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Pandemia, genitori e insegnanti: come ripartire “con” e “da” questi ragazzi?

In libreria il volume dello psicoterapeuta Matteo Lancini, Cosa serve ai nostri ragazzi. I nuovi adolescenti spiegati ai genitori, agli insegnanti, agli adulti (Utet 2020 pp. 110 € 14)

Pandemia, genitori e insegnanti: come ripartire “con” e “da” questi ragazzi?
Pandemia scuola

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18 Maggio 2022 - 11.05


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di Antonio Salvati

In un tempo in cui facciamo fatica ad identificarci negli altri, spesso nelle persone care che ci vivono accanto, alcuni libri risultano essere delle bussole preziose. Siamo in un tempo difficile e c’è bisogno di orientamento, di ispirazione. E’ il caso del volume dello psicoterapeuta Matteo Lancini, Cosa serve ai nostri ragazzi. I nuovi adolescenti spiegati ai genitori, agli insegnanti, agli adulti (Utet 2020 pp. 110 € 14). L’emergenza pandemica che abbiamo vissuto e stiamo ancora vivendo ha rimesso la scuola e il mondo degli adolescenti al centro dell’attenzione del Paese. Soventemente ci siamo detti che i bambini della scuola primaria e gli adolescenti delle scuole superiori hanno sopportato sulle loro spalle il prezzo più grande di questa pandemia perché gli è stato tolto un pezzo della loro giovinezza, della loro vita, della loro crescita. Non c’è sviluppo umano completo, infatti, senza relazioni interpersonali. Molti genitori e insegnanti – ha osservato Marco Impagliazzo – hanno visto figli e studenti chiudersi in sé stessi, ritrovarsi più “spenti” o “arrugginiti”, più fragili emotivamente e caratterialmente, più in difficoltà di fronte agli ostacoli di ogni giorno, in famiglia, a scuola, con gli amici. Senza contare le segnalazioni di minori che non frequentano più la scuola, che hanno gettato la spugna. Il pensiero va soprattutto agli adolescenti che vivono nelle grandi città, magari in piccoli appartamenti: una condizione oggettivamente durissima di sradicamento e di chiusura. Stanchezza, incertezza, apatia hanno colpito un’intera generazione. Che fare? Come ripartire “con” e “da” questi ragazzi? La crisi della pandemia ha generato un’enorme miniera di riflessioni, analisi e progetti, ma dalle parole ora bisogna passare ai fatti. E il libro di Lancini lo fa con realismo e saggezza, provando a sognare la scuola al di là delle troppo facili profezie sul futuro. La generazione Covid è rimasta segnata dalla crisi, ereditando un senso di vulnerabilità. Sappiamo bene le conseguenze della prolungata chiusura delle scuole sul piano degli apprendimenti e delle relazioni umane tra bambini e adolescenti. Un miliardo e mezzo di minori nel mondo sono rimasti a casa; la chiusura delle scuole ha riguardato circa il 90% degli studenti del mondo. Si accrescono così le disuguaglianze educative, con il grande rischio che aumenti la dispersione e i bambini e gli adolescenti già fragili la lascino per sempre.

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Un libro rivolto a noi adulti, una riflessione sul modo in cui abbiamo cresciuto questa generazione, perché, oggi, le generazioni trovino un ponte per parlarsi davanti a questa enorme difficoltà collettiva. Infatti, per l’autore nel corso degli ultimi gli adulti – solitamente bravi nell’accusare rapidamente gli adolescenti – hanno allestito un modello educativo per il quale tutto quello che ritenevamo bello e importante per i «bambini diventa brutto e cattivo con l’adolescenza, tutto sbagliato e, comunque, del tutto esagerato». In tal modo, abbiamo «costituito la più significativa emergenza educativa degli ultimi tempi: una precocizzazione e adultizzazione del bambino (mandando in giro i nostri bambini che noi adoperavamo al primo anno di università) a cui facciamo seguire una infantilizzazione dell’adolescente. Accade in tutti gli ambienti: famiglia, scuola e internet. In alcuni casi persino nei servizi dediti alla consultazione psicologica e presa in carico psicoterapeutica dei più giovani. Si tratta di una vera e propria emergenza educativa, perché da troppo tempo non si riesce ad adattare il modo di funzionare delle più importanti istituzioni, e di declinare il proprio ruolo adulto, tenendo in considerazione le caratteristiche affettive e relazionali di ex bambini cresciuti come volevamo e che non ci riusciamo a godere in alcun modo in adolescenza». In realtà, i nuovissimi adolescenti «non hanno alcuna intenzione di confliggere con gli adulti e, anzi, ricercano più che in passato figure autorevoli capaci di sostenerli nel percorso evolutivo adolescenziale. A patto che li si tratti per quello che sono, non per quello che è lo stereotipo dell’adolescenza che spesso abita la mente di generazioni adulte cresciute con il mito dell’invidia del pene, del testosterone maschile, delle mestruazioni di cui vergognarsi, della sessualità repressa e della ribellione giovanile. Oggi gli adolescenti non sono trasgressivi, non sono dominati dalla colpa; hanno visto diradarsi, insieme al padre, anche i miti edipici, crescendo nella mitologia della madre virtuale e dello sdoganamento del Sé e delle esigenze individuali. Conviene accettare questo dato: la trasgressione non esiste più, il problema centrale dell’adolescente del nuovo millennio è la delusione. Se in passato la strada maestra per realizzare i compiti evolutivi adolescenziali era la trasgressione alla norma e alla regola, oggi si cresce affrontando la delusione. Nessun adulto da abbattere, nessuno stato, chiesa, padre, norma superegoica da contrastare ma aspettative ideali su di sé, talmente elevate da risultare irraggiungibili». In questo modo gli adulti spesso perdono credibilità, perché si relazionano e utilizzano dispositivi educativi adatti al funzionamento adolescenziale di qualche decennio addietro. Le piazze di internet sono frequentate da adolescenti narcisisti, che gli adulti trattano come se fossero tradizionalmente oppositivi e ribelli, «mentre sono solo originalmente spregiudicati, a seguito di modelli interiorizzati che li rendono bisognosi di riconoscimento, successo e popolarità. “Chissà come mai? Ma da dove gli sarà mai venuta questa fissa di diventare ricchi e famosi?”». Le ragazze e i ragazzi del nuovo millennio sperimentano un pervasivo conflitto tra aspettative ideali, edificatesi lungo le strade dell’infanzia, e cosa si diventa e si è davvero al momento della seconda nascita sociale e del corpo. Adolescenze in cui – questo è il punto nodale – «non ci sente mai abbastanza belli, mai abbastanza popolari». I sentimenti prevalenti del disagio odierno sono la vergogna e una rabbia spesso non espressa, per il mancato successo e la delusione inferta a sé e ai propri genitori. Sentirsi brutti, inadeguati, impopolari «non è certo facile da elaborare se provieni da un universo infantile fatto di anticipazioni e aspettative e devi avanzare in una società dell’immagine, dei social, della notorietà a tutti i costi e dell’individualismo».

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Il libro è una miniera di indicazioni e di suggestioni educative. Ma per quanto riguarda gli adolescenti, oggi la priorità è l’educazione al fallimento, «aiutarli a tollerare la delusione per ciò che non è stato e sostenerli nella riorganizzazione della speranza di un futuro possibile».

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Gli adulti e soprattutto i genitori, devono iniziare ad accettare i fallimenti che la crescita di un figlio inevitabilmente comporta, così come i docenti devono puntare di più sulla relazione. Frustrazione e mortificazione – spiega Lancini – non educano al fallimento, non fortificano, né rendono più consapevole dei propri limiti l’adolescente odierno. Quando sapremo «essere delusi da questo dato di realtà, liberarci da questo convincimento, avremo già fatto un grande passo in avanti in termini di rigore e autorevolezza adulta». È ora di essere – anzi, di tornare ad essere – adulti influencer. Magari iniziando ad essere interessati alle scelte virtuali effettuate dai propri figli. Bisognerebbe aiutare i ragazzi a utilizzare internet invece di demonizzarla. Ipocritamente gli adulti, i quali ogni giorno creano con i loro comportamenti una società nella quale attingono in maniera abbondante alla tavola di internet e dei social, e poi fanno la predica dicendo che invece il mondo è tutt’altra cosa. E i ragazzi che davanti alla fragilità di questi adulti che cosa fanno? Cercano il successo, la popolarità a tutti i costi. E se cercano la popolarità la scuola dice che sono dipendenti da internet, la famiglia si preoccupa, «e così gli adolescenti piuttosto che arrabbiarsi, come purtroppo succede ed è per questo che un po’ mi accaloro, invece di arrabbiarsi, attaccare, contestare, attaccano sé stessi».

Servono madri e padri autenticamente incuriositi dai motivi per i quali il figlio o la figlia abbia deciso di frequentare proprio quell’ambiente virtuale a fronte di numerose opzioni. Gli adolescenti del nuovo millennio sono costretti a sperimentare, allenare e rischiare sé stessi sulle strade virtuali della crescita. Allora non esitiamo a chiedere: «“Come è andata oggi in internet?”, “Stai procedendo in internet o rimani indietro?”, “Trascorri le ore da solo con quei giochini da preadolescente o stai finalmente giocando con qualcuno e facendo nuove amicizie?”. Si sa, può essere che l’adolescente non risponda, ma se non chiediamo, e pensiamo solo a limitare, avremo ben poche possibilità di comprendere aspetti identitari importanti dei nostri figli e, soprattutto, di essere coinvolti, come adulti autorevoli, nel momento in cui è in difficoltà o in cui sta correndo qualche rischio. Nella propria stanza, collegati alla rete, si può studiare, entrare in una biblioteca, parlare con qualche amico, cercare una modalità per morire volontariamente».

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Ogni adolescente non è una categoria, è una persona con una traiettoria unica. Spesso i figli sono diversi anche all’interno di una stessa famiglia. Se ce ne sono due o più di due, hanno bisogno di regole diverse. Figuriamoci, inoltre, se provengono da contesti geografici e sociali diversi. L’importante è considerare ogni giovane un soggetto unico che merita adulti che lo guardino e lo raggiungano là dove è al di là di ogni stereotipo.

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