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Romanzo storico: Carmine Mari racconta il 'Fiore di Minerva'

Il fiore di Minerva del salernitano Carmine Mari conferma il talento di questo autore appassionato di vicende che affondano le radici nel Mediterraneo e, soprattutto, nella storia della sua splendida città.

Romanzo storico: Carmine Mari racconta il 'Fiore di Minerva'
Carmine Mari

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30 Giugno 2022 - 21.35


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di Rock Reynolds

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Un tempo, certe distinzioni non venivano fatte. Ricordo quando uscì Il nome della rosa di Umberto Eco. Un mio anziano conoscente me ne parlò in termini entusiastici, aggiungendo, forse per stimolare la mia curiosità di giovane lettore di noir, che in un certo senso era una giallo. Non mi disse, invece, che era un romanzo storico, pur sottolineandone l’ambientazione medievale. Fu proprio quel libro a riportare in auge una delle forme più nobili della narrativa: quella, appunto, del romanzo storico, finito troppo presto e senza tante cerimonie nel dimenticatoio. Potenza del marketing, verrebbe da dire. Da allora, si è assistito a una crescita esponenziale delle storie ambientate nel passato, soprattutto in epoche che per il nostro paese hanno rappresentato importanti crocevia culturali e fasi ricche di episodi sanguinosi. E non è una bizzarra casualità che, prima dell’avvento di Elena Ferrante, l’ultimo romanzo italiano abbondantemente venduto e letto nel mercato angloamericano sia stato proprio Il nome della rosa.

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Non scordiamoci, in fondo, che molti libri che hanno segnato il cammino della letteratura italiana sono veri e propri romanzi storici: I promessi sposi di Alessandro Manzoni e I viceré di Federico De Roberto, per citarne due. E che dire di super classici internazionali come Il signore di Ballantrae dello scozzese Robert Louis Stevenson, I tre moschettieri del francese Alexandre Dumas e Guerra e pace del russo Lev Tolstoj? Anche questi, ovviamente, romanzi storici, nonostante al tempo nessuno li etichettasse in quel modo.

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Il fiore di Minerva (Marlin Editore, pagg 422, euro 18) del salernitano Carmine Mari conferma il talento di questo autore appassionato di vicende che affondano le radici nel Mediterraneo e, soprattutto, nella storia della sua splendida città. Mari, giusto l’anno scorso, aveva dato alle stampe Hotel d’Angleterre, spy story ambientata nel 1911 e vincitrice del premio “Giallo al Centro”, ma con questa sua nuova fatica alza notevolmente l’asticella e regala ai lettori una prova convincente in cui ricostruzione storica, intrico narrativo e passione vengono dispensati a piene mani.

La vicenda prende le mosse dall’affondamento da parte del Nibbio, un’imbarcazione ai comandi dell’ex-conquistador Héctor, di un brigantino corsaro, presumibilmente al soldo della corona francese le cui ambizioni sulla penisola e, soprattutto, sul regno di Napoli non sono un segreto. Sbarcato in quel di Salerno per consegnare alle autorità alcuni documenti trovati addosso al capitano corsaro, unico superstite del cannoneggiamento del suo brigantino, il capitano Héctor impiega poco a capire che anche la corte locale è un covo di serpi e che dietro certe apparenze si nascondono segreti inconfessabili, vizi turpi, sete di potere e predisposizione alla violenza. Anche perché un falso medico fa visita al prigioniero, che subito dopo muore, cancellando di fatto l’unica testimonianza vivente di quanto si sta tramando nell’annosa lotta per il potere tra i regni di Francia e Spagna. Quando lo stratigoto – il magistrato del posto – viene ucciso e vengono ritrovati i resti di una bambina scomparsa misteriosamente molti anni prima, la nebbia si infittisce e Héctor dovrà muoversi con passo felpato per evitare di cadere in accuse di tradimento e di pestare piedi intoccabili. L’incontro con la fascinosa speziale Costanza è una tappa ineludibile del percorso di redenzione personale dell’ufficiale ispanico, il cui sonno è tuttora preda dei raccapriccianti ricordi di morte e sofferenza in America Latina.

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Dunque, gli appassionati del genere da oggi possono contare su un eroe nuovo, il capitano Héctor dell’Estremadura, un personaggio romantico e moderno al tempo stesso, da affiancare a icone senza tempo come il capitano Alatriste, uscito dalla penna di Arturo Pérez-Reverte, e Adso da Melk di Umberto Eco.

Il fiore di Minerva non teme confronti in un panorama di genere all’interno del quale spesso si magnificano le virtù di autori e opere non esattamente brillanti. Il tono e il linguaggio si fanno apprezzare tanto quanto la moltitudine di personaggi che impreziosiscono la narrazione. Il fiore di Minerva è uno dei migliori romanzi storici italiani degli ultimi anni e qualcosa lascia intendere che l’autore, Carmine Mari, abbia ancora tante frecce da scoccare. Mari ha le idee chiare, come si evince dalle sue stesse parole.

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Da dove nasce la sua passione per il romanzo storico?

Credo dalle letture giovanili di Salgari e Stevenson, tanto per fare due nomi, e da romanzi di avventure in mari burrascosi e posti lontani nel tempo e nello spazio. La storia in fondo è un viaggio a ritroso nel tempo e in quei racconti ho trovato il corollario epico per accrescere l’immaginazione. La storia di per sé è già un racconto che soddisfa il desiderio dell’uomo di ascoltare fabulae. Inoltre, il presente invecchia subito.

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Uno dei cardini stessi del genere è la ricostruzione, necessariamente approfondita e a prova di critico puntiglioso. Lei come si documenta e, soprattutto, come lo ha fatto per Il fiore di Minerva?

Scrivere è prima di tutto leggere, divorare romanzi, libri di saggistica, alimentare il fiume di parole che ti scorre dentro. Per un romanzo a sfondo storico hai bisogno di trovare ambienti, termini, personaggi e fatti.  Per Il fiore di Minerva sono partito dalla biografia del principe Ferrante Sanseverino, un personaggio davvero fantastico, pieno di contraddizioni, generoso ma occulto negli odi, coraggioso ed estremamente vanitoso. Ne ho lette diverse, per farmi un’idea più ampia possibile, e mi sono convinto che non doveva essere lui il personaggio principale del romanzo: troppo ingombrante. Però, la sua presenza aleggia e condiziona. Bella e interessante è stata la lettura di un tomo incredibile sulla storia di quel periodo, La Cristianità in frantumi – 1517-1648, di Mark Greengrass (Ed. Laterza), per avere una panoramica storico-socio-culturale necessaria.

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Un paio d’anni fa, visitai i Giardini della Minerva di Salerno. Bellissimi e pieni di storia. Quanta verità c’è in quello che racconta nel tuo romanzo?

Il romanzo fa ampi riferimenti alla Scuola medica salernitana. Costanza Calenda, uno dei personaggi cardine assieme al protagonista, è una medichessa realmente vissuta nel XIV secolo. Le donne medico a Salerno erano una realtà importante, a partire dal XI secolo, con Trotula de’ Ruggiero, indiscussa magister, capostipite di una tradizione medica femminile che coniugava la cura del corpo e quella dello spirito; la bellezza esteriore è il riflesso di una sana autostima per una donna. Visione estremamente moderna. Il giardino della Minerva è un luogo magico, un posto dove le numerose piante officinali che vi crescono rappresentano la storia della medicina e la testimonianza vivente della cultura sincretica della Scuola medica salernitana. 

Quali sono il diverso ruolo e la diversa storia di Salerno rispetto alle vicine Napoli e Amalfi?

Salerno, a partire dal VIII secolo, con il principe longobardo Arechi, ha avuto un periodo di splendore, diventando capitale di un vasto territorio, un ducato comprendente parte della Campania, Puglie e Calabrie. C’erano anche Capri e Sorrento tra i suoi domini, giusto per fare un esempio. Un periodo aureo durato un paio di secoli, fino all’arrivo degli Svevi. Con Federico II, Napoli diventerà ben presto la capitale a tutti gli effetti e una metropoli di importanza fondamentale nel quadro del Mediterraneo. Basti pensare all’università e al programma di espansione urbana. Amalfi, con una forte identità, lottava per conservare la propria autonomia da Salerno, minacciata persino da navi corsare salernitane. Tuttora, le tre città formano qualcosa di simile, ma l’Italia, si sa, è la patria dei mille comuni.

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