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Piccola storia indecente dal Master di Sonic Art

Esperienza di un'artista, Ilaria Drago, in un'università in cui fanno un master di Sonic Art. Approssimazione e un po' di maleducazione. Questo è il paese-Italia oggi.

Piccola storia indecente dal Master di Sonic Art

redazione

18 Dicembre 2013 - 21.22


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di Ilaria Drago

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Ieri a Roma, Università di Tor Vergata, l’evento era questo:
Festival comunitario delle arti sonore – Di_stanze 2013 / Categoria recitazione musicata – Master in Sonic Art – Tecnologie e Arti del Suono.

Dynamic 1

Si è svolto così:

Dynamic 2

– arrivo in luogo molto freddo (vabbè, forse non è colpa di nessuno);

– accoglienza di un Prof. (magari quello che ha organizzato? Ce n’è uno?) inesistente;

Dynamic 3

– i ragazzi, pochini, sono carini ma decisamente spaesati. Come si fa la scaletta?

– il nostro pezzo prevedeva un lavoro in quadrifonia, ma… non si può fare! Non ci sono casse, non ci sono strumenti adatti. Io ripenso con speranza al contesto in cui siamo e mi dico che dev’essere bello di sicuro.

Dynamic 4

– domanda: “Devo leggere, c’è una luce su leggìo?” risposta: “Sì, ma se l’accendiamo si accende tutta la fila e il video scompare”. Domanda: “Va bene, avete previsto una lucina per il leggio?” Risposta: “Lucina? Leggio? No! Non c’è!”. Meno male che Marco, altra metà della mia Compagnia che con pazienza santissima era venuto a vedere l’evento, si ricorda che in auto teniamo una piccola torcia!

– domanda: “Posso avere un ritorno in spia? Una spia?” risposta: “Spia?… spia… spia… ah sì, questa c’è! Non si vede? È lì, quella piccolina a terra davanti”. Meno male che il compositore del pezzo precedente se ne era portata una. “Presto, mettiamola!” Non si sente un ciufolo, ma ce la faremo, forse. D’altra parte una professionista un po’ d’intuito ce lo ha. E se sei una professionista, mica che ti puoi mettere anche a rompere le balle per avere un audio comodo in scena. Lo saprai fare, no? Basta il microfono e leggere.

Dynamic 5

– arriva il super Prof. con tanto di foglio in mano. È il foglio di sala, quello con scritto l’elenco degli artisti, i nomi, i pezzi, ecc. È decisamente titubante. Non è che saluta gli artisti che AGGRATISSE stanno facendo una cosa per questi studenti (io una cortesia ad un amico che me l’ha chiesto la faccio anche con piacere, ma…). Balbetta, il Prof. la scaletta scritta. Arriva a noi. Mi chiama con un altro nome! Dunque: sarò in buio, aggratisse, al freddo, senza casse e senza manco la grazia di un nome. Vabbè, il lavoro sul mio ego lo faccio da anni, però le domande sorgono spontanee. Ma ‘sti ragazzi che diavolo imparano qui? Con che strumenti? Perché non c’è neppure un’idea vaga di incontrare gli artisti, farsi spiegare? Oltre a cercare di arrabattare un jack infilato in un buco, cos’è la musica? Lo sanno, dato che è un Master in Sonic Art? E com’è possibile fare un evento così senza prevedere gli strumenti minimi per il lavoro? E ultima domanda che alla fine non si tiene proprio in gola: ma chi vi dà i soldi?

Un Professore che organizza una cosa del genere che chiamano Festival… ma vuoi almeno salutare i tuoi ospiti? Chiamali a telefono, ringraziali, accoglili. Lavorano per voi! Oh no, già, è vero gli artisti non lavorano! Ma vuoi spiegare con un minimo di decenza che stai affà? O ti basta un curriculum con scritto che hai organizzato ‘sta roba? E tante, tante altre osservazioni che davvero rendono tutto molto deprimente.

Insomma trovo triste, tristissimo che questa sia una Università che abbia addirittura questa specializzazione e che ai ragazzi non si insegni neppure il valore minimo della comunicazione, della cura e dell’attenzione per ciò che si fa.

Mah, rientro – ché sono pure influenzata e devo fare un viaggio – sconsolata in un paese che proprio nun gliela fa! Eppure penso che non mi abituerò mai a questo. Non lo accetterò mai. Perché accettarlo significa piegarsi ad una logica che con l’arte ha ben poco a che fare.

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