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Maccarinelli: "Vogliamo che il teatro Parioli sia un luogo che si apre alla città"

Inaugurata in pandemia, la nuova gestione del Parioli segna una vittoria: il riconoscimento come centro di produzione. Intervista al direttore artistico Piero Maccarinelli.

Maccarinelli: "Vogliamo che il teatro Parioli sia un luogo che si apre alla città"

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9 Luglio 2022 - 17.11


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A Roma, dove molti teatri non sono sopravvissuti alla pandemia, il teatro Parioli continua la nuova tappa del suo viaggio. La direzione di Michele ed Enzo Gentile e del direttore artistico Piero Maccarinelli, iniziata nel 2020 e giunta alla seconda stagione, ha già raggiunto uno strepitoso traguardo: il teatro Parioli è stato riconosciuto centro di produzione.

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Un cartellone che bilancia teatro classico, nuova drammaturgia, danza e musica, per andare incontro a un pubblico eterogeneo e che si adegua ai tempi che cambiano.

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“L’identità del Parioli deve essere ancora costruita”. Così il direttore artistico Piero Maccarinelli che, nel cuore di un annus horribilis, ha raccolto la sfida di Michele Gentile di ridare vita allo storico teatro romano.

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“Abbiamo iniziato lo scorso anno, in piena pandemia. La nostra filosofia è stata quella di non essere rigorosi tranne che sulla qualità dei progetti, delle regie e delle interpretazioni. Non è una questione di teatro d’arte o teatro di intrattenimento. Il punto è riuscire a mettere insieme un cartellone che offra un prodotto di qualità.

Abbiamo cercato di creare un’alchimia che tenesse conto del pubblico storico del teatro Parioli, ma anche del pubblico giovanile che abbiamo notato lo scorso anno essere numeroso.

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All’interno verrà aperto il bistrot, con dei punti Internet per lasciar lavorare i ragazzi durante la giornata, e che la sera accolga gli spettatori per un aperitivo prima dello spettacolo. Il progetto del Parioli è quello di essere uno spazio accogliente che possa far sentire a casa.

Una particolarità della nuova co-direzione è quella di dare spazio ad attori resi famosi dalla televisione, ma che sappiano muoversi sulle tavole del palcoscenico…

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Fa parte della nostra mission: dare spazio ad attori conosciuti, ma che avessero dimestichezza col teatro, che non frequentassero i palcoscenici teatrali solo occasionalmente. Fare televisione va benissimo. Alcuni grandi attori che noi oggi rimpiangiamo, sono nati con le serie televisive. Attori del calibro di Anna Maria Guarnieri o Alberto Lupo. Molti altri, che venivano dal teatro, hanno fatto grande la televisione ai tempi degli sceneggiati. L’importante è che sappiano fare teatro. Serena Autieri, che ho diretto ne “La Menzogna” di Zeller, per me è stata una rivelazione. Una bravissima attrice non solo televisiva. Se la televisione è fatta bene, benvenga: io non ho pregiudizi.

In cartellone abbiamo attori come Tullio Solenghi, Ale e Franz, Riccardo Rossi, Cesare Bocci, Massimo Ghini, Paolo Ruffini, Euridice Axen e tanti gli altri che sono noti in televisione.

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Quindici anni fa fondai l’associazione “Artisti Riuniti” per fare incontrare attori di cinema e di teatro. Ma c’erano presupposti diversi. Quando abbiamo prodotto due spettacoli di Cristina Comencini, c’erano la Buy, la Ferrari, la Masiero e la Melillo che prendevano, tutte, 350 euro lordi al giorno. Questa era la nostra regola: se volete fare teatro, noi vi accogliamo, ma a cachet contingentato. Poi il mercato è cambiato. Alcune produzioni hanno iniziato a dare cachet irragionevoli alle star e ci siamo trovati con bravissimi attori teatrali che prendevano meno di quelli che venivano dalla televisione. Questo ha corrotto il mercato. In teatro non puoi pagare cachet da migliaia di euro.

Il Parioli è stato riconosciuto centro di produzione dopo una stagione. Quali sforzi ha richiesto una simile operazione?

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Gli sforzi sono stati quelli di continuare a proporre operazioni popolari e di qualità allo stesso tempo. È un percorso che ci porta ad avere molti più spettacoli prodotti da noi rispetto allo scorso anno e ad aumentare le giornate lavorative degli artisti.

Tra le nostre produzioni, “Il colpevole” scritto e diretto da Emanuela Giordano dal 19 al 23 ottobre. “Atti scenici in luogo pubblico”, con Ale e Franz, regia di Alberto Ferrari, dal 26 ottobre al 6 novembre. Ancora “FRED!” dal 26 dicembre all’ 8 gennaio, con Roy Paci e Matthias Martelli e con la regia di Arturo Brachetti.

E poi “Il figlio” di Zeller e “Quasi amici”, due drammaturgie che sono diventati anche film.

Nonostante siate un teatro privato, date spazio all’Accademia Nazionale Silvio D’Amico e al Centro Sperimentale di Cinematografia…

Ho sempre combattuto perché il CSC e L’Accademia Silvio D’Amico avessero degli spazi importanti nei teatri nazionali e nei teatri stabili. Essendo le due più prestigiose scuole di teatro riconosciute dallo Stato con sede a Roma, mi sembrava doveroso che gli attori usciti da queste due strutture si presentassero nei teatri romani. In quest’ottica siamo davvero felici di ospitare due saggi finali degli studenti di queste accademie ai quali è giusto dare visibilità.

È un compito che istituzionalmente spetterebbe a tutti i teatri nazionali percettori di fondi statali…

È una battaglia che ho combattuto in passato. Noi percepiamo i fondi e noi lo facciamo.

Spettacoli com “Il colpevole”, “Il figlio” e “Agnello di dio” parlano di il razzismo, diversità, problematiche giovanili…

“Il figlio” tratta proprio delle incomprensioni generazionali tra i cinquantenni che puntano alla carriera e i ragazzi adolescenti. Nella stessa ottica si inserisce “Agnello di Dio”, dove un ragazzino diciassettenne si confronta con un genitore e una preside di una scuola cattolica che non capiscono il suo disagio.

Quello del disagio giovanile mi sembra un tema importantissimo. Siamo felici di affrontarlo con queste drammaturgie. Sono tematiche sulle quale ci dovremo confrontare più spesso. I ragazzi hanno bisogno di guide e se non le trovano fuggono in altre direzioni: ciò accade se i cinquantenni non sono capaci di essere guide perché troppo assorbiti dalla loro voglia di carriera. Autori come Mencarelli e Zeller affrontano queste problematiche.

E un teatro che vuole essere anche una casa, deve confrontarsi con i temi importanti della società. Non solo proporre un teatro di evasione.

Tranne Cecov, Goldoni e una rielaborazione di Sofocle, il resto del vostro cartellone ha nuova drammaturgia. Quindi non è vero che il teatro è costretto a riproporre sempre autori classici per la mancanza di nuovi?

Finora io ho firmato centoventi regie, un centinaio delle quali di autori contemporanei. Secondo me, l’autore italiano è vivo, vegeto e anche molto interessante. A parte quelli che sono già diventati dei classici come Giuseppe Manfridi, Edoardo Erba, Roberto Cavosi, Ruggero Cappuccio ed altri, ce ne sono di interessantissimi anche tra i giovani. Non è vero che non ci sia drammaturgia italiana contemporanea. Bisogna aver voglia di metterla in scena, magari rischiando.

Il Parioli non ha un capo, ma una direzione a più voci. Mi viene in mente il sodalizio tra Strehler e Grassi al Piccolo. La chiave del successo nei teatri sta nel lavoro di squadra?

Non si toccano i semidei. Quella, poi, è stata una condizione particolare, si doveva ricostruire l’Italia. Sono stato assistente di Strehler. I teatri che funzionano meglio sono quelli che sono stati fondati dagli artisti. Il Franco Parenti funziona benissimo, così come l’Elfo Puccini. Il problema è quando un edificio non ha un’anima intorno: l’anima non la dà solo il direttore, ma un ensemble. È successo anche con Strehler: se non ci fossero stati Pino Carraro, Valentina Cortese e altri intorno a lui, forse non sarebbe accaduto nulla. È successo con Andrée Ruth Shammah e la cooperativa Lombardo per il Franco Parenti. Speriamo che nel nostro piccolo riusciamo ad aggregare una serie di artisti intorno a noi. Questo è lo spirito. Purtroppo in Italia è uno spirito poco praticato. È più praticata l’invidia. Ma con l’invidia non si va da nessuna parte.

Un teatro non è una parrocchia, è una casa per tutti. Per questo al Parioli abbiamo scelto di essere eclettici, di far entrare tutti nella nostra programmazione. Abbiamo dato spazio al teatro per i ragazzi. Ci saranno le letture di quattro autori tedeschi contemporanei. Una rassegna sull’opera, i lunedì, per invogliare le persone a capire la lirica. Serate musicali e presentazioni di libri. Il teatro deve essere un luogo che si apre alla città, non con il narcisismo ma con generosità.

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