Ancora una volta capri espiatori: i curdi iraniani accusati da Teheran di fomentare il caos per la morte di Mahsa Amini
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Ancora una volta capri espiatori: i curdi iraniani accusati da Teheran di fomentare il caos per la morte di Mahsa Amini

Questo posizionamento starebbe servendo da pretesto ai Pasdaran per attaccare i gruppi curdi in Iraq, accusandoli di aver inviato armi e supporto nel Paese di origine

Ancora una volta capri espiatori: i curdi iraniani accusati da Teheran di fomentare il caos per la morte di Mahsa Amini
Masha Amini
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30 Settembre 2022 - 15.03


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Le autorità di Teheran colpiscono con missili e droni anche il Kurdistan iracheno (Nord), accusando i dissidenti curdi iraniani di fomentare il caos.

In realtà l’attacco al territorio confinante è l’ultimo manifestarsi della convinzione dei Guardiani della Rivoluzione iraniana, i Pasdaran, che dietro all’ondata di proteste minacciosa per la Repubblica islamica ci siano i gruppi di opposizione curda, che hanno le loro basi storiche nel Kurdistan iracheno e iraniano. 

In territorio iraniano, in particolare nelle città nord-occidentali – Saqez, Urmia, Diwandara, Kermashan, Dehgolan, Ilam, Piranshahr – vive la minoranza curda, circa 8,1 milioni di persone su un totale di 83 milioni, ovvero il 10% della popolazione secondo i dati diffusi dall’Ong curda Hengaw.

In effetti Amini, la martire del velo, morta lo scorso 16 settembre a Teheran dopo essere stata arrestata dalla polizia morale iraniana, era originaria proprio di Saqez, epicentro delle prime proteste contro il governo centrale.

A dare voce alle istanze curde sono diversi partiti, tra cui il Partito Komala del Kurdistan iraniano e il Partito democratico del Kurdistan dell’Iran (Kdpi), in lotta da anni per l’autonomia curda all’interno di un Iran federale: i loro membri dissidenti basati nel Kurdistan iracheno vengono considerati “terroristi” e responsabili del caos in patria, motivo per cui sono colpiti.

Ora che i curdi iraniani hanno fatto loro la causa di Mahsa Amini, irritando non poco il governo di Teheran, questo posizionamento starebbe servendo da pretesto ai Pasdaran per attaccare i gruppi curdi in Iraq, accusandoli di aver inviato armi e supporto nel Paese di origine.

Secondo diversi analisti, la questione etnica dei curdi iraniani è incidentale poiché Amini non sarebbe stata uccisa perché curda ma in quanto donna, per aver indossato male il velo. Questa dinamica ha spinto i Guardiani della Rivoluzione a colpire i gruppi curdi proprio per impedire una loro strumentalizzazione del triste fatto di cronaca in chiave etnica.

D’altra parte, però, i Pasdaran sfruttano le proteste in corso da quasi due settimane per attaccare i propri nemici in territorio curdo, strumentalizzando così l’uccisione di Amini, un pretesto, un alibi senza il quale Teheran avrebbe più difficilmente attaccato quel territorio.

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In realtà questo fatto di cronaca ha riacceso la storica questione etnica dei curdi iraniani, che si colloca nel contesto più ampio del popolo curdo nell’intera regione, ovvero in Turchia, Siria e Iraq.

Se negli ultimi decenni, per varie vicissitudini politiche e belliche, i curdi turchi, siriani ed iracheni hanno fatto parlare di sé, fino ad ottenere l’onore delle cronache internazionali ad esempio per la battaglia del PKK in Turchia o per la loro lotta contro lo Stato islamico in Siria e il loro confronto con la Turchia, i curdi dell’Iran invece sono stati poco citati dai media.

In una prospettiva a medio termine, dalla Rivoluzione del 1979 in poi, in Iran i curdi sono diventati dei “dimenticati”, dei marginalizzati, all’interno comunque di un popolo globalmente dimenticato. Una storia che affonda le sue radici nel Trattato di pace di Losanna, firmato nel 1923 tra Turchia e potenze occidentali al termine della guerra civile turca, disegnando un nuovo equilibrio tra i resti dell’Impero Ottomano e l’Europa.

Un trattato che ha infranto le speranze di quello di Sèvres, di un Kurdistan indipendente, confermando la divisione della popolazione curda in quattro Paesi: Turchia, Siria, Iraq e Iran. Il caos dell’Iran post conflitto, il nazionalismo, la centralizzazione del potere e l’omogeneizzazione culturale in qualche modo non favorirono l’ideale nazionale curdo.

Il leader curdo Ismail Agha Simko. Simko, assassinato nel 1930, servì essenzialmente gli interessi della sua tribù, non riuscendo ad unire tutte le altre sotto una stessa bandiera.

Nel vuoto di potere successivo all’abdicazione del re Reza Shah, nel 1941, il movimento curdo iraniano prese nuovo slancio, in primis come movimento di intellettuali e poi come forza politica. Fu così che nacque il Kurdistan Democratic Party (KDP o KDPI) che nel 1946 a Mahabad, sotto la leadership di Qazi Muhammad, fondò la Repubblica del Kurdistan.

Si trattava di un territorio estremamente ridotto, intorno alle città curde di Saqez e Urmia, all’estremo Nord-Ovest dell’Iran. Ma quella Repubblica, riconosciuta esclusivamente dall’Unione Sovietica ebbe vita breve per la forte delegittimazione internazionale e per le forti divisioni tribali al suo interno. Dopo essere stata riconquistata dall’esercito iraniano, nel dicembre 1946, il KDPI venne dichiarato illegale e costretto alla clandestinità, spostando la sua sede operativa nel Kurdistan iracheno.

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Fino alla Rivoluzione del 1979, il KDPI concentrò i suoi sforzi sulla risoluzione dei dissidi interni e mise a segno poche azioni di guerriglia e manifestazioni pubbliche in Iran.

Pur avendo giocato un ruolo significativo nel rovesciamento del regime dello scià, l’ascesa al potere dell’Ayatollah Khomeini si rivelò una speranza delusa per il partito curdo e per il riconoscimento dei diritti delle minoranze in Iran. Non solo: nell’agosto 1979 l’Ayatollah proclamò la jihad contro i curdi, dando il via libera ad una feroce oppressione e ad annose esecuzioni sommarie.

Secondo stime diffuse dal KDPI, dal 1979 ad oggi il conflitto con lo Stato siriano ha mietuto tra 30 e 35 mila vittime oltre alle decine di migliaia di curdi imprigionati arbitrariamente e le migliaia costrette a lasciare il Paese, senza parlare della sistematica negazione di diritti civili e politici, della bassa ricchezza pro-capite e del basso livello d’istruzione della regione rispetto al resto dell’Iran. 

Uno dei principali fattori di avversione verso i curdi è il fatto che il 75% di loro professa la religione sunnita, considerata da Khomeini come una fonte di divisione all’interno della comunità musulmana, motivo per cui le minoranze etniche non avevano alcun motivo di esistere.

A ‘danneggiare’ ulteriormente la causa curda in Iran è stata la scissione tra due grandi gruppi: da un lato il più affermato KDPI, di orientamento social-democratico e laico, dall’altro il Komala, partito curdo d’ispirazione comunista, fondato da alcuni studenti universitari alla fine degli anni ’60. Mentre il primo, guidato dal segretario Abdul Rahman Ghassemlou, optò per una linea abbastanza moderata e di dialogo col governo centrale, il secondo era molto più militante.

Le due formazioni curde furono quindi protagoniste di un piccolo conflitto civile, nel 1984, e sempre in quel periodo fallì il tavolo di trattative col governo centrale. Conseguenza della sconfitta e delle rivalità interne il KDPI si scisse in due e solo un anno dopo, nel 1989, il suo leader venne assassinato da Teheran. Un fatto clamoroso che riaprì una nuova fase di guerriglia con il governo centrale che ne uscì vincitore nel 1996, con il cessate il fuoco unilaterale del KDPI.

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All’inizio degli anni 2000 rifiorì invece un movimento culturale curdo con la pubblicazione di libri e l’organizzazione di eventi culturali, soprattutto nelle università e nel Kurdistan iracheno, alimentato da giovani nati nel periodo della repressione più feroce, dotati di maggiore consapevolezza politica e nazionale, ma sicuramente più distaccati dai due parti che da sempre incarnano il movimento nazionalista curdo.

È in quel contesto che nacquero nuovi partiti più radicali, tra cui Revolutionaries Union of Kurdistan, rinominato nel 2006 Kurdistan Freedom Party (PAK), con l’obiettivo dell’autodeterminazione, democrazia e socialismo. In Iran è stata importante l’influenza del PKK turco, che ha portato alla nascita del Free Life Party of Kurdistan (PJAK), ispirato al femminismo e all’ecologia sociale del confederalismo democratico di Abdullah Ocalan.

Negli ultimi anni è stato proprio il PJAK ad essere maggiormente attivo sul piano culturale e della guerriglia armata contro il governo centrale. Oggi è ancora lunga la strada verso il pieno riconoscimento dei diritti dei curdi. I membri dei loro partiti costituiscono metà della popolazione carceraria per crimini politici e sono oggetto di un quinto delle esecuzioni capitali.

Inoltre l’utilizzo della lingua curda per l’educazione è ancora osteggiato e il sistema del gozinesh – l’accesso a certi uffici solo a chi dimostra piena fedeltà alla Repubblica Islamica – nega a molti curdi la possibilità di lavorare. Per giunta attivisti dei diritti umani e giornalisti devono fronteggiare arresti arbitrari e persecuzioni. In teoria legale, la pubblicazione di giornali, libri e programmi televisivi in curdo è di fatto limitata e spesso arbitrariamente proibita dal governo.

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