Maga, la sconfitta elettorale non cancella nazionalismo e suprematismo bianco che alimentano il movimento di Trump
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Maga, la sconfitta elettorale non cancella nazionalismo e suprematismo bianco che alimentano il movimento di Trump

Per i Maga la presunzione biblica di superiorità del modello americano e del suo stile di vita che si traduce in un atteggiamento di sfruttamento di un mondo che non può che esserne suddito.

Maga, la sconfitta elettorale non cancella nazionalismo e suprematismo bianco che alimentano il movimento di Trump
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Seba Pezzani Modifica articolo

6 Novembre 2026 - 00.53


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Facile sparare sulla croce rossa. Facile ma pure allettante, quasi inevitabile. Così, all’indomani della catastrofe repubblicana nelle elezioni di metà mandato, gli sfottò sono stati una marea azzurra che ha travolto le bandierine rosse. Il Partito Repubblicano pensava di averle piantate stabilmente un po’ ovunque negli USA e il risveglio è stato brusco. Uno di quegli sfottò ha attirato la mia attenzione: una finta cartina geografica che descrive il Golfo del Messico, ostinatamente ribattezzato Golfo d’America addirittura con un ordine esecutivo del presidente Trump. Sulla mappa appare la dicitura “Gulf of MAGA Tears”, traducibile come Golfo delle Grandi Lacrime, un gioco di parole quasi scontato ma non meno appagante. In fondo, gli americani pronunciano quello strano acronimo “mega”, “Make America Great Again”, uno slogan come se ne vedono in ogni tornata elettorale presidenziale. Ricorderete lo “Yes, we can” di Barak Obama, decisamente più aperto, meno allusivo e più possibilista. Gli slogan sono slogan e come tali vanno presi. Il fatto è che la sigla MAGA ha finito per connotare una galassia variegata di elettori e pensieri di destra, talvolta estrema ed eminentemente evangelica, meglio se bianca – anche se su un voto non si sputa mai, nemmeno se a esprimerlo non è esattamente un viso pallido – e ancor più se ciecamente asservita non solo al presidente Donald Trump ma, soprattutto, a una visione totalizzante degli USA come faro di bellezza universale.

Di fronte all’imbarazzante e, per certi versi, persino vergognoso voltafaccia di alcuni politici italiani, che non hanno nemmeno avuto il coraggio di ammettere di essersi collocati dalla parte sbagliata della storia e di aver attaccato il cappello – ovviamente rosso e sfoggiante la sigla MAGA – al carro inizialmente vincente della presidenza Trump, sarebbe necessaria un’indignazione collettiva che fatico a scorgere dalle nostre parti. Il ministro degli esteri Tajani, più volte ritratto con il fatidico cappellino, ha voluto dire la sua e prendere le difese della premier Meloni, sostenendo con orgoglio che nessuno dei due è mai stato trumpiano. Ricordiamo, per chi avesse la memoria corta, che entrambi hanno caldeggiato con entusiasmo la candidatura di Donald Trump al Nobel per la Pace, lui che sarà ricordato per una debacle elettorale dovuta principalmente a una guerra, quella contro l’Iran, che gli americani non volevano e di cui proprio non sopportano l’impatto sul costo della benzina. Sempre per chi avesse la memoria corta, il prezzo della benzina è salito di qualche centesimo anche da noi, sudditi, pardon, alleati degli USA.

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E che dire di sparate epocali di giornalisti dal nome roboante che perdono la faccia sostenendo che Donald Trump “ha fatto anche cose buone” o che, poveretto, “quando ha fatto campagna elettorale puntando a risollevare l’economia, non poteva sapere che ci sarebbe stata la guerra contro l’Iran”. Qualcuno l’ha detto veramente.

Dunque, MAGA, “Make America Great Again”. Restituire grandezza all’America. Nella parola magica “America” sta un fraintendimento profondo. L’America non è gli Stati Uniti d’America. E rispetto a che cosa e rispetto a quando bisogna restituirle quella grandezza? Ecco perché quello slogan ha avuto tanta presa sul popolo americano. Essere grandi, anzi, essere i più grandi è una vera e propria ossessione, inculcata e alimentata dal momento in cui si viene alla luce. La capacità di discernere tra il modello ideale imposto e la realtà di un mondo ben più ampio e variegato rispetto agli Stati Uniti sfugge a molti, probabilmente ai più. Bandiere a stelle e strisce orgogliosamente sventolate ovunque, inno nazionale intonato in ogni occasione, recita del giuramento di fedeltà alla bandiera in religioso silenzio in qualsiasi assembramento pubblico, a partire dall’asilo, quando si ha il privilegio di frequentarlo.

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Qualcuno un po’ distratto dalle nostre parti si è accorto di cosa fossero i MAGA solo quando una masnada di buzzurri ha assaltato il Campidoglio, aizzata dal presidente uscente. I MAGA sono anche quelli, ma, naturalmente, non sono tutti degli esagitati con tendenze violente. La sparuta minoranza che si è macchiata di quel vergognoso e, a tratti, persino ridicolo assalto è l’ariete stolto del movimento. Tra le fila MAGA militano figure disparate: riccastri opportunisti che vedono nel presidente Trump un baluardo contro i presunti assalti fiscali della sinistra americana, una sinistra che praticamente manco esiste; padri e madri di famiglia spaventati dal caro vita e terrorizzati da presunti cattivoni stranieri che ce l’hanno a morte con gli Stati Uniti e ne vorrebbero la distruzione; stuoli di cittadini per lo più bianchi che continuano ad avere la convinzione che quel paese sia un dono di Dio e che solo i bianchi cristiani se lo meritino; pastori evangelici che agitano le rispettive comunità e indicano loro di votare per Trump perché, malgrado sia bugiardo, donnaiolo, bancarottiere, volgare, eccetera, è a capo di quel Partito Repubblicano che nega il diritto all’aborto. Trump in realtà ha avuto posizioni non chiarissime al riguardo, ma tant’è.

E poi c’è quello che io ritengo il peccato originale: la presunzione biblica di superiorità del modello americano e del suo stile di vita che si traduce in un atteggiamento di sfruttamento di un mondo che non può che esserne suddito. Nel processo educativo nazionale, la centralità assoluta degli Stati Uniti nel mondo sfuma nella loro unicità in un pianeta in cui tutto il resto è contorno. L’americano medio cresce, colpevolmente, senza sapere nulla o quasi del resto del mondo e infischiandosene. Dunque, se il governo decide di fare guerra a un paese straniero – succede spesso, vi pare? – sono rare le voci del dissenso. Non è tanto l’assenza di obiezioni serie quanto un diffuso disinteresse, un’indifferenza cronica e patologica. Banalmente, se non sai dove si trova un paese sull’ormai desueto mappamondo, difficilmente ti preoccuperai di capire se attaccarlo militarmente o di sfruttarlo sia giusto o sbagliato.

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Di galassie dai nomi roboanti ce ne sono sempre state. Tendono a trasformarsi. La galassia MAGA rientra a pieno titolo nel marasma delle formazioni ideologicamente di destra, per non dire di estrema destra. Nelle sue falangi più radicali si sfiora e, talvolta, supera il confine del nazifascismo, con posizioni apertamente razziste e messianiche. Facile immaginare che vi sia in qualche modo confluito pure il vecchio Ku Klux Klan. La sconfitta elettorale del 3 novembre non cancellerà la galassia MAGA. Ci sarà, forse, un aggiustamento. Qualcuno nel Partito Repubblicano invocherà un radicalismo meno pronunciato, ma le idee patriottiche di un’America senza macchia e senza peccato e della presenza costante di un nemico oscuro saranno ancora una volta il collante del ventre scuro della nazione.

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