Iran, Mahsa Amini, un anno dopo: la rivoluzione non si arrende
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Iran, Mahsa Amini, un anno dopo: la rivoluzione non si arrende

Nel nome di Mahsa, la rivoluzione continua. La rivoluzione dei diritti. La rivoluzione delle donne.

Iran, Mahsa Amini, un anno dopo: la rivoluzione non si arrende
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

16 Settembre 2023 - 21.27


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Nel nome di Mahsa, la rivoluzione continua. La rivoluzione dei diritti. La rivoluzione delle donne.

Arresti e brutalità. Il regime teocratico-militare iraniano non si smentisce mai.

È un anniversario di sangue quello della morte di Mahsa Amini, la giovane di etnia curdo-iraniana morta mentre si trovava in custodia della polizia morale con l’accusa di aver indossato male il velo.

I manifestanti sono scesi in strada per ricordare al regime che le proteste contro la repressione delle forze di sicurezza sono ancora vive, ma gli agenti hanno risposto sparando contro i manifestanti a Teheran. Alcuni sono stati arrestati nella capitale iraniana, nei pressi dell’Università di Teheran e di piazza Azadi, mentre gli agenti hanno impedito l’accesso ai cimiteridove sono sepolti manifestanti uccisi negli scontri durante le dimostrazioni dello scorso anno. Intanto anche il padre di Mahsa Amini, Amjad Amini, è stato messo agli arresti domiciliari, fermato mentre lasciava la sua abitazione a Saqqez. Nei giorni scorsi, con l’avvicinarsi dell’anniversario della morte della figlia e delle proteste antigovernative che esplosero subito dopo, l’uomo era stato messo sotto sorveglianza e gli era stato chiesto di non 

“Nel giorno dell’anniversario dell’omicidio di Stato di Jina Mahsa Amini, suopadre Amjad Amini è stato arrestato dalle forze di repressione questa mattina mentre usciva dalla sua casa a Saqqezed è tornato a casa sua ore dopo”, scrive Iran Human Rights, aggiungendo che secondo le informazioni in suo possesso “la casa della famiglia è attualmente circondata da forze militari e di sicurezza”. In un primo momento a dare la notizia del suo arresto era stata un’altra Ong con sede in NorvegiaHengaw, che si occupa in particolare di violazioni dei diritti umani nella regione del Kurdistan iraniano.

Intanto in varie città del Kurdistan iraniano sono in corso scioperi in segno di protesta e ricordo per la morte di Amini. In seguito a un appello lanciato da vari partiti politici e attivisti curdi, molti negozi hanno tenuto chiuso a Baneh, KamyaranDivandarreh, Sanandaj e Saqqez, la città di cui era originaria la ragazza simbolo delle proteste. In alcuni quartieri di Baneh, i cittadini hanno protestato creando ingorghi stradali, facendo rumore con il clacson dalle proprie auto e gridando slogan contro la Repubblicaislamica. Un gruppo di donne è sceso in piazza anche a Karaj.

Nel Kurdistaniraniano le misure di sicurezza sono state rafforzate negli ultimi giorni per timore di proteste, visto che la morte della ragazza lo scorso anno ha provocato un’ondata di dimostrazioni antigovernative. Queste andarono avanti per mesi e furono duramente represse dalle forze dell’ordine. Secondo l’agenzia degli attivisti dei diritti umani iraniani Hrana, 551 persone hanno perso la vita negli scontri durante le proteste dello scorso anno, tra loro 68 minorenni. Furono circa 20 mila gli arrestati durante le rivolte dello scorso anno. Per sette manifestanti incarcerati è stata eseguita la pena capitale a cui erano stati condannati per la loro partecipazione.

Le proteste sono arrivate fin dentro le carceri iraniane. Almeno sette donne, detenute nella prigione di Evin a Teheran per motivi politici, hanno commemorato nel cortile del carcere Mahsa Amini bruciando il loro hijabin segno di protesta, tenuto un sit-in gridando lo slogan simbolo delle proteste dello scorso anno, donna, vita, libertà”, e contestando la Repubblica islamica e la Guida suprema Ali Khamenei. “L’uccisione e l’esecuzione della pena capitale per alcuni giovani della nostra terra, come anche l’incarcerazione e la tortura di altri manifestanti sono ferite sui nostri corpi e sulle nostre anime ma d’altra parte sono anche le fiamme della speranza e il motivo per continuare la lotta fino alla vittoria”, si legge in un comunicato, pubblicato sui social media, da parte delle donne incarcerate a Evin che hanno manifestato: Narges MohammadiSepideh GholianAzadeh AbediniGolrokh IraeeShakila MonfaredMahboubeh Rezai e Vida Rabbani.

Ma il pugno duro del regime si è accanito anche contro altri simboli delle rivolte. Come ad esempio la tomba di Nina Shakarami, la 16enne morta durante le proteste antigovernative dello scorso anno a Teheran e, secondo la famiglia e gli attivisti, uccisa dagli stessi agenti. Il suo luogo di riposo, sostengono, è stato profanato dalle forze di sicurezza: “Hanno danneggiato la tomba, colpito gli alberi circostanti e deturpato il luogo commemorativo con vernice nera. Inoltre, hanno bloccato tutte le strade che conducono al luogo”, ha affermato l’attivista Barbad Golshiri, citato dal portale dei dissidenti IranWire, parlando della tomba nel cimitero di Khorramabad, nella provincia del Lorestan, nell’ovest del Paese.

Un “suono” di lotta

”Altri giovani, altre vite innocenti” come Mahsa Amini continueranno ”a morire” in Iran ”di fronte alla totale indifferenza dell’Occidente e dei Paesi occidentali” che ”non hanno alcuna voglia di aiutare il popolo iraniano”. E ”fino a quando l’Occidente avrà scambi economici molti importanti con l’Iran”, nel Paese ”purtroppo non cambierà nulla”. Lo ha detto ad Adnkronos il grande pianista iraniano Ramin Bahrami, esule in Germania, che si dice ”estremamente rattristato” nell’anniversario della ”morte di Mahsa Amini, nostra sorella, una vita innocente come centinaia di migliaia di altre vite massacrate da un regime corrotto e violento appoggiato purtroppo da tutta politica internazionale”. Considerato uno dei più interessanti interpreti di Bach al pianoforte, Bahrami prova a immaginare una musica che accompagni la rivoluzione iraniana, una sorta di colonna sonora. ”Da musicista avrei un sogno, che i militari di tutto il mondo suonassero il silenzio in onore di questa amata eroina, diventata un simbolo”, ha detto riferendosi a Mahsa. Ma ”non ho nessuna fiducia nella bontà dell’uomo” e tantomeno nella comunità internazionale. ”Per noi esuli persiani nel mondo è ormai evidente che non c’è alcuna voglia di far andare via questi signori (la leadership di Teheran, ndr.) che non amano la pace, la civiltà e la libertà”, prosegue.

”Il popolo non vuole più questo regime”, ribadisce, affermando che ”è come in una partitura musicale, dove tutte le voci fanno di tutto perché un accordo stia in piedi. E c’è sempre qualche dissonanza che arriva e rovina tutto”. Sottolineando che ”non amo la politica, penso sia un mestiere pericolosissimo e migliaia di anni luce dalla cultura che amo. quella di Bach”, Bahrami si definisce oggi ”un uomo ancora più triste perché dopo un anno, questo popolo non si è liberato e sta continuando a lottare”. Inoltre ”il fatto di aver arrestato addirittura il padre” di Mahsa Amini ”è una vergogna umana e penso che sia altrettanto vergognoso che in Occidente sia calato il silenzio ormai da troppe settimane” sulla situazione in Iran.

La rivoluzione è donna

“Dentro il paese la rivoluzione femminista delle iraniane ha portato a cambiamenti impensabili fino a un anno fa, mentre la sua eco continua a risuonare in tutto il mondo. 

In occasione del primo anniversario della morte di Mahsa Jina Amini e dell’inizio della contestazione in Iran, l’Assemblée féministe transnationale, una rete di femministe francesi nata per sostenere il movimento delle donne iraniane, ha pubblicato un manifesto  che è stato tradotto in più lingue e pubblicato in Francia, Portogallo, Argentina, Cile, Italia e su Radio Zamaneh, la piattaforma d’informazione della diaspora iraniana. Il testo sarà letto e diffuso in video da attrici in vari paesi, in Italia da Silvia Calderoni e Jasmine Trinca. 

Il manifesto è stato sottoscritto da moltissime donne, collettivi e associazioni, tra cui: la scrittrice e vincitrice del premio Nobel Annie Ernaux, l’attrice a attivista Adèle Haenel, la filosofa statunitense Judith Butler, l’attivista e filosofo Paul B Preciado, la filosofa francese Elsa Dorlin, la regista iraniana Sepideh Farsi, l’attivista francese Assa Traoré, la sceneggiatrice e regista Céline Sciamma, i collettivi Ni Una Menos (Argentina), Queer sex workers (Kenya), Feminita KZ (Kazakistan), LASTESIS (Cile). Tra le firme italiane ci sono quelle di Asia Argento, MEG, Sabina Guzzanti, Jasmine Trinca, Silvia Calderoni, Nicole De Leo, MP5, Daria Deflorian. 

L’obiettivo, spiegano le attiviste dell’Assemblée féministe transnationale, è mostrare solidarietà alle iraniane e agli iraniani ed evidenziare il filo rosso che unisce questa contestazione alle altre che in tutto il mondo scuotono l’ordine imposto dal capitalismo, dal colonialismo e dal patriarcato. Come la protesta scoppiata in Francia dopo la morte di Nabel M., un ragazzo di 17 anni ucciso da un poliziotto, e repressa duramente dalle forze dell’ordine. Ma ci sono anche i movimenti dei quartieri popolari delle città europee, quelli in corso in tanti paesi, dalla Palestina al Brasile fino al Libano, al Sudan e all’Afghanistan. 

Di fronte ai giochi di potere, allo sfruttamento e all’oppressione in atto in Iran ma anche nel resto del mondo, il movimento femminista vuole imparare dal movimento Donna, vita, libertà che ha guidato la protesta in Iran, per organizzare una lotta transnazionale in grado di cambiare il sistema”.

Il Pd è a fianco del movimento Donna, vita, libertà perché quello che accade in Iran riguarda anche noi e l’Europa. Un popolo di donne e giovani che si sta ribellando a una dittatura sempre più feroce. La repressione si fa sempre più dura in queste ore ma la rivoluzione in Iran non si sta fermando e questo movimento ce lo dice”. Così il deputato del Partito democratico e responsabile Esteri Giuseppe Provenzano in piazza a Roma con il corteo a un anno dalla morte di Mahsa Amini. “È mancata la solidarietà internazionale. I governi europei devono fare di più. Il governo italiano deve fare di più ed essere all’altezza delle parole del presidente Mattarella che ha detto che il regime iraniano sta uccidendo i suoi figli. Per questo siamo qui a esprimere solidarietà e vicinanza e urlare insieme: donna, vita, libertà” ha aggiunto l’esponente dem.

Il silenzio dell’Occidente

Scrive Antonella Mariani su Avvenire: «Non piangete sulla mia tomba, non leggete il Corano. Mettete una canzone allegra». Sono ormai storia le ultime parole di Majidreza Rahnavard, ucciso il 12 dicembre 2022 per aver preso parte alle manifestazioni seguite alla morte in detenzione di Mahsa Amini. Difficile eseguire le sue volontà, nell’Iran della repressione totale, a meno di affrontare tutti i rischi che la disobbedienza comporta. La tragica fine del 23enne Majidreza, impiccato al braccio di una gru nella piazza principale della cittadina di Mashhad, ci ricorda che non sono solo le ragazze a morire e a soffrire, ma anche i ragazzi che si sono messi al loro fianco per la stessa battaglia di civiltà. 

È la “meglio gioventù” iraniana, come l’ha definita un recente report di Amnesty, a urlare “Donna, vita, libertà” ormai da 12 mesi. Nell’anno trascorso dalla morte di Mahsa abbiamo assistito a manifestazioni quasi quotidiane, sedate dagli agenti della repressione. Abbiamo visto esplodere e poi pian piano sfiorire campagne social diffuse in tutto il pianeta come il taglio di una ciocca davanti alle videocamere (erano stati proprio i capelli fuori posto a scatenare la violenza contro la giovane curda). Abbiamo letto report allarmati sulle migliaia di arresti arbitrari, sulle esecuzioni pubbliche, sulle violenze inflitte in carcere ai manifestanti, uomini e donne… L’opinione pubblica mondiale non ha dimenticato le ragazze e i ragazzi iraniani, non c’è stato un blackout informativo come è accaduto invece per le afghane, che da due anni sono state cancellate dalla scena pubblica nel loro Paese e le loro sofferenze, salvo rare eccezioni tra le quali Avvenire, hanno avuto scarsissima eco. 

Eppure. Eppure l’indignazione pubblica e la mobilitazione dei movimenti sociali e politici, pur assolutamente indispensabili per tenere accesa una luce sul dramma di un popolo, non è stata sufficiente. L’unico risultato raggiunto dal clamore mediatico, nel dicembre scorso, è la sospensione del seggio della Repubblica islamica dell’Iran nella Commissione delle Nazioni Unite sullo status delle donne. Un risultato magro, quasi un contentino, e casomai ci sarebbe da chiedersi cosa ci facesse uno Stato nemico delle donne in una Commissione di tal fatta, se non fosse che a tutt’oggi l’Afghanistan ne è ancora membro.

Dunque, il sostegno che è mancato e manca, nella battaglia del popolo iraniano, è la volontà dei governi occidentali di far valere i cardini condivisi della nostra civiltà: l’uguaglianza e la pari dignità tra cittadini, la libertà di pensiero e di espressione, la giustizia… Valori alla base del vivere civile in casa nostra, però facoltativi laddove porta non il cuore bensì gli affari. Perché sostanzialmente è così; business as usual. Lo ha spiegato bene l’attivista iraniana Maryam Namazie nei giorni scorsi in un’intervista a Micromega:  «Il business as usual è sempre contro le donne e a favore del profitto rispetto al benessere umano». 

È sul cinismo dei governi occidentali – lo stesso che pesa come un macigno sulla storia recente, sul presente e ormai anche sul futuro del popolo afghano – che gli ayatollah di Teheran contano, vista la protervia con la quale da una parte sopportano entro certi limiti le proteste di piazza e dall’altra continuano a perseguitare le ragazze e i ragazzi.

Allora l’unica speranza che la morte di Mahsa Amini e degli altri, la sofferenza degli innumerevoli oppressi in prigione, picchiati e perseguitati, porti a un cambiamento nel granitico regime iraniano, risiede nel coraggio e nella tenacia di chi lotta, nella possibilità che emerga una leadership, nella resistenza e nel sacrificio, anche di sangue, della “meglio gioventù” di un intero Paese.

Sulla carta il regime è condannato dai numeri: il cambiamento è lento, ma appare inevitabile. Oggi i giovani costituiscono il 70 per cento della popolazione. Le ragazze sono il 60% delle matricole universitarie, il 70% nelle facoltà scientifiche. Per quanto tempo gli ayatollah ancora potranno arginare la protesta di una parte così consistente – donne e uomini, insieme – della propria gente? Il prezzo da pagare, lo vediamo, è altissimo. Per i Paesi occidentali è il prezzo della vergogna”.

In Iran ’’c’è una maggiore adesione alle proteste e una maggiore coesione tra la popolazione’’, con ’’giovani e anziani, uomini e donne, ricchi e poveri’’ che ’’non ne possono più del regime teocratico assassino che è il loro vero nemico’’. Lo spiega ad Adnkronos Ghazal Afshar, portavoce dell’Associazione Giovani Iraniani in Italia, secondo la quale ’’da fonti interne sappiamo che il regime ha schierato 15mila uomini dei Pasdaran e delle forze paramilitari Basij nelle università sotto copertura, come studenti o professori, per monitorare la situazione’.

Nel nome di Mahsa Amini. La rivoluzione continua.

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