di modellare una vita intera.
Giordana Faggiano sostiene da sola cinquantacinque minuti di esposizione ininterrotta. La sua è una prova fortemente fisica: il corpo si piega, si contrae, cade; il respiro si spezza, il pianto attraversa il racconto senza ridursi a semplice commento emotivo. La disperazione è la temperatura dominante dello spettacolo.
Il testo che porta in corpo è un flusso ossessivo, che torna sempre sulle stesse parole: un nome ripetuto tre volte, un “no” gridato e poi negato, un “mi fai male” scandito a raffica come una percussione. La richiesta di essere vista ritorna, si inceppa, si trasforma in ossessione.
Il monologo insiste su questa sostituzione: “la donna che ti piace”, “la donna leggera”, “la donna esperta”. Un catalogo di maschere che la protagonista prova su di sé come un abito, mentre la persona che è stata si assottiglia fino a scomparire. Non è soltanto un uomo a non riconoscerla: è lei che, per essere vista da lui, smette progressivamente di riconoscersi.
La Faggiano regge l’operazione e restituisce con il corpo quello che il testo dichiara a parole: una donna che si disfa di sé stessa un pezzo alla volta, pur di restare dentro lo sguardo che la ignora.
Il suo corpo, continuamente in crisi, contrasta con l’impianto visivo controllato, geometrico, quasi immobile. La scena trattiene, l’attrice esplode.
Sacco non lavora per sottrazione. Procede per accumulo, ripetizione, pressione; con una regia che non cerca tregue né neutralità, ma trasforma il monologo in una lunga esposizione del corpo al ricordo.
Accanto al water, il portascopino diventa un improbabile vaso per un fiore bianco. È un’immagine minima, quasi grottesca: una forma di bellezza collocata nel luogo dello scarto, come se anche lì fosse ancora possibile salvare qualcosa.
Alla fine, il vero destinatario della lettera non sembra più soltanto l’uomo che non l’ha mai riconosciuta. È la donna stessa, che per la prima volta guarda la propria esistenza senza attraversare gli occhi di lui. Ma la lucidità arriva quando ogni possibilità di riscriverla è ormai terminata.
La messa in scena con cui Sacco debutta al Campania Teatro Festival convince soprattutto per la coerenza del dispositivo visivo e per la capacità di restituire al testo il suo dolore. Tecnicamente la Faggiano è già lì: fisico, voce, tenuta scenica non si discutono. Manca ancora il passo che porta il cuore ad affiancare la tecnica, quello che trasforma una prova solida in uno spettacolo che stringe lo stomaco.
LETTERA DI UNA SCONOSCIUTA
Biglietti da Stefan Zweig
con Giordana Faggiano
testo e regia Davide Sacco
scene Luigi Sacco
luci Luigi Della Monica
costumi Luciana Donadio
musiche Arturo Annecchino
assistente alla regia Enrico Spelta
direttore di produzione Luigi Cosimelli
produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale e LVF/Teatro Manini di Narni
Teatro Nuovo, 12 luglio
Durata: 55 minuti