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Dorothy Day: la rivoluzionaria cattolica a stelle strisce

Siamo una rivoluzione-Vita di Dorothy Day, è l’esauriente e avvincente biografia di questa figura pressoché unica nella storia americana, scritta da Giulia Galeotti

Dorothy Day: la rivoluzionaria cattolica a stelle strisce
Dorothy Day

globalist

21 Marzo 2022 - 14.38


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di Rock Reynolds

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In quest’epoca di totalizzazione mediatica, anche una guerra rischia di diventare spettacolo, trascinando ogni aspetto del vivere dentro una voragine che si pensava avesse una fine meno profonda. Persino la chiamata universale alla beneficienza e alla condivisione delle sofferenze altrui finisce per suonare vuota, di facciata.

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Questa carità patinata non l’avrebbe facilmente digerita Dorothy Day (1897-1980), giornalista e attivista sociale, donna straordinariamente rivoluzionaria e attuale al tempo stessa. La sua crociata per gli ultimi della società americana e il suo quotidiano spendersi per i diritti dei lavoratori – che nei democraticissimi Stati Uniti hanno a lungo assommato al nulla – l’hanno accompagnata fin dall’adolescenza, lei che veniva da un’anomala famiglia borghese: padre giornalista sportivo, ateo, e madre cristiana evangelica all’acqua di rose. Quasi per contrasto, Dorothy abbracciò la fede cattolica, mostrandosi fin da giovane poco propensa alle verità preconfezionate e assai riluttante a dare per scontato il dogma sociale a stelle e strisce del successo economico come massima incarnazione della grazia divina.

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«Siamo una rivoluzione» Vita di Dorothy Day, (Jaca Book, pagg 485, euro 29) è l’esauriente e avvincente biografia di questa figura pressoché unica nella storia americana. A rendercene un ritratto vivido e ricco di dettagli che la collocano perfettamente nel suo tempo è Giulia Galeotti, responsabile delle pagine culturali de L’Osservatore Romano, a cui abbiamo rivolto qualche domanda per capire meglio questa figura complessa.

Cosa l’ha spinta ad accostarsi a un personaggio come Dorothy Day?

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Dorothy Day ha veramente attraversato tutto il Novecento, dal Village degli anni Dieci fino alla morte di Papa Luciani, passando per le rivendicazioni delle suffragette, l’opposizione alla guerra del Vietnam, la rivoluzione cubana o importanti richieste avanzate ai padri conciliari nell’imminenza o durante il Vaticano II. Così negli anni – che mi occupassi di lotta per il voto universale, di rivendicazioni dei neri americani o di persone con disabilità intellettiva – mi ritrovavo spesso a incontrare questa signora americana che non sorrideva mai nelle foto, ma che poi avrei scoperto che era molto allegra e dotata di un grandissimo senso dell’umorismo. Ma chi era davvero? Iniziai a leggere qualche suo scritto o qualche articolo su di lei, ma continuava a sfuggirmi e a incuriosirmi. Poi incappai in un’insegna a New York: The Catholic Worker. Non era il movimento di Dorothy Day? Esisteva ancora? È nato tutto così, un po’ in sordina, per caso. Quando lo raccontavo agli amici, inizialmente mi guadavano storto. Della serie, “Ma che ti importa della fidanzata d’America?”. Nulla: infatti era Dorothy, non Doris!

Quali sono le cose più significative realizzate dalla Day?

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Quella da cui scaturisce tutto il resto: Dorothy Day non si è limitata ad accogliere gli ultimi d’America (i poveri, i disoccupati, i malati mentali, i carcerati, i neri, gli immigrati, gli analfabeti), ma ha scelto di vivere con loro. Letteralmente: di abitare nelle stesse case, di mangiare alla stessa tavola, di usare gli stessi bagni, di indossare gli stessi abiti. Un uomo che l’ha conosciuta, pur stimandola tantissimo, mi disse che “emanava povertà”, e non era affatto un complimento. Poi ha fatto mille altre cose, tra cui indicare a noi giornalisti il senso vero di questa professione.

Le pare un’eresia se dico che la figura di Dorothy Day si inserisce a pieno titolo nella filosofia pastorale dell’attuale pontefice?

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Credo che la chiave di questo pontificato sia la messa al centro di quelli che Bergoglio definisce “gli scarti”: i migranti, i diseredati, i poveri, le persone con disabilità, gli anziani, le vittime della tratta, gli schiavi moderni… Ed è esattamente quello che Dorothy Day ha praticato nella sua lunga vita. Quindi non è affatto un’eresia! Del resto, quando nel settembre del 2015 Francesco, nel corso del primo discorso mai pronunciato da un pontefice davanti al Congresso statunitense, indicò quattro “grandi” americani: oltre ad Abraham Lincoln, Martin Luther King e Thomas Merton, citò proprio la Day! Un’inclusione storica, perché mai prima un papa aveva riconosciuto una donna, laica, come figura fondamentale nello sviluppo dei valori di un paese. Non solo: quando Bergoglio si affacciò alla Loggia delle Benedizioni la sera del 13 marzo 2013 senza oro, mozzetta e rocchetto ma con solo una semplice croce al collo, assumendo un nome che nessun papa mai aveva osato, in lui c’era qualcosa che richiamava la granitica semplicità di Dorothy Day.

C’è anche chi pensa nel mondo cattolico che ci siano peccati più gravi di quelli della carne. Come si pone la figura di Dorothy Day a tal proposito?

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Una delle cose che più mi hanno affascinata di Dorothy Day è la sua complessità. Fu una radicale convertitasi al cattolicesimo; un’anarchica che si sottomise all’autorità ecclesiastica; una madre single che difese i valori tradizionali della famiglia. Non saprei dire quale fosse per lei il peccato più grave, per cui rispondo con un concetto semplicissimo da lei espresso nel corso di un’intervista televisiva del 1971: «Se tuo fratello ha fame gli dai da mangiare, non lo metti alla porta, non gli dici “vattene”». Forse il peccato più grande per Dorothy Day era quel “vattene”.

La società americana, di stampo evangelico, ha una base puritana. Come fu accolta nel suo paese Dorothy Day, ribelle e poco incline al perbenismo?

Malissimo! Ma non tanto perché ribelle (di fatto, dopo lo shock iniziale, i ribelli piacciono sempre molto a tutti), quanto perché sostenere – non solo a parole, ma in modo concreto – che il discorso della montagna non è solo un bel testo poetico, ma che contiene principi da mettere in pratica qui, ora e sempre, non è un messaggio facile da accogliere. Ad esempio il suo atteggiamento verso la guerra, tema oggi tornato tristemente in prima pagina: fu una pacifista integrale e, sebbene Dorothy Day e il suo giornale siano stati tra i primi negli Stati Uniti a denunciare i crimini di Hitler contro gli ebrei, assolutamente contraria all’intervento americano nella Seconda guerra mondiale, una scelta molto impopolare. Fu, infatti, quello il momento in cui il movimento Catholic Worker rischiò di spezzarsi e lei restò praticamente sola, senza però cedere. Il comandamento “Non uccidere” vale sempre.

Quale fu il percorso della Day nell’abbracciare il cattolicesimo?

C’è un episodio centrale nella sua infanzia: nel 1906 viveva con la famiglia a Berkeley quando il drammatico terremoto di magnitudo 7.8 sconquassò la California. Un evento che avrebbe segnato per sempre la sua vita: il calore umano, la bontà, l’inattesa gara di solidarietà che scattò immediatamente tra la popolazione sono semi tenaci. La domanda che la bambina Dorothy iniziò a farsi fu per quale motivo anche nel resto del tempo la comunità non potesse farsi carico dei suoi membri più fragili. I problemi e le ingiustizie la Day le vide sin da piccola, continuò a vederle da giovanissima cronista per le strade di New York a inizio Novecento, ma non trovò risposte soddisfacenti, finché non scoprì la Chiesa cattolica. Non la Chiesa dei potenti, dei ricchi e dei soddisfatti, bensì quella dei poveri che pregavano in ginocchio, degli immigrati che accendevano una candela e che marciavano con l’immagine della Madonna di Guadalupe.

Che rapporto ebbe la Day con il potere?

Pessimo. Litigò con ogni forma di potere: politico, religioso, economico. Non le interessava e in esso vedeva il male. Anche in questo fu anarchica fino alla fine dei suoi giorni: la responsabilità personale per lei era il fulcro di tutto. La Day fu una donna di comunità, una donna della Montagna, una donna di rivoluzione: tre aspetti incompatibili con il potere.

Ci racconti un aneddoto significativo della vita della Day.

Conobbe veramente tutti, dialogò con tutti. Con molti, anche con gli amici, discusse e litigò. Nei suoi diari, nelle sue lettere, nelle sue giornate incontriamo Margaret Sanger, Martin Luther King, Joan Baez, Castro, i Kennedy, Daniel Berrigan, Danilo Dolci, Ignazio Silone, Giovanni XXIII, il sindacalista messicano César Chávez. Ma facciamo soprattutto la conoscenza – con tanto di nome, soprannome, descrizione e un ascolto infinito – di tantissimi “scarti” della ricca America del Novecento, che magari abbiamo incontrato in molte belle pagine di letteratura. Trovo emblematico un episodio legato al funerale della Day, celebrato a New York il 2 dicembre 1980. Dopo la messa, una piccola parte della folla presente accompagnò la salma al Resurrection Cemetery di Staten Island, ma la gran parte dei membri del movimento tornò a Maryhouse dove sta bollendo una pentola con quasi 40 litri di zuppa: c’erano tante persone da sfamare anche quel giorno e il lavoro non poteva fermarsi. Un lavoro, non dimentichiamolo, il cui fine è – nelle parole della Day – quello di «vedere gli ultimi felici», il diritto a una vita piena anche per i “calpestati” del paese più ricco del mondo. È un vero scandalo, una vera rivoluzione.

Dorothy Day fu sempre in prima linea nella difesa dei diseredati. Che idea si è fatta della ritrosia di una bella fetta del mondo cattolico ad abbracciare l’esortazione di Papa Francesco a schierarsi dalla parte degli ultimi?

La risposta a questa domanda si collega con ciò che ho detto prima. Quanti di noi – laici, cristiani, cattolici, non credenti, di destra, sinistra o centro – riescono davvero, non dico a praticare, ma anche solo a concepire la possibilità di perdere una parte di ciò che hanno per far felici i fragili, gli emarginati, i disperati che dormono sulle nostre strade o i profughi che sbarcano da un gommone? E l’idea di mangiare seduti alla stessa tavola o di usare quotidianamente gli stessi bagni?

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