La guerra di Gaza e quella infanzia amputata
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La guerra di Gaza e quella infanzia amputata

 105 giorni di conflitto 20.000 bambini sono nati in guerra – ovvero 1 ogni 10 minuti. Circa 135.000 bambini sotto i 2 anni sono a rischio di malnutrizione grave.

La guerra di Gaza e quella infanzia amputata
Bambini di Gaza
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

19 Gennaio 2024 - 15.41


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Dalla parte dei bimbi di Gaza, senza se e senza ma. Noi di Globalist siamo “partigiani”, nel senso più alto e nobile del termine. Parteggiamo per i più deboli, gli oppressi, per chi lotta per vivere da donne e uomini liberi in un proprio Stato indipendente. Dalla parte del popolo palestinese, come dei curdi del Rojava, delle attiviste iraniane, dei giornalisti turchi che per rivendicare e praticare una informazione libera sono stati incarcerati dal regime di Erdogan o costretti all’esilio. 

Gaza, la mattanza dei bambini e la sfida del nascere.

 105 giorni di conflitto 20.000 bambini sono nati in guerra – ovvero 1 ogni 10 minuti. Circa 135.000 bambini sotto i 2 anni sono a rischio di malnutrizione grave.

 Così Tess Ingram,  Specialista Comunicazione dell’Unicef, alla conferenza stampadi oggi al Palazzo delle Nazioni di Ginevra: 

“Nei 105 giorni dell’escalation del conflitto nella Striscia di Gaza, circa 20.000 bambini sono nati in guerra – un neonato ogni 10 minuti in questa orrenda guerra.

La scorsa settimana ho trascorso del tempo con le madri all’ospedale Emirati di Rafah, nella Striscia di Gaza. La giornata è stata un’occasione per ricordare la forza della vita in mezzo al caos della guerra. Ma è stata anche la più straziante dei sette giorni che ho trascorso a Gaza. Lasciate che vi faccia quattro rapidi esempi che parlano delle esperienze di migliaia di donne.

Iman – correva terrorizzata, all’ottavo mese di gravidanza, per le strade di Gaza City quando era sotto attacco. Ora, 46 giorni dopo un cesareo, è ricoverata in ospedale con una grave infezione. È troppo debole per tenere in braccio il suo nuovo bambino Ali.

 Mashael – la sua casa nella zona centrale è stata colpita, suo marito è rimasto sepolto sotto le macerie per diversi giorni e poi il suo bambino ha smesso di muoversi dentro di lei. Dice di essere sicura ora, dopo circa un mese, che il bambino è morto. È ancora in attesa di cure mediche. Mi dice che è meglio ‘che un bambino non nasca in questo incubo’.

 Amal – sepolta sotto le macerie durante un attacco mentre era incinta di sei mesi. La bambina non si è mossa per una settimana. Fortunatamente la piccola Sama è nata sana il giorno prima del nostro incontro. Ma Amal è ferita e malata e si stava preparando a portare Sama a casa… in un rifugio di fortuna nelle strade di Rafah.

 E… l’infermiera Webda ha eseguito cesarei d’emergenza su sei donne morte nelle ultime otto settimane. Mi ha detto: ‘Ci sono anche più aborti spontanei a causa dell’aria malsana e del fumo dovuto ai bombardamenti. È successo più volte di quante ne possa contare’.

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 La situazione per le donne in gravidanza e i neonati nella Striscia di Gaza è inconcepibile e richiede azioni intensificate e immediate. La già precaria situazione della mortalità infantile e materna è peggiorata con il sistema sanitario al collasso. Le madri affrontano sfide inimmaginabili nell’accesso ad assistenza medica adeguata, nutrizione e protezione prima, durante e dopo il parto.

 L’ospedale Emirati a Rafah ora è in grado di assistere la maggior parte delle donne in gravidanza nella Striscia di Gaza. Lottando con condizioni di sovraffollamento e risorse limitate, lo staff è costretto a dimettere le madri entro tre ore dal cesareo. Queste condizioni espongono le madri a rischio di aborti spontanei, bambini nati morti, travaglio pretermine, mortalità materna e traumi emotivi. Il trauma della guerra ha un impatto diretto sul neonato, con conseguenti tassi più elevati di denutrizione, problemi di sviluppo e altre complicazioni sanitarie.

 Le donne in gravidanza e allattamento e i bambini vivono in condizioni disumane: rifugi di fortuna, scarsa nutrizione e acqua non sicura. Questo espone circa 135.000 bambini sotto i 2 anni a rischio di malnutrizione grave.

 Non dimentichiamo che questo accade nella metà meridionale di Gaza. Nonostante gli incessanti sforzi, l’Unicef non ha potuto accedere al nord, dove la situazione è, incredibilmente, peggiore.

Vedere i neonati soffrire, mentre alcune madri muoiono dissanguate, dovrebbe tenerci tutti svegli la notte. Anche sapere che due giovanissimi bambini israeliani rapiti il 7 ottobre non sono ancora stati rilasciati dovrebbe tenerci svegli.

 Nel tempo che ho impiegato per presentare questo discorso, è probabile che sia nato un altro bambino, ma in che modo? Come Amal, torneranno in un rifugio di fortuna. Nervosi perché l’acqua potrebbe far ammalare il loro bambino? Preoccupati di cosa mangerà il bambino?

 Diventare madre dovrebbe essere un momento di festa. A Gaza, è un altro bambino consegnato all’inferno. L’umanità non può permettere che questa versione distorta della normalità persista ancora a lungo. Madri e neonati hanno bisogno di un cessate il fuoco umanitario”.

Una infanzia “amputata”

Più di 10 bambini al giorno, in media, hanno perso una o entrambe le gambe a Gaza dall’inizio del conflitto tre mesi fa. Lo dichiara Save the Children, l’Organizzazione internazionale che da oltre 100 anni lotta per salvare le bambine e i bambini e garantire loro un futuro. Dal 7 ottobre, secondo l’Unicef, a più di 1.000 bambini sono state amputate una o entrambe le gambe. Molte di queste operazioni sui bambini sono state effettuate senza anestesia, a causa della paralisi del sistema sanitario nella Striscia causata dal conflitto e della grave carenza di medici e infermieri e di forniture mediche come anestetici e antibiotici, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms).

Solo 13 dei 36 ospedali di Gaza rimangono parzialmente funzionanti, ma operano in modo limitato e instabile a seconda della possibilità di accesso al carburante e alle forniture mediche di base in ogni giorno. I nove ospedali parzialmente funzionanti nel sud stanno operando al triplo della loro capacità, nonostante debbano affrontare carenze critiche di forniture di base e di carburante. Inoltre, secondo l’Oms, solo il 30% dei medici di Gaza in servizio prima del conflitto lavora ancora.

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“Ho visto medici e infermieri completamente sopraffatti mentre i bambini arrivavano con ferite da esplosione. L’impatto nel vedere i bambini soffrire così tanto e non avere le attrezzature e le medicine per curarli o alleviare il dolore è troppo forte anche per i professionisti più esperti. Anche in una zona di guerra, la vista e la voce di un bambino mutilato dalle bombe non possono essere accettati né tantomeno compresi entro i confini dell’umano”, ha dichiarato Jason Lee, direttore di Save the Children nei Territori palestinesi occupati.

“I bambini piccoli coinvolti nelle esplosioni sono particolarmente vulnerabili nei confronti delle lesioni gravi invalidanti. Hanno il collo e il busto più deboli, quindi è sufficiente una minore forza per causare una lesione cerebrale. Le loro teste non sono ancora completamente formate e i loro muscoli non sviluppati offrono minore protezione, quindi è più probabile che un’esplosione possa lacerare gli organi nell’addome, anche quando non ci sono danni visibili. La sofferenza dei bambini in questo conflitto è inimmaginabile e lo è ancora di più perché è inutile e assolutamente evitabile. Questa sofferenza, l’uccisione e la mutilazione dei bambini sono considerate come gravi violazioni nei confronti dei bambini, e i responsabili devono essere chiamati a risponderne”.

“Se la comunità internazionale non interviene per far fronte alle proprie responsabilità ai sensi del diritto internazionale umanitario e per prevenire i crimini più gravi di rilevanza internazionale, la storia ci giudicherà tutti. Dobbiamo tenere conto delle lezioni del passato e impedire che si continuino a verificare crimini atroci. Solo un cessate il fuoco definitivo porrà fine alle uccisioni e alle mutilazioni di civili e consentirà l’arrivo degli aiuti umanitari, di cui c’è disperato bisogno – compresi i medicinali essenziali per i bambini feriti – nelle quantità e nei luoghi richiesti”, ha concluso Lee.

Secondo il Ministero della Sanità di Gaza, nei tre mesi trascorsi dal 7 ottobre circa 22.000 palestinesi sono stati uccisi e altri 57.000 feriti, con bambini mutilati e uccisi a un ritmo devastante e intere famiglie uccise ogni giorno.

Save the Children fornisce servizi essenziali e sostegno ai bambini palestinesi dal 1953. Il team di Save the Children nei Territori palestinesi occupati lavora 24 ore su 24, predisponendo aiuti vitali per sostenere le persone bisognose e per trovare un modo per far arrivare assistenza a Gaza.

Globalist è con loro. Sempre. 

Una intervista preziosa

E’ quella a firma Greta Privitera, sul Corriere della Sera del 9 dicembre scorso: “Se un bambino di 5 anni ti dice «voglio solo morire», che cosa rispondi? «Niente. Lo abbracci, e stai in silenzio». È quello che ha fatto Marie Aure Perreaut, coordinatrice di Medici Senza Frontiere a Gaza , quando un suo paziente ha scoperto di essere rimasto senza famiglia e senza un braccio. «Siamo abituati a lavorare in zone di guerra, ma non avevamo mai incontrato bambini così piccoli con pensieri suicidi», racconta. Aure risponde da al Aqsa Hospital, ospedale che si trova nel mezzo della Striscia.

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Che cosa vede in questo momento?
«Siamo circondati da centinaia di feriti e di morti. I corridoi traboccano di persone a terra, operiamo in condizioni terribili. I bombardamenti sono continui, a volte anche vicinissimi all’ospedale. Tremano i muri e saltano le finestre. Pazzesco che nemmeno le strutture sanitarie siano protette».

La situazione è peggiorata dopo la tregua?
«Di molto. Il 6 dicembre sono arrivati in ospedale più morti che feriti. Dal primo al 7 dicembre sono stati accolti in pronto soccorso 1.149 pazienti, di cui 350 senza vita. In migliaia sono ancora sotto le macerie. Mancano le medicine, e con i bombardamenti a Sud, temiamo che non arriveranno nuove scorte».

Ci sono molti minori tra le vittime?
«Un numero mai visto, anche tra i feriti. Amputiamo bambini di un anno. Capita spesso che siano gli unici sopravvissuti delle loro famiglie».

Come il bambino che le ha detto «voglio morire».
«Ormai ogni sopravvissuto di Gaza ha una tragedia da raccontare. C’è una bambina di 9 anni che è in ospedale da una settimana. È arrivata con il cranio aperto, una scheggia in una gamba e altre nelle braccia. La madre, il padre, il fratello e la sorella sono morti nel bombardamento. I nostri psicologi stanno inventando storie per diluire la ferocia della sua nuova realtà, ma è durissima».

Come è un suo giorno tipo ad al Aqsa?
«Lavoriamo senza sosta. Facciamo circa 120 medicazioni e 35 interventi importanti al giorno. La notte non riusciamo a dormire per le bombe. Il cibo scarseggia, ma non voglio lamentarmi, penso ai nostri medici di Gaza».

Cioè?
«Sono 300 i medici di Msf della Striscia, noi facciamo parte della delegazione internazionale, siamo in 30. È una situazione di stress mai vista prima. Capita che stiano medicando e vengano a sapere della casa bombardata, di un parente ucciso».

Se incontrasse Netanyahu che cosa direbbe?
«Che è una follia. Direi cessate il fuoco immediatamente. Mettete in salvo i bambini. Lasciateci lavorare nelle giuste condizioni».

Che cosa pensa delle reazioni internazionali alla guerra?
«Da dentro è doloroso ascoltare il dibattito che viene da fuori. Mi sento senza potere, senza speranza, sono arrabbiata. A Gaza ci si sente soli».

D’allora, sono trascorsi 50 giorni. La situazione è ulteriormente peggiorata. I morti sono oltre 26mila, di cui più di diecimila i bambini. E la mattanza continua. 

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