Alexei Navalny è stato assassinato nel suo carcere di altissima sicurezza, nel Circolo Polare Artico Siberiano, appena due anni fa.
Era ovvio che fosse stato ucciso, ma non sapevamo come. Almeno oggi sappiamo perché.
Al momento della sepoltura, ricordate che le autorità si sono rifiutate di restituire il corpo alla madre per due settimane, questa, è riuscita ad estrarre alcuni frammenti di tessuto organico, capelli, per inviarli ai laboratori europei, cinque laboratori indipendenti, in cinque paesi diversi, in clausola di segretezza, cioè nessun laboratorio sapeva che l’altro stava facendo la stessa cosa, ed oggi è possibile annunciare che Navalny è stato ucciso, avvelenato.
Avvelenato da un veleno che non fa parte della famiglia novitchok, ma da un altro, chiamato “epibatidina”, tutti e cinque i laboratori sono giunti alla stessa conclusione, un veleno che esiste naturalmente, in Ecuador e solo in Ecuador. Le piccole rane nelle foreste umide lo posseggono, ma che i russi hanno annunciato, anni fa, in un articolo scientifico, di poter produrre artificialmente, pur essendo considerata arma chimica, e vietato dalle leggi internazionali.
Maxime Katz spiega che gli scienziati che hanno firmato questa pubblicazione appartenevano al laboratorio che, tra l’altro, ha prodotto il novitchok e, aggiungo io, se pubblicassero la loro “scoperta”, ovviamente sarebbero molto soddisfatti.
Il veleno agisce come un paralizzatore enorme e molto veloce che ferma tutte le funzioni vitali e ha un vantaggio rispetto a novitchok.
L’atropina è inefficace nei suoi confronti: infatti, quando Navalny aveva subito il suo primo tentativo di assassinio, nel 2020 col novitchok, è stato salvato perché il medico dell’equivalente di SAMU, che somministrava il primo soccorso in ambulanza, subito dopo l’uscita dell’aereo, gli aveva fatto un iniezione di atropina, perché aveva capito che i sintomi che vedeva erano avvelenamento.
Qui, come spiega Maxime Katz, questo secondo tentativo dimostra che gli assassini avevano imparato dal loro fallimento: prima, doveva essere fatto in un luogo di totale isolamento, la colonia carceraria più remota della Siberia, poi, doveva fare qualcosa che non avesse contravveleno immediato.
È stato ucciso dagli stessi assassini.
È stato assassinato perché era il leader carismatico, l’unico, dell’opposizione russa a Putin, l’unico in grado di raccogliere folla, anche in un clima di terrore, durante il suo funerale.
Era l’unico leader carismatico.
Ascolto soventemente le stesse domande:
“Perché è tornato a casa?”, o esclamazioni: “ma che idiota che era, a tornare indietro”.
E sì, perché è tornato in Russia, assolutamente consapevole del destino che lo attendeva, di questo, involontariamente, ho avuto una testimonianza diretta.
È tornato perché non voleva, non poteva essere un leader dell’opposizione in esilio. Perché, mettiamo le cose come stanno: non c’è opposizione russa.
O meglio, certo che c’è un’opposizione, con persone che sono state eroiche nel combattere il potere di Putin, ma queste persone si odiano, non sono d’accordo su nulla, e la forza è ammettere che la squadra di Navalny stessa non è l’ultima a partecipare alle guerre civili, soprattutto contro i parenti di Mikhail Khodorkovsky, con accuse contro il suo braccio destro, Leonid Nevzlin, accusato, invece, di tentato omicidio contro chi all’epoca era il direttore della squadra di Navalny, Leonid Volkov, un uomo che è, lo devo dire, violento e si permette di fare affermazioni insopportabili.
Quello che vedo dall’opposizione russa, voglio dire persone in esilio, è una fiera, odio imperdonabile, attacchi personali incessanti e, per dirla così com’è, uno spettacolo angosciante.
Non solo deprimente.
Il fatto è che la mancanza di un’opposizione credibile, strutturata e serena è uno dei motivi per cui le potenze occidentali non possono volere la caduta di Putin, sin dall’inizio della guerra su vasta scala.
Putin sta giocando sul pericolo del caos, e quel caos è molto reale.
Per quanto siano, nonostante il coraggio personale, nonostante la brillantezza della loro intelligenza, Kasparov, per esempio, è davvero un genio del fallimento, ovviamente non hanno seggi in Russia, sono semplicemente lì, come gli immigrati della guerra civile, a formare comitati di comitati. Non esiste “governo in esilio” che sia un plausibile interlocutore dell’Occidente.
E Navalny ha preferito la morte per dare un nome a questa fogna.
Il percorso di Navalny è di per sé notevole e vorrei, alla fine, ricordarlo.
Ha iniziato appartenendo a gruppi nazionalisti, all’inizio degli anni 2000 e, nelle sue prime affermazioni, si possono trovare molte cose inaccettabili, persino razziste. Era vicino all’estrema destra.
Poco alla volta è cambiato e, all’inizio del 2010, quando ha fatto la sua ultima campagna elettorale legale, ed è stato quasi eletto maestro di Mosca, le sue posizioni erano cambiate drammaticamente:
Navalny stava facendo avanzare la democrazia occidentale, e si era totalmente deviato dal nazionalismo russo.
Era russo, e, all’epoca, il fatto che fosse mezzo ucraino come milioni di russi, non era un problema, ma non chiedeva solo la fine della corruzione che avrebbe garantito la stabilità del regime di Putin.
Chiedeva democrazia, libere elezioni, alternanza democratica.
Navalny è stato avvelenato dal novitchok nel momento in cui Putin ha capito che la guerra contro l’Ucraina era necessaria per lui, perché le prospettive economiche stavano portando il Paese al declino, quando aveva vissuto uno sviluppo indiscusso fino all’invasione della Crimea.
Il suo avvelenamento sembrava già il gelo di ogni speranza di pace.
Sin dal suo carcere, Navalny aveva fornito una “piattaforma” che avrebbe potuto riunire l’intera opposizione su una serie di punti indiscutibili.
Ne parlai all’epoca e raccolsi delle cronache nel 2023.
Vi ridò l’essenziale di questa piattaforma:
I) La Russia sta conducendo una guerra ingiusta e ingiustificabile contro l’Ucraina. Questa è una guerra condotta da un regime dittatoriale. Questa guerra, questo dittatore la sta perdendo. Deve perderla perché sfida tutti i trattati internazionali, e la vittoria di Putin sarebbe segno del trionfo del caos.
II) La Russia sta commettendo decine di migliaia di crimini di guerra in Ucraina. Distrugge città e infrastrutture civili.
III) La Russia, che potrebbe nascere dalla sconfitta di Putin, cioè dalla caduta del dittatore, dovrà cooperare con la giustizia internazionale su queste indagini e, se necessario, estradare i colpevoli.
IV) Questa Russia, per il proprio futuro, deve assolutamente riconoscere l’esistenza dell’Ucraina ai suoi confini dal 1991, cioè deve riconoscere come parte integrante dell’Ucraina non solo le regioni occupate di Luhansk e Donbass, ma anche la Crimea.
V) La nuova Russia dovrà pagare i danni di guerra. Navalny, a tal fine, propone di reindirizzare parte dei soldi che le esportazioni di gas e petrolio darebbero, una volta revocate le sanzioni. Queste esportazioni, una volta spazzate via dalla corruzione, devono essere sufficienti a compensare l’Ucraina e garantire lo sviluppo civile della Russia.
VI) I russi non sono imperialisti per DNA. Ma l’imperialismo russo deve cessare come dottrina politica: la Russia è già un paese enorme la cui popolazione è in calo. Non ha bisogno di un nuovo territorio.
VII) Gli imperialisti devono essere sconfitti, come altrove nel mondo, dal naturale gioco delle elezioni.
VIII) Le elezioni devono essere libere e istituire un regime parlamentare basato sull’alternanza, sulla separazione della giustizia e del potere esecutivo, sul federalismo, sulla libertà economica e sulla giustizia sociale.
IX) Il futuro della Russia è in Europa, e solo in Europa. Non solo sul continente ma attraverso il gioco della democrazia.
Sotto ognuno di questi punti, tutti gli oppositori russi possono firmare, ma devo ammettere che, anche se sono d’accordo, non l’hanno fatto, e nessuno reclama questa piattaforma, quando è all’ordine dell’ovvio.
Nessuno lo reclama, perché è stato dichiarato da Navalny, e le loro squadre si odiano.
Putin prospera con questo veleno