In Tunisia, giornalisti e oppositori in galera. Ma l'Italia plaude al presidente carceriere
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In Tunisia, giornalisti e oppositori in galera. Ma l'Italia plaude al presidente carceriere

Il posto per un giornalista indipendente nella Tunisia di Kais Saied?  Il carcere. 

In Tunisia, giornalisti e oppositori in galera. Ma l'Italia plaude al presidente carceriere
Giorgia Meloni e il presidente tunisino Saied
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

7 Settembre 2023 - 16.34


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Il posto per un giornalista indipendente nella Tunisia di Kais Saied?  Il carcere. 

Reato di libertà d’espressione

La denuncia della Fnsi: “Torna dietro le sbarre il giornalista di Radio Mosaique Khalifa Guesmi, fermato dalle forze di sicurezza tunisine la mattina di domenica 3 settembre 2023. Lo rende noto la Federazione internazionale dei giornalisti che, in una nota pubblicata sul proprio sito web, chiede «il suo rilascio immediato e incondizionato». Guesmi era stato arrestato e poi rilasciato nel marzo 2022 e condannato in primo grado a un anno di carcere il 29 novembre 2022 per “divulgazione di informazioni riservate di natura di sicurezza” dopo la pubblicazione sul sito web della radio di informazioni sullo smantellamento di una “cellula terroristica” e l’arresto dei suoi membri.

Il 15 maggio 2023 è arrivata la condanna in appello a 5 anni di reclusione, sentenza contro la quale Khalifa Guesmi ha presentato ricorso. Come ricorda la Ifj, il giornalista ha sempre rifiutato di rivelare le proprie fonti nell’ambito di un’indagine sulla rete terroristica smantellata.

La Federazione internazionale dei giornalisti, «scioccata» dalla condanna «estremamente pesante» inflitta a Guesmi «per aver semplicemente fatto il suo lavoro di giornalista», denuncia le «costanti intimidazioni» contro i colleghi tunisini da quando Kais Saied è salito al potere, il 25 luglio 2021, e chiede al presidente «di adottare misure concrete per rassicurare i cronisti e il sindacato tunisino del suo impegno in difesa della libertà di stampa nel Paese».

La protesta di chi mantiene la schiena dritta

Un passo indietro nel tempo. Da un lancio Ansa: “I giornalisti tunisini hanno manifestato oggi (18 maggio 2023, ndr) per denunciare la politica «repressiva» del potere che, secondo loro, usa la giustizia per intimidire e soggiogare i media. “Siamo giornalisti e non terroristi”, “O magistratura agli ordini, riempite ancora le carceri”, “Libertà per la stampa tunisina”, questi gli slogan scanditi dai giornalisti riuniti davanti alla sede del Sindacato nazionale dei giornalisti tunisini (Snjt). 
I manifestanti hanno protestato anche contro la condanna in appello a cinque anni di reclusione di un giornalista della radio privata Mosaique fm, Khalifa Guesmi, per essersi rifiutato di rivelare la fonte in un caso di terrorismo. Ai sensi di una legge antiterrorismo, è stato giudicato colpevole di «aver partecipato alla divulgazione intenzionale di informazioni relative a intercettazioni, infiltrazioni, operazioni di sorveglianza audiovisiva o dati ivi raccolti», secondo il suo avvocato.
«C’è un orientamento (politico) franco e chiaro verso la chiusura e la repressione, che prende di mira i media non assoggettati», ha lamentato durante la manifestazione il presidente del Snjt, Mahdi Jlassi. «Ancora una volta lanciamo un grido d’allarme contro l’arretramento delle libertà nel Paese e contro i procedimenti giudiziari che prendono di mira giornalisti, avvocati e sindacalisti e altre persone per commenti o articoli o anche solo per una canzone».
Due studenti tunisini sono stati arrestati lunedì scorso dopo aver pubblicato sui social media una canzone satirica in cui veniva criticata la polizia e una legge che punisce con il carcere l’uso di droghe. Secondo Jlassi, una ventina di giornalisti sono stati perseguiti per il loro lavoro” Diverse Ong locali e internazionali hanno messo in guardia martedì scorso «contro la gravità dell’orientamento repressivo dell’attuale potere» e ripetutamente denunciato una «battuta d’arresto» nelle libertà in Tunisia da quando il presidente Kais Saied ha assunto i pieni poteri il 25 luglio 2021”

Oppositori ingabbiati

 L’ex premier tunisino, ex leader del partito islamico Ennahdha (ne uscì nel 2014), Hamadi Jebali, è stato arrestato dalla polizia, dopo una incursione al proprio domicilio a Sousse. Lo ha detto alla radio Mosaïque fm il suo avvocato, Zied Taher, ricordando che il suo assistito ha lasciato da pochi giorni l’ospedale dopo aver subito un intervento chirurgico.  Secondo diversi media locali le forze dell’ordine hanno perquisito l’abitazione e sequestrato apparecchiature elettroniche, tra cui un computer portatile.  Jebali è stato negli ultimi anni oggetto di numerose indagini. Arrestato il 23 giugno 2022, venne poi rilasciato il 27 dello stesso mese nell’ambito di un’indagine per “riciclaggio di denaro”. Venne interrogato ancora dai giudici il 1 novembre 2022 come indagato nel fascicolo per riciclaggio dell’associazione caritativa Namaa.

La denuncia di Amnesty International

“Decreto dopo decreto, colpo dopo colpo, dal luglio 2021 il presidente Saied e il suo governo hanno gravemente compromesso il rispetto dei diritti umani. Sono state annullate libertà per le quali i tunisini e le tunisine avevano lottato duramente e si è rafforzato il clima di repressione e impunità. Le autorità tunisine devono invertire questa pericolosa traiettoria e rispettare i loro obblighi internazionali in materia di diritti umani”, ha dichiarato Heba Morayef, direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord.

Opposizione politica soffocata

Dal febbraio 2023 le autorità hanno preso di mira oppositori politici, voci critiche e persone percepite come nemiche del presidente Saied attraverso indagini fasulle e arresti.

In uno dei casi più noti, le autorità hanno aperto un’indagine nei confronti di almeno 21 persone – tra le quali oppositori politici, avvocati e imprenditori – per l’infondata accusa di “cospirazione contro lo stato”. Almeno sette di loro sono detenute arbitrariamente a causa del loro attivismo politico o delle opinioni espresse in pubblico, come i due esponenti politici dell’opposizione Jaouhar Ben Mbarek e Khayam Turki.

Particolarmente preso di mira è stato Ennahda, il principale partito di opposizione. Almeno 21 suoi esponenti sono sotto indagine e di essi 12 sono in carcere. Nell’aprile 2023 è stato arrestato Rached Ghannouchi, leader di Ennahda e presidente del disciolto parlamento. Accusato di “cospirazione contro lo stato” e “tentativo di cambiare la natura dello stato”, il 15 maggio 2023 è stato condannato da un tribunale antiterrorismo a un anno di carcere per un discorso fatto durante un funerale, in cui aveva definito il deceduto “un uomo coraggioso” che non aveva avuto paura “di fronte a un dominatore o a un tiranno”.

Attacchi alla libertà d’espressione

Dal 25 luglio 2021 Amnesty International ha documentato almeno 39 casi di persone indagate o processate solo per aver esercitato il loro diritto alla libertà d’espressione. Le accuse vanno dall’“offesa alle autorità” alla “diffusione di notizie false”, che non sono reati riconosciuti dal diritto internazionale.

Nel settembre 2022 il presidente Saied ha emanato il decreto legge 54, una durissima normativa sui reati informatici, che conferisce alle autorità ampi poteri di colpire la libertà d’espressione in rete. La legge è stata usata per avviare indagini contro almeno nove persone – tra le quali giornalisti, avvocati e attivisti politici – per commenti critici nei confronti del presidente Saied e della prima ministra Najla Bouden.

Discriminazione nei confronti di migranti e rifugiati

Nel febbraio 2023 una serie di dichiarazioni xenofobe e razziste del presidente Saied hanno provocato, nelle due settimane successive, un’ondata di violenza contro i neri, con conseguenti aggressioni, sgomberi sommari e arresti arbitrari di persone provenienti dall’Africa subsahariana. La polizia ha arrestato almeno 840 persone migranti, richiedenti asilo e rifugiate.

A maggio, la tensione razziale nella città di Sfax è culminata nella morte di un migrante. A luglio, è morto anche un tunisino. Dopo questo episodio, le autorità hanno sgomberato decine di migranti e richiedenti asilo subsahariani spingendoli in Libia.

“Le autorità devono prendere provvedimenti immediati per proteggere i diritti dei cittadini stranieri subsahariani, porre fine agli arresti arbitrari e alle espulsioni senza considerare se, una volta rimpatriati, subiranno persecuzioni”, ha sottolineato Morayef.

In pericolo le conquiste del 2011

Nel febbraio 2022 il presidente Saied ha accusato i gruppi della società civile di essere al servizio di interessi di potenze straniere e ha annunciato l’intenzione di mettere al bando “il ricevimento di fondi dall’estero”. Le autorità hanno fatto trapelare dettagli di una nuova norma restrittiva sulla costituzione di nuove associazioni che, se adottata, eliminerebbe importanti protezioni del diritto alla libertà d’associazione. Si tratterebbe di un emendamento al decreto legge 2011-80, che garantisce ai gruppi della società civile il diritto di esistere e operare liberamente.

Il presidente Saied ha compromesso l’indipendenza del potere giudiziario attraverso l’emanazione di due decreti legge che gli hanno conferito il potere di intervenire nelle carriere dei giudici e dei magistrati e anche quello di licenziarli arbitrariamente. Il 1° giugno 2022, infatti, 57 giudici sono stati licenziati per accuse vaghe e politicamente motivate di terrorismo, corruzione morale ed economica, adulterio e partecipazione a “feste a base di alcool”.

Il 25 luglio 2022 il presidente Saied ha consolidato il suo potere dopo l’adozione, a seguito di un referendum, di un testo di Costituzione da lui proposto e redatto con procedure sommarie e senza consultare i gruppi della società civile o i partiti. La nuova carta costituzionale aumenta i poteri di Saied e indebolisce l’indipendenza del potere giudiziario, minacciando di portare indietro la Tunisia ai livelli di repressione precedenti il 2011.

“Le autorità tunisine devono immediatamente porre fine al giro di vite nei confronti dei diritti umani che sta seriamente compromettendo i risultati, ottenuti con grande fatica, della rivoluzione del 2011. Tra le prime azioni da intraprendere: la scarcerazione di tutte le persone detenute arbitrariamente, la fine delle indagini e dei processi contro gli oppositori politici, gli attivisti per i diritti umani e altre persone solo per aver esercitato i loro diritti alla libertà d’espressione e di riunione pacifica”, ha concluso Morayef.

Il RobCop di Tunisi

Annota Claudia Di Martino nel suo Blog su ilfattoquotidiano.it: “Il nuovo “uomo forte” della Tunisia, noto anche all’opinione pubblica come “RoboCop”, è stato infatti abilissimo a capitalizzare sulla disperazionedell’opinione pubblica, a maggioranza oggetto di un drastico peggioramento delle condizioni di vita e preoccupata, a seguito del blocco alla vendita del grano imposto dalla guerra russo-ucraina, dall’inflazione e dal timore per la difficoltà di procurarsi beni alimentari anche di prima necessità (sondaggio condotto dal quotidiano Al Monitor e Premise poll, marzo 2023).

Senza abolire formalmente la democrazia (sull’esempio fornito da altri autocrati della regione, ad esempio Assad in Siria), Saied ha indetto nuove elezioni parlamentari, che si sono tenute nel dicembre 2022 registrando la più bassa affluenza di tutti i tempi (ferma all’11%), per poi avviare, una volta ricevuta una legittimazione democratica formale, una stagione di arresti di avversari politici attualmente entrata nel pieno. Nel mese di marzo, 30 personalità di varia estrazione, tutte dissidenti o critiche del nuovo regime – tra cui soprattutto attivisti, avvocati, giudici e politici, ma anche radiocronisti, come Noureddine Boutar, speaker della celebre stazione radio Mosaique – sono state arrestate, mentre a metà aprile le forze dell’ordine hanno fatto irruzione nelle sedi del partito islamista En-Nahda per sequestrare documenti e infine, il 17 aprile, per arrestare lo stesso leader storico del partito, Rachid Ghannouchi, per “cospirazione contro lo Stato”.

Il partito islamista è infatti stato il principale protagonista del cosiddetto “decennio nero”, ovvero i dieci anni di regime democratico intercorsi tra il 2011 e il 2021, che avrebbero portato il Paese, secondo molti tunisini, sull’orlo della bancarottae dell’emigrazione di massa. Il militante tunisino Hakim Fekih scrive infatti che en-Nahda e il suo leader sono considerati i principali responsabilidell’attuale stato di crisi in Tunisia anche da molti partiti di sinistra e dall’Ugtt, che pure protestano contro l’autoritarismo del Presidente: è dunque gioco facile per il Presidente tunisino, che si presenta comeapartitico, indipendente e super partes, strumentalizzare l’odio nutrito da gran parte dell’opinione pubblica laica nei confronti del partito islamista, identificandolo come il “capro espiatorio” di tutti i problemi economici e sociali sofferti dalla Tunisia.

E’ chiaro che il “bon éleve” delle democrazia europea non è più tale e che, anzi, gli islamisti tunisini rischiano, esattamente come avvenuto in Egitto nel 2013 (si spera solo in modo meno cruento) di rimanere vittime di un regolamento di conti interno che avverrà senza proteste da parte della comunità internazionale, troppo impegnata a negoziare con il governo Saied il blocco delle partenze migratorie, il vero contributo che la Tunisia può fornire al mercato globale. L’esempio dell’accordo Ue-Turchia del 2016 rappresenta infatti un importante precedente per tutta la regione mediterranea nei suoi rapporti con l’Europa: i 6.6 miliardi di euro sono lì a dimostrare che l’Unione è disposta a pagare qualsiasi cifra pur di bloccare il flusso di migranti in entrata, tollerando anche violazioni dei diritti umani e evitando di intervenire negli affari interni.

La giornalista Lauren Jackson del New York Times ha definito questo potere come “la leva politica dei Paesi di transito”, che si giocano la loro funzione di filtro migratorio in cambio di vantaggi economici e opacità politica, ed è evidente che, finché vi sarà solo la minaccia migratoria a dettare le priorità della politica estera Ue, non vi sarà alcuno spazio per valori, spesso retoricamente sbandierati, come la difesa della democrazia e dello stato di diritto.

Viene da chiedersi se la “fortezza Europa” accerchiata da una cintura di Paesi sempre più autoritari e instabili, la cui unica funzione è bloccare i migranti, si possa davvero sentire più sicura in un Mediterraneo militarizzato”.

Evidentemente sì, verrebbe da rispondere. Tristemente. Sbatte in galera giornalisti e oppositori. Scatena la caccia ai migranti neri, li deporta nel deserto. Ma i securisti che governano l’Italia plaudono al presidente-carceriere. Una vergogna infinita.

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