Siria, la "normalizzazione" del macellaio Assad soddisfa i "fratelli arabi": fratelli di sangue
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Siria, la "normalizzazione" del macellaio Assad soddisfa i "fratelli arabi": fratelli di sangue

La normalizzazione tra il governo siriano e i paesi arabi procede dopo il ripristino, nei mesi scorsi, dei rapporti diplomatici e politici tra Damasco e i paesi membri della Lega Araba. Ma a quale prezzo?

Siria, la "normalizzazione" del macellaio Assad soddisfa i "fratelli arabi": fratelli di sangue
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16 Agosto 2023 - 18.45


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Abbinare la parola “normalizzazione” alla Siria più che un ossimoro dovrebbe apparire un insulto ad un popolo devastato da dodici anni di guerra e da un terremoto apocalittico. Ma nei palazzi del potere arabi la memoria e corta e la tragedia di un popolo può passare nel dimenticatoio se a prevalere sono altri interessi. In nome dei quali si normalizzano i rapporti con un presidente che, dodici anni fa, ha dichiarato guerra al suo popolo colpevole ai suoi occhi di reclamare, sull’onda della “Primavera araba” giustizia, diritti, libertà, democrazia. 

Normalizzazione diplomatica

La normalizzazione tra il governo siriano e i paesi arabi procede dopo il ripristino, nei mesi scorsi, dei rapporti diplomatici e politici tra Damasco e i paesi membri della Lega Araba. Lo riferiscono all’Ansa fonti diplomatiche arabe a Beirut e che seguono da vicino il dossier dei rapporti tra il presidente siriano Bashar al Assad, contestato dai paesi occidentali, e le cancellerie arabe del Medio Oriente. Lunedì scorso si è svolto al Cairo, in Egitto, l’incontro periodico tra i paesi membri del cosiddetto Gruppo di Amman, dal nome della capitale giordana dove ai primi di maggio si era svolta la prima riunione tra ministri degli Esteri di Siria e dei paesi chiave della regione: Giordania, Arabia Saudita, Iraq ed Egitto. Al Cairo, il ministro degli Esteri Faysal Miqdad ha avuto incontri bilaterali con i colleghi saudita, giordano ed egiziano, oltre a partecipare alla riunione plenaria con i rappresentanti della politica estera di tutti i paesi partecipanti.  Nelle ultime settimane, resoconti di stampa arabi e occidentali avevano riferito di un rallentamento del percorso di normalizzazione diplomatica e politica tra Damasco e i paesi arabi. Questa era culminata con la partecipazione di Assad al vertice della Lega Araba in Arabia Saudita lo scorso maggio.  Secondo i media regionali, il rallentamento del processo era dovuto alla presunta mancanza di collaborazione da parte di Damasco nel rispetto degli accordi con Riad e le altre cancellerie arabe. Ad Amman il governo siriano si era impegnato a collaborare su due dossier principali: il contrasto alla produzione e al traffico di anfetamine Captagon dalla Siria ai mercati regionali, e il rimpatrio di oltre due milioni di profughi presenti tra Giordania e Libano. 

L’incognita turca

L’ingerenza della Turchia non costituisce solo una minaccia per la Siria ma anche un rischio per la sicurezza nazionale degli Stati arabi e per gli interessi della comunità araba in generale. Lo ha dichiarato il ministro degli Affari esteri e degli espatriati della Siria, Faisal al Miqdad, secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa governativa siriana “Sana” Le affermazioni di Al Miqdad giungono in occasione dei lavori della riunione del Comitato di collegamento ministeriale, approvata dalla Lega araba, composto da Egitto, Giordania, Arabia Saudita, Iraq e Libano, oltre che dal segretario generale della Lega araba, Ahmed Abul Gheit, che ha il compito di monitorare l’attuazione della dichiarazione di Amman, che si è svolta al Cairo lo scorso 14 agosto. Per tali ragioni, Al Miqdad ha affermato che “è imprescindibile unire le forze e adottare azioni concrete per porre fine a questa situazione, coerentemente con i nostri interessi condivisi, il nostro vincolo fraterno e le solide fondamenta del diritto internazionale”.

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Guerra strisciante

Almeno 26 soldati siriani sono stati uccisi l’11 agosto nell’est del Paese in un attacco a un autobus dell’esercito attribuito ai jihadisti dell’Isis: lo ha reso noto l’Osservatorio siriano per i diritti umani. Ieri i membri dell’Isis “hanno preso di mira un autobus militare” nella provincia di Deir Ezzor, ha affermato l’Osservatorio, che ha sede nel Regno Unito.

Nell’attacco sono morti “26 soldati e più di 10 sono rimasti feriti”, alcuni dei quali sono in condizioni critiche, ha aggiunto, sottolineando che “decine di (altri) soldati” risultano dispersi.

L’Isis ha nelle ultime settimane intensificato i suoi attacchi nella Siria centrale e orientale, le stesse aree che controllava in parte all’apice della sua capacità espansiva tra il 2014 e il 2016. L’organizzazione dello Stato islamico era stata dichiarata sconfitta militarmente in Siria nel 2019. Ma da allora le cellule si sono riorganizzate e ora operano in alcune zone in semi-clandestinità mentre in altre zone agiscono alla luce del sole.

L’agenzia governativa siriana Sana, che cita una fonte militare di Damasco, riferisce dell’attacco delle ultime ore nella regione di Dayr Ezzor senza però fornire dati sul bilancio delle vittime. Secondo l’Osservatorio, questo attacco è il più sanguinoso delle ultime settimane: lunedì scorso 10 militari governativi erano stati uccisi in un agguato simile a est di Raqqa, nel nord del Paese. Il 1 agosto 7 persone, di cui cinque soldati di Damasco, erano rimasti uccisi, in un attacco contro un convoglio di camion che trasportavano carburante. L’Isis ha inoltre rivendicato un attacco compiuto il 27 luglio nei pressi di Damasco contro una roccaforte di jihadisti sciiti filo-iraniani e dove sono state uccise 6 persone.   

Il fronte israeliano

Quattro soldati siriani sono stati uccisi e altri quattro feriti all’alba del 7 agosto in attacchi israeliani alla periferia di Damasco, hanno reso noto i media statali citando una fonte militare.  “Il nemico israeliano ha effettuato un attacco aereo dal Golan occupato prendendo di mira le aree alla periferia di Damasco”, ha detto la Sana. L’attacco ha causato anche danni materiali, ha aggiunto l’agenzia di stampa siriana affermando che la difesa aerea di Damasco ha intercettato alcuni missili.  Dall’inizio della guerra in Siria nel 2011, Israele ha effettuato centinaia di attacchi aerei contro le posizioni del regime siriano e contro le forze iraniane e di Hezbollah, alleati di Damasco e nemici giurati di Israele.

Disastro umanitario

Anche per il 2023 i Paesi donatori prendono impegni insufficienti a fronteggiare l’emergenza umanitaria in Siria, dove il 90% della popolazione vive sotto la soglia di povertà dopo oltre 12 anni di guerra e un terremoto che 4 mesi fa ha devastato la vita di 9 milioni di siriani, causando decine di migliaia di vittime. È l’allarme lanciato da Oxfam all’indomani della Conferenza sulla crisi in Siria che si è tenuta nel giugno scorso a Bruxelles.

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I tragici interrogativi della disperazione

 “Il sisma dello scorso febbraio sta portando il Paese al collasso economico con un aumento esponenziale dei prezzi dei beni alimentari e un’inarrestabile svalutazione della moneta nazionale. 12 milioni di siriani soffrono la fame, uno dei dati più alti dall’inizio del conflitto, e 6,8 milioni sono gli sfollati interni – ha detto Francesco Petrelli, esperto di sicurezza alimentare di Oxfam Italia – Nonostante questo, gli aiuti necessari a fronteggiare l’emergenza anche quest’anno arriveranno solo in piccola parte. Al momento, sono stati annunciati 5,6 miliardi di euro sotto forma di sovvenzioni e 4 miliardi come prestiti per i siriani all’interno del Paese e nei paesi vicini. Una goccia nel mare, di fronte ai reali bisogni di una popolazione, costretta ogni giorno a scelte impossibili per poter sopravvivere: comprare cibo o medicine? Spingere le proprie figlie a sposarsi o non avere i soldi necessari per sfamarle?

Mandare i bambini a scuola o avere un tetto sulla testa?”.

Vivere senz’acqua ed elettricità 

In questo momento ad Aleppo 3 sfollati su 4 riescono a malapena a mettere insieme un pasto al giorno. In intere aree del Paese la popolazione è costretta a fare i conti con la mancanza di elettricità o acqua corrente pulita. Basti pensare che non vi hanno accesso oltre 11 milioni di siriani. “La nostra vita ogni giorno è una continua lotta per far fronte alle necessità più normali. – racconta Fadia, 40 anni, madre di tre figli che vive nella zona rurale di Hama – In mancanza di elettricità, il piccolo forno a legna che abbiamo in casa è l’unico modo per cucinare durante i continui black out. La sera usiamo le candele o le lampade a led, ma la luce è talmente poca che i miei figli non riescono a studiare. Anche procurarsi l’acqua è un’impresa, visto che è disponibile solo per poche ore alla settimana, costringendoci a fare scorte che vanno poi razionate”.

Chi sopravvive è davvero un eroe 

“Chi in questo momento riesce a provvedere alla propria famiglia è davvero un eroe. – aggiunge Mazen, 56 anni, piccolo produttore di scarpe di Aleppo – Prima della guerra guadagnavo quello che mi serviva per vivere più che dignitosamente, oggi tutto è una sfida. A causa della mancanza di elettricità non posso più usare i macchinari e faccio tutto a mano, ma ci vuole il doppio del tempo per produrre la stessa quantità di calzature. Del resto il gasolio per far funzionare le macchine o non c’è o è fuori dalla mia portata”.

La risposta di Oxfam

L’Ong lavora dal 2013 per soccorrere la popolazione in Siria e i rifugiati che hanno trovato scampo alla guerra nei paesi vicini. Dopo il terremoto, che lo scorso febbraio ha causato oltre 50 mila vittime in Turchia e Siria, Oxfam e i suoi partner locali hanno soccorso più di 400 mila siriani, allestendo rifugi e distribuendo acqua pulita o kit igienico-sanitari. Nel paese Oxfam ha anche contribuito a ripristinare le infrastrutture idriche, sostenendo i controlli di sicurezza degli edifici per consentire alle persone di tornare nelle proprie abitazioni. I bisogni sono enormi e continuano a crescere, per questo Oxfam ha l’obiettivo di moltiplicare i propri interventi per raggiungere 800 mila persone nei prossimi tre anni.

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Detenzione arbitraria e sparizioni forzate

Dal Rapporto di Amnesty International sui diritti umani nel mondo 2022-2023. Il governo siriano ha continuato a sottoporre decine di migliaia di persone, inclusi giornalisti, difensori dei diritti umani, avvocati e attivisti politici, a sparizione forzata, molti anche da più di 10 anni.

A febbraio e aprile, le autorità hanno parzialmente fatto luce sulla sorte di 1.056 persone sottoposte a sparizione forzata dall’inizio del conflitto, aggiornando la documentazione del registro civile ed emettendo dei certificati di morte. Questi stabilivano la data del decesso, ma non fornivano particolari sulle circostanze in cui queste persone erano morte. Le autorità non hanno restituito i corpi dei deceduti alle loro famiglie.

Il 30 aprile, il presidente al-Assad ha emanato il decreto legislativo n. 7 che ha concesso un’amnistia generale per i reati di “terrorismo”, ad accezione di quelli che avevano provocato dei morti. Le autorità non hanno precisato il numero dei detenuti che hanno beneficiato del provvedimento, ma organizzazioni locali hanno calcolato almeno 150 rilasci.

Tortura e altro maltrattamento

Il 30 marzo, il presidente al-Assad ha promulgato la prima legge siriana contro la tortura, (legge n. 16/2022), che tuttavia non affrontava l’impunità garantita ai militari e agli agenti della sicurezza, né prevedeva indennizzi per le vittime di tortura del passato o misure di protezione per testimoni o sopravvissuti a episodi di tortura, né precisava se i sopravvissuti a tortura o, se deceduti, le loro famiglie, avrebbero ricevuto una compensazione2.

Secondo la Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite, le autorità del governo siriano hanno continuato a torturare e altrimenti maltrattare i detenuti attraverso varie tecniche come “scosse elettriche, bruciature di parti del corpo e l’essere infilati dentro a uno pneumatico d’auto (dulab) e sospesi da terra per uno o entrambi gli arti per periodi prolungati (shabeh), pratica cui spesso si accompagnavano dure percosse inflitte con vari strumenti, come bastoni e cavi”.

Diritti dei rifugiati

A fine 2022, le persone che avevano cercato rifugio fuori del paese dall’inizio del conflitto, nel 2011, erano 5,6 milioni.

Nel confinante Libano, il peggioramento delle condizioni economiche e le restrittive politiche imposte dalle autorità hanno spinto ancora molti rifugiati a fare ritorno in Siria, dove alcuni hanno subìto detenzioni, tortura e altro maltrattamento e sparizioni forzate. Tra febbraio e luglio, le autorità turche hanno arbitrariamente arrestato, detenuto e rimpatriato illegalmente centinaia di uomini e ragazzi siriani rifugiati.

Un popolo annientato. Un paese ridotto in macerie. E’ la “normalizzazione” del “macellaio di Damasco”, quello a cui la Lega Araba ha riaperto le porte.

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