di Antonio Salvati
Come hanno dettato dalle principali agenzie di stampa, il 25 aprile scorso gruppi armati separatisti e milizie jihadiste hanno fatto il loro ingresso a Kidal, principale città del nord del Mali. Il paese – uno dei più estesi dell’Africa e crocevia di rotte di contrabbando di diverso tipo, soprattutto nelle parti più remote – rischia di tornare nel caos e di vedere rovesciata la giunta militare di Bamako, al potere dal colpo di stato del 2020. I mercenari russi dell’Africa Corps dall’area, presenti come forza stabilizzatrice dei regimi della regione a protezione degli interessi economici del Cremlino, si sono ritirati.
Alcuni analisti parlano di un déjà vu con i fatti accaduti nel 2012, quando un’alleanza sempre tra gruppi Touareg e milizie jihadiste determinò di fatto il collasso dello Stato, con l’occupazione del nord del paese. In realtà, oggi rispetto al 2012 – crisi che avvenne in un momento dopo un periodo di relativa quiete nel paese – abbiamo avuto attacchi che sono stati sferrati contemporaneamente sia nel nord che nel sud del paese, a Bamako, e nel centro del paese. I due gruppi responsabili dell’attacco di questi giorni sono il Jama’a Nusrat ul-Islam wa al-Muslimin (JNIM), associato ad al Qaida, e il Fronte per la liberazione dell’Azawad (FLA), un’organizzazione separatista legata alla minoranza etnica dei tuareg, presente soprattutto nella regione settentrionale dell’Azawad. Si tratta di attacchi che arrivano all’apice di circa 14 anni di conflitto di bassa intensità, ma che – come ha sottolineato Edoardo Baldaro dell’Università di Palermo – non si è mai arrestato, che si è espanso all’intera regione del Sahel, dove il livello di militarizzazione negli ultimi anni è cresciuto sensibilmente. Offensive che hanno evidenziato una capacità di colpire massiccia e ovunque, anche in aree dove in realtà storicamente non c’era mai stata una presenza di questi gruppi armati. L’organizzazione raggiunta dai gruppi armati sono estremamente elevati e raffinati, sia in termini tattici che in termini di capacità materiali. Pertanto, siamo in presenza di uno scenario nuovo rispetto a quello del 2012
A rendere più complicata la situazione, contribuisce la ritirata senza sparare un colpo dei mercenari russi dell’Africa Corps (ex Wagner) dall’area, presenti come forza stabilizzatrice dei regimi della regione a protezione degli interessi economici del Cremlino. Funzionari del governo maliano hanno gridato al tradimento dei russi. Una fuga che simboleggia il fallimento della campagna russa in Mali, che aveva – attraverso un contratto – assunto il compito di difendere militarmente il governo e svolgere alcuni dei compiti che fino a non molto tempo fa erano affidati ai francesi. Dal 2013 era, infatti, la Francia a fornire appoggio ai soldati maliani contro il terrorismo jihadista e i gruppi ribelli. I mercenari russi sono presenti in Mali almeno dalla fine del 2021 quando si era appena insediata l’attuale giunta militare guidata dal generale Assim Goita che iniziò a mettere in discussione la collaborazione con la Francia (ex potenza coloniale). I francesi erano ritenuti inefficaci a contrastare l’insorgenza jihadista. I russi condussero campagne di disinformazione volte a diffondere propaganda antifrancese e a favorire l’arrivo dei propri mercenari. Fu così che il 17 febbraio del 2022 il presidente francese Emmanuel Macron annunciò il ritiro dei soldati francesi dal Mali.
Quali sono i rischi per il paese e per l’intera area? Dal Burkina Faso e dal Niger – paesi nei quali vi è una forte presenza russa militare e strategica – si sta guardando con grande attenzione quello che succede in Mali. Baldaro ipotizza che l’Algeria – che ha ottimi rapporti con il Fronte per la liberazione dell’Azawad – sia intervenuta per negoziare la fuoriuscita dei contractors di Wagner.
Occorre – per Baldaro – evitare di fare similitudini con quanto accaduto in Siria o in Afghanistan, Certamente l’esperienza siriana ha insegnato qualcosa alle milizie jihadiste locali.
Intanto, mentre scriviamo, è in atto un blocco intorno a Bamako realizzato dai jihadisti, sia per le merci che per le persone. Il portavoce dello JNIM, Abu Hudheifah al Bambari, noto come Bina Diarra, ha sostenuto che il blocco riguarderà “tutte le strade per Bamako”. L’obiettivo è strangolare economicamente, distruggere politicamente la legittimità della giunta. L’obiettivo degli insorti è conquistare Gao, Timbuctù e Menaka, nel Mali centrale, e ottenere il ritiro completo dei russi. Per poi passare a una fase di negoziazione con lo JNIM che promuove istanze politiche legate ovviamente all’applicazione di tutta una serie di trasformazioni politiche proprie del dell’islamismo radicale, quindi, per esempio, della Sharia. Se dovessero riuscire a realizzare le loro ambizioni fino alla presa della capitale, il Mali diventerebbe il primo paese a essere governato da Al Qaida.
Rispetto al 2012 – quando i soldati maliani catturati furono sottoposti a punizioni corporali e a un’applicazione della Sheria durissima – assistiamo a scene a immagini di soldati maliani che vengono disarmati e liberati. Non si hanno notizie di punizioni corporali particolarmente estreme nelle aree controllate perché i membri dello JNIM hanno compreso che bisogna costruirsi una legittimità rispetto alla popolazione per essere credibili come futuri attori politici nel contesto.
Il generale Assimi Goita, capo della giunta militare e presidente di transizione del Mali, ha tenuto il 28 aprile un discorso alla nazione e alcuni rumors parlano di una profondissima spaccatura dentro l’esercito, di tentativi di colpi di stato comunque di sostituzione di Goita. La morte dell’influente ministro della Difesa Sadio Camara indebolisce la catena di comando e gli equilibri interni al potere. Per il momento la giunta militare non ha messo in discussione l’alleanza con la Russia e i russi non hanno detto cosa intendano fare con le altre città del nord assediate dai ribelli. Siamo in questo momento in una situazione estremamente fragile, in una situazione di combattimento. Difficile fare previsioni. Secondo gli esperti ogni scenario resta lontano, ma gli insorti potrebbero conquistare le regioni del nord e avere un’influenza sulla nomina di una giunta più favorevole. Il Nord adesso è parzialmente occupato da una forza che vuole dichiarare indipendenza. Difficile sapere se saranno in grado di arrivare oltre, non sappiamo cosa farà lo Stato Islamico. Tutto è molto complesso, individuare quali sono le prospettive. Il problema, in questo momento, non è tanto la conquista della capitale. È la progressiva perdita di credibilità dello Stato. E in questo scenario, jihadisti e ribelli hanno già raggiunto un risultato cruciale: dimostrare che il nuovo equilibrio militare e filorusso del Sahel non è più solido di quello che ha sostituito.
L’Unione Europea, i paesi europei avevano una posizione quasi egemonica come partner internazionali del Sahel e questa situazione è stata rotta dall’ondata di colpi di stato autoritari. Cosa dovrebbero fare gli europei? Quali carte può giocare per evitare questa progressiva erosione di una regione a tutti gli effetti strategica? A Bruxelles sostengono che il disimpegno non è un’opzione per
l’Unione Europea e per i paesi europei in generale. L’Italia resta uno dei paesi più presente e impegnato in Sahel.
Una cosa è certa: in questi ultimi venti anni i gruppi armati si sono rafforzati. Per Baldaro, laddove le risposte securitarie diventano preminenti, laddove assistiamo a una militarizzazione della regione, laddove anche politiche di controllo dei flussi e delle criminalità porta a un indurimento delle frontiere, ciò che accade quasi sempre è che diventino molto più diffusi abusi sulle popolazioni, situazioni di violenza che sono il meccanismo di base dietro il successo di qualsiasi insorgenza armata. Le insorgenze armate hanno successo, richiamano sostegno laddove la violenza diventa regola. Quindi è necessario per gli europei avere la capacità e il coraggio di cambiare i paradigmi finora perseguiti se davvero vogliamo immaginare una regione più stabile.