Iran un anno dopo: in memoria di Mahsa Amini simbolo di libertà
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Iran un anno dopo: in memoria di Mahsa Amini simbolo di libertà

A quasi un anno di distanza dalla sua uccisione, quel nome, quel volto, quella storia fanno ancora parte del presente dell’Iran. Il volto, la storia, il sacrificio di Mahsa Amini.

Iran un anno dopo: in memoria di Mahsa Amini simbolo di libertà
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

31 Agosto 2023 - 19.27


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A quasi un anno di distanza dalla sua uccisione, quel nome, quel volto, quella storia fanno ancora parte del presente dell’Iran. Il volto, la storia, il sacrificio di Mahsa Amini.

In memoria di Masha

Lo ricorda Avvenire: “Più si avvicina il primo anniversario della morte di Mahsa Amini, il 16 settembre, più il regime degli ayatollah usa l’unico sistema di soluzione dei problemi che conosce: la repressione. Una giornalista iraniana che era tornata a piede libero giorni fa dietro pagamento di cauzione è stata nuovamente arrestata oggi per non avere indossato il velo in pubblico. Lo riferisce l’agenzia Tasnim. Nazila Maroufian è accusata dell’infrazione alle norme che regolano l’abbigliamento femminile e di avere pubblicato le sue foto senza velo sulle piattaforme sociali. Maroufian era finita in carcere a più riprese dopo avere intervistato a ottobre 2022 Amjad Amini, padre di Mahsa, la ragazza che morì in circostanze dubbie mentre era trattenuta dalla polizia dei costumi per non avere rispettato le regole di abbigliamento in vigore nella repubblica islamica, un evento da cui scaturirono proteste di piazza vaste e violente. 

Maroufian fu arrestata la prima volta a novembre e dopo il rilascio, nel gennaio di quest’anno, aveva riferito di essere stata condannata a due anni di prigione con sospensione della pena per propaganda contro il sistema e diffusione di fake news. Il 13 agosto scorso era tornata libera ma la pubblicazione della foto senza velo ha portato al nuovo arresto. Maroufian, che vive a Teheran, è originaria di Saqez, città natale di Mahsa nella provincia occidentale del Kurdistan.

Intanto sul fronte della repressione le autorità accelerano ulteriormente. Si è tenuta ieri la prima udienza del processo di Mohammad Saleh-Nikbakht, l’avvocato di Mahsa Amini, morta il 16 settembre 2022 dopo essere stata arrestata dalla polizia morale perché indossava il velo in modo improprio. A riferirlo è stato Ali Rezai, il legale che assiste il collega imputato. La morte di Mahsa Amini provocò un’ondata di proteste antigovernative che continuarono per mesi a partire dalla fine del settembre 2022. L’avvocato della famiglia di Mahsa era stato convocato dal tribunale rivoluzionario di Teheran in marzo e successivamente rilasciato su cauzione. Era stato accusato di “propaganda contro il sistema” in seguito a una denuncia da parte del ministero dell’Intelligence a causa di interviste che l’avvocato aveva concesso alla stampa iraniana e anche a giornalisti internazionali riguardo alla vicenda della giovane. Il crimine per cui è accusato potrebbe portare ad una condanna da tre mesi a un anno di reclusione. Saleh-Nikbakht ha rappresentato la famiglia di Mahsa che aveva sporto denuncia contro la polizia ritenendo che la figlia fosse stata picchiata e colpita alla testa mentre si trovava nel furgone della polizia. I genitori di Mahsa hanno respinto la dichiarazione del medico legale secondo cui la 22enne, di origine curda, è morta a causa di un attacco di cuore relativo ad una malattia per cui la giovane aveva sofferto in passato. 

La famiglia aveva anche chiesto che si tenesse un’inchiesta sui motivi della morte da parte di una commissione formata da un gruppo di medici diversi e affidabili. Le proteste si diffusero quindi in tutto l’Iran. Alcuni attivisti le hanno descritte come la sfida più seria che il regime abbia affrontato in oltre quattro decenni. Iran Human Rights ha riferito ad aprile che almeno 537 persone erano state uccise durante le manifestazioni e almeno 22.000 arrestate. Mercoledì scorso 11 attiviste per i diritti delle donne sono state arrestate dalle forze di sicurezza nella provincia settentrionale di Gilan, secondo l’Agenzia per i diritti umani Hrana. Un altro recente arresto è stato quello di Mashallah Karami, il cui figlio Mohammad Mehdi Karami fu impiccato dopo aver partecipato alle proteste scoppiate nello scorso settembre. Karami aveva pubblicato le foto della preparazione del cibo che lui e sua moglie avevano preparato per distribuirlo tra i bisognosi per onorare la memoria del ragazzo.

La caccia ai “simboli” non sembra comunque finita. A pochi giorni dalle commemorazioni per la morte di Mahsa Amini, non si fermano le azioni estreme del regime. Il noto cantante pop iraniano Mehdi Yarrahi è stato arrestato dopo avere pubblicato un brano che celebra l’anniversario. Le autorità iraniane hanno affermato che la “canzone illegale” è stata all’origine del suo arresto, secondo quanto riferito dall’agenzia Mizan. Le canzoni di Yarrahi sono state usate come una sorta di grido di battaglia in Iran dopo la morte di Mahsa.

Il Rapporto di Amnesty International

“Nell’ultima escalation risalente al 16 luglio, il portavoce della polizia iraniana Saeed Montazer-Almahdi, ha annunciato il ritorno delle pattuglie di poliziaal fine di imporre il velo obbligatorio e ha minacciato di intraprendere azioni legali contro donne e ragazze che rifiutino l’obbligo di indossare il velo.

Questo è avvenuto in concomitanza con la circolazione sui social media di video che mostrano donne violentemente aggrediteda agenti di polizia a Teheran e Rasht e forze di sicurezza che sparano gas lacrimogeni contro persone che cercano di aiutare le donne a evitare l’arresto a Rasht.

Secondo fonti ufficiali, dal 15 aprile 2023 più di un milione di donne hanno ricevuto messaggi di avviso di confisca delle loro autovetture, qualora fossero state fotografate senza velo. Inoltre, numerose donne sono state sospese o espulse dalle università, è stato impedito loro di sostenere gli esami finali e negato l’accesso ai servizi bancari e ai mezzi di trasporto pubblico. Centinaia di attività commerciali sono state forzatamente chiuse per non aver fatto rispettare l’obbligo del velo. Il rafforzamento dell’azione repressiva mette in luce la natura ambigua delle precedenti dichiarazioni delle autorità iraniane riguardo allo scioglimento della “polizia morale”.

I controlli di polizia in nome della morale sono tornati. Le autorità possono anche far rimuovere gli stemmi della ‘polizia morale’ dalle uniformi e dai veicoli di pattuglia, ma autorizzano gli esecutori dell’oppressione e della subordinazione delle donne e delle ragazze della Repubblica islamica a perpetuare la stessa violenza che ha portato alla morte impunita di Mahsa Zhina Amini. L’azione repressiva di oggi è intensificata dalle tecnologie di sorveglianza di massa in grado di identificare le donne senza velo all’interno delle loro automobili e negli spazi pubblici”, ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International.

“L’inasprimento della repressione contro chi non indossa il velo riflette il deprecabile disprezzo delle autorità iraniane per la dignità umana e per i diritti delle donne e delle ragazze all’autonomia, alla privacy e alla libertà di espressione, religione e credo. Mette in luce, inoltre, il disperato tentativo delle autorità di riaffermare il loro dominio e potere su coloro che hanno opporsi a decenni di oppressione e disuguaglianza durante la rivolta Donna. Vita. Libertà.”, ha proseguito Callamard.

Una donna della provincia di Esfahan, che ha ricevuto un sms che le ordinava un fermo di 15 giorni della propria auto per essersi  tolta il velo mentre guidava, ha raccontato ad Amnesty International:

“Emotivamente e psicologicamente, tutte queste minacce hanno un impatto molto negativo su di noi. La Repubblica islamica vuole dimostrare di poter arrivare a qualsiasi estremo quando si tratta di imporre l’utilizzo del velo obbligatorio. Si atteggiano, di fronte alla comunità internazionale, come se stessero prendendo le distanze dalla violenza ma in realtà stanno compiendo queste azioni violente senza dare nell’occhio”.

Il 14 giugno 2023 il portavoce della polizia iraniana ha annunciato che dal 15 aprile la polizia ha inviato circa un milione di sms di avvertimento a donne fotografate senza velo mentre erano in auto, ha mandato 133.175 sms richiedendo il fermo dei veicoli per una durata di tempo specifica, ha confiscato  2.000 automobili e segnalato più di 4.000 “recidive” alla magistratura di tutto il paese.

La stessa fonte ha aggiunto che erano stati raccolti 108.211 rapporti sull’applicazione delle leggi sul velo obbligatorio riguardanti la commissione di “reati” all’interno di esercizi commerciali e che erano stati identificati e segnalati alla magistratura 300 “colpevoli”.

Nel tentativo di codificare e intensificare ulteriormente questa repressione, il 21 maggio la magistratura e il governo hanno presentato al parlamento il Disegno di legge per sostenere la cultura della castità e dell’hijab”. In base a questa proposta legislativa, le donne e le ragazze che appaiono senza velo negli spazi pubblici e sui social media o che mostrano nudità di una parte del corpo o indossano abiti sottili o aderentiandranno incontro a una serie di sanzioni con gravi ripercussioni sui loro diritti umani, compresi quelli sociali ed economici: multe pecuniarie, confisca di auto e dispositivi di comunicazione, divieto di guida, detrazioni dallo stipendio e dai benefici lavorativi, licenziamento dal lavoro e divieto di accesso ai servizi bancari.

Il disegno di legge comprende proposte per condannare le donne e le ragazze riconosciute colpevoli di disobbedire alle leggi sul velo “in modo sistematico o in collusione con servizi di intelligence e sicurezza stranieri” a due o cinque anni di reclusione, nonché divieti di viaggio e residenza forzata in luoghi specifici. I gestori di istituzioni pubbliche e attività commerciali private che permettano a impiegati e clienti di non indossare il velo all’interno delle loro strutture subiranno sanzioni che vanno dalla chiusura a lunghe pene detentive e divieti di viaggio.

La proposta di legge prevede anche una serie di sanzioni contro gli atleti, gli artisti e altre figure pubbliche che disubbidisconoalle leggi sul velo, compresi divieti di svolgere attività professionali, carcere, frustate e multe.

Il 23 luglio 2023 una commissione parlamentare ha fatto sapere di aver inviato il disegno di legge rivisto, composto da 70 articoli, alla plenaria del parlamento. Il testo riveduto non è stato reso pubblico.

Allo stesso tempo, le autorità applicano il codice penale islamico per perseguitare e infliggere punizioni degradanti alle donne che appaiono in pubblico senza velo.

Amnesty International ha esaminato le sentenze emesse contro sei donne nel giugno o luglio 2023, che prevedono per loro l’obbligo di partecipare a sessioni di consulenza per “disturbo di personalità antisociale”, lavare cadaveriin una camera mortuaria o fare le pulizie in edifici governativi.

Questo attacco ai diritti delle donne e delle ragazze avviene in mezzo a una serie di dichiarazioni d’odio da parte di funzionari e media statali, in cui si fa riferimento al non indossare il velo come a un virus”, una “malattia sociale” o un “disordine” e si assimila la scelta di apparire senza velo a “depravazione sessuale”.

Le autorità iraniane devonoabolire il velo obbligatorio, annullare tutte le condanne e le sentenze per coloro che hanno disobbedito all’obbligo di indossare il velo, revocare tutte le accuse contro coloro che sono sotto processo e scarcerare incondizionatamente chiunque sia detenuto per la disobbedienza al velo obbligatorio. Le autorità devono abbandonare i propositi di punire le donne e le ragazze che esercitano i loro diritti all’uguaglianza, alla privacy e alla libertà di espressione, religione e credo.

“La comunità internazionale non può rimanere inerte mentre le autorità iraniane intensificano la loro oppressione contro donne e ragazze. La risposta degli stati non deve limitarsi a forti dichiarazioni pubbliche e interventi diplomatici, ma deve prevedere anche il perseguimento di vie legaliper chiamare a rispondere le autorità iraniane responsabili di aver ordinato, pianificato e commesso violazioni diffuse e sistematiche dei diritti umani contro le donne e le ragazze attraverso l’uso del velo obbligatorio. Tutti i governi devono impegnarsi al massimo per sostenere le donne e le ragazze che cercano rifugio dalla persecuzione basata sul genere e dalle gravi violazioni dei diritti umani in Iran, assicurando loro un accesso tempestivo e sicuro alle procedure di asilo e, in nessun caso, permettendo il loro rimpatrio forzato in Iran”, ha concluso Agnès Callamard.

In memoria di Mahsa, simbolo di libertà

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