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Iran, la "strategia del boia" per impiccare la protesta popolare

Sono 11 le persone condannate a morte in Iran dopo essere stati arrestate durante le proteste che si susseguono da quasi tre mesi nel Paese.

Iran, la "strategia del boia" per impiccare la protesta popolare
Repressione in Iran

Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

9 Dicembre 2022 - 18.38


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Iran, la “strategia del boia” per impiccare la protesta popolare. Sono 11 le persone condannate a morte in Iran dopo essere stati arrestate durante le proteste che si susseguono da quasi tre mesi nel Paese. Lo denuncia la ong Iran Human Rights, con sede ad Oslo, facendo sapere che “altre decine di persone rischiano attualmente la pena capitale” e che “la Repubblica Islamica ha intenzionalmente nascosto i nomi dei manifestanti con condanne a morte confermate”. Iran Human Rights fa sapere che alcune delle condanne alla pena capitale emesse riguardano l’uccisione di un ufficiale delle Guardie della rivoluzione durante disordini avvenuti a Karaj il 3 novembre, quando manifestanti stavano commemorando un altro dimostrante ucciso e sono stati attaccati dalle forze di sicurezza .

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Secondo la Ong, “gli imputati non hanno accesso ai loro avvocati” e non possono avere contatti con i familiari. L’esecuzione della pena capitale per il primo manifestante condannato è stata eseguita ieri per impiccagione. Mohsen Shekari è stato sepolto a Teheran tra ingenti misure di sicurezza. Un tribunale rivoluzionario lo aveva giudicato colpevole del reato di “guerra contro Dio” per aver bloccato una strada “con l’intento di creare terrore e uccidere” e aver ferito “intenzionalmente”, con un’arma da taglio, un membro della forza paramilitare dei Basij, mentre era in servizio. Secondo la magistratura, l’imputato avrebbe confessato. La sentenza era stata poi confermata dalla Corte Suprema. All’indomani dell’esecuzione capitale il governo iraniano ha definito “proporzionata e misurata” la risposta della polizia e della magistratura alla rivolta. “L’Iran ha utilizzato metodi antisommossa proporzionati e comuni”,  ha dichiarato su Twitter il ministero degli Esteri iraniano. “Lo stesso vale per il processo giudiziario: misurato e proporzionato”, ha insistito il ministero degli Esteri. E ha difeso le azioni delle forze di sicurezza e giudiziarie in nome della sicurezza: “La sicurezza pubblica è una linea rossa. Violenze e vandalismi non sono tollerabili”, ha rimarcato il ministero. 

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Una riflessione condivisibile

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E’ quella di Giuliano Ferrara su Il Foglio. Scrive tra l’altro Ferrara: “La “inimicizia contro Dio” o “lotta contro Dio” ovvero l’accusa che ha portato alla morte per impiccagione di un manifestante di 23 anni in Iran è espressione a un tempo maestosa e sinistra. Indica qualcosa che ci ostiniamo a non capire: lo scontro tra assoluti. In Ucraina c’è un coraggio per la vita contro l’istinto di morte di un’ideologia del potere neoimperiale. E salvo le solite eccezioni abbiamo saputo scegliere perché non avevamo alternative al sostegno dei combattenti nella più feroce e pericolosa guerra europea dalla fine del conflitto mondiale. Con l’Iran ci permettiamo il lusso della disattenzione, parteggiamo con il cuore ma teniamo le mani in tasca…”. E’ l’incipit dell’ex direttore de Il Foglio. Chi scrive spesso non è stato d’accordo con lui, stavolta, però, la sua considerazione sulle “mani in tasca” è da condividere.

Un appello d’accogliere

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La comunità internazionale “non deve spegnere i riflettori” su quanto sta accadendo in Iran o “sicuramente” ci saranno altre esecuzioni dopo quella di Mohsen Shekari, il primo manifestante giustiziato dall’inizio della nuova ondata di proteste nella Repubblica islamica. Lo afferma in un’intervista all’Adnkronos Azar Karimi, presidente dell’Associazione giovani iraniani in Italia, che denuncia la “grande difficoltà” che si incontra nel raccogliere notizie su quanto sta accadendo nel Paese mediorientale a causa di “un regime che filtra e censura l’informazione”. L’attivista lancia un appello all’Italia e alla comunità internazionale “unita” a dare sostegno a una popolazione che “sta affrontando la rivoluzione a mani nude” e che “non farà passi indietro fino alla caduta del regime”, indicando come le proteste “estese da nord a sud” che da circa 80 giorni stanno scuotendo la Repubblica islamica “siano trasversali nella società” e abbiano “un coordinamento e una leadership”. Un segnale “importante”, conclude, sarebbe “la chiusura di tutte le ambasciate dell’Iran”.

Una rivolta che unisce

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Ne scrive l’Ispi (l’Istituto per gli Studi di politica internazionale, tra i più autorevoli think tank italiani nel campo della geopolitica) in due recenti report.

“Negli ultimi dieci giorni migliaia di persone sono scese in piazza in tutto il paese: ma a differenza del passato, le proteste di questi giorni appaiono più ampie e inclusive. “In piazza i ricchi residenti dei quartieri nord di Teheran si sono ritrovati fianco a fianco con i poveri del lato sud della città”, osserva Roya Hakakian sulle colonne dell’Atlantic, sottolineando che “alle proteste partecipano gli abitanti delle grandi città come quelli dei centri di provincia”. La rabbia ha contagiato uomini e donne, giovani e meno giovani. “L’onda di sdegno per la morte di Mahsa Amini ha raggiunto anche celebrità che in passato avevano taciuto, non osando criticare il regime. Star del cinema e personaggi dello sporttwittano messaggi di sostegno ai manifestanti, e alcuni si spingono oltre al punto da chiedere che l’esercito intervenga a difesa del popolo. È il caso del musicista Homayoun Shajarian, figlio di una leggenda della musica persiana, Mohammad-Reza Shajarian, che ha proiettato una gigantografia di Mahsa Amini come sfondo del suo ultimo concerto.

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 Una rivolta che unisce?

Ma soprattutto, la protesta delle donne iraniane sembra oltrepassare le divisioni etniche dell’Iran. Per anni, le voci sulla minaccia dei movimenti separatisti, soprattutto nel Kurdistan, avevano suscitato dibattito e divisioni. Ma oggi il dolore nazionale per la morte di una giovane donna curda, divenuta l’emblema dell’ingiustizia quotidiana a cui ogni iraniana è soggetto, sembra essere capace di scardinare vecchie distanze e tensioni sociali. “Durante le proteste del 2019 non c’era unità tra arabi iraniani, turchi, curdi e così via -racconta un testimone al quotidiano britannico Guardian – . Questa volta, la gente canta slogan come ‘Da Tabriz a Sanandaj, da Teheran a Mashhad”. Ad essere cambiata, in profondità, è anche la società iraniana e i conservatori di oggi che  – a detta di qualcuno –  non sono gli stessi di dieci anni fa: “In passato gli iraniani, segnati dalle perdite di otto anni di guerra contro l’Iraq, volevano preservare la stabilità interna a tutti i costi. Questo sentimento si è trasformato anche in città sante come Mashhad [luogo di pellegrinaggio religioso], dove la prostituzione è ormai diffusa a causa delle pessime condizioni economiche”.

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 Un regime fallito?

Dalle piazze e dalle strade, le proteste si sono progressivamente infiltrate nelle università, nei licei e nelle fabbriche, teatro di diversi scioperi nelle ultime settimane. A oltre nove settimane dalla prima scintilla, il movimento è entrato in una nuova fase, trasformandosi nella principale sfida alla teocrazia che guida il paese da 44 anni. Ma il cambiamento riguarda anche i protagonisti e gli animatori delle manifestazioni: se la rivolta era stata lanciata da giovani donne, poi affiancate dagli uomini, a cui successivamente si erano uniti gli studenti e le studentesse delle università e delle scuole superiori, ora sembrano essere soprattutto gli uomini a prendere il centro della scena, esponendosi agli abusi del regime e talvolta alla morte, gridando: “Morte al dittatore”. “La rivolta si è trasformata in un’insubordinazione totale e costante, a giorno e notte, contro il dominio teocratico. Questa mutazione, inizialmente timida, è ormai un fatto incontrovertibile”, osserva il sociologo Farhad Khosrokhavar, secondo cui la società iraniana non vuole più saperne della Repubblica Islamica: “Questo sistema ha fallito ovunque: nell’ecologia, in termini di sviluppo del paese, nel suo rifiuto della dignità femminile e maschile, nell’incapacità di stabilire un rapporto pacifico con il resto del mondo, e in termini di giustizia sociale (perché i ricchi del regime hanno monopolizzato i beni sociali). È diventato lo stato della repressio ne generalizzata, che non esita ad uccidere i suoi cittadini”.

Commenta Sara Bazoobandi, Ispi Associate Research Fellow: “Sia le proteste che la repressione del governo si sono intensificate nelle ultime settimane. L’ottusità politica del regime si scontra con la richiesta popolare di un completo cambio di sistema politico. C’è sempre meno paura per le repressioni tra i civili, mobilitati al contrario dalla brutalità delle forze di sicurezza, in particolare nelle città più piccole e nelle aree in cui si trovano minoranze etniche. Finora nessuna delle due parti ha mostrato segno di cedimento, sebbene all’interno del sistema stiano comparendo le prime crepe: alcuni ex alti funzionari, come l’ex presidente Khatami e l’ex capo del parlamento Ali Larijani, insieme ad alcuni ecclesiastici sciiti come Hojjatol Eslam Fazel Meybodi, hanno criticato la testardaggine del governo e chiesto l’apertura di un dialogo nazionale. Allo stesso tempo, la pressione per evitare un fallimento dei colloqui sul nucleare è in aumento e anche se non è facile, tutto ciò potrebbe portare ad alcuni cambiamenti fondamentali nel sistema politico del paese. La solidarietà della comunità internazionale e il sostegno dei leader del mondo democratico sono cruciali in questo percorso”.

Da condividere è anche la considerazione finale di Pierre Haski, direttore di France Inter, del suo articolo pubblicato in Italia da Internazionale: “L’Iran ha appena vissuto tre giorni di manifestazioni e scioperi i cui effetti più spettacolari sono stati i corridoi deserti e le tende abbassate nei bazar di Teheran e delle grandi città, segno che i giovani possono contare sul sostegno di altre frange della popolazione. Un nuovo appello a manifestare è stato lanciato per sabato e domenica. La paura è che la repressione possa essere feroce. Il capo della polizia ha dichiarato che i suoi agenti agiranno senza più “alcun freno”. 

Quanto al presidente iraniano Ebrahim Raisi, ha proclamato che le manifestazioni non hanno alcun legame con le rivendicazioni economiche o culturali, ma sono il frutto di un “complotto americano” per abbattere l’Iran. Ormai siamo molto lontani dal velo. In Iran è in corso una lotta all’ultimo sangue”.

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