La guerra all'Iran rafforza i pasdaran e Netanyahu mentre sconfigge il diritto internazionale: e la Ue tace
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La guerra all'Iran rafforza i pasdaran e Netanyahu mentre sconfigge il diritto internazionale: e la Ue tace

Se fino al 28 febbraio scorso Presidente e governo erano sotto l’autorità religiosa, assoluta e carismatica della Guida suprema Ali Khamenei, oggi devono sentire il peso dei Guardiani della Rivoluzione, sempre più potenti, che sembrano aver sostituito il clero nella guida dell’Iran.

La guerra all'Iran rafforza i pasdaran e Netanyahu mentre sconfigge il diritto internazionale: e la Ue tace
Mohammad Qalibaf
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21 Aprile 2026 - 00.19


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di Pierluigi Franco

La storia, soprattutto negli ultimi tempi, sembra avere la memoria corta. Fin troppo corta. Basterebbe ricordare l’entusiasmo di George W. Bush a bordo della portaerei “USS Abraham Lincoln”, il 1° maggio 2003, sotto un grande striscione sul quale campeggiava la scritta “mission accomplished”, missione compiuta. La missione era quella dell’invasione dell’Iraq. Ma le fantomatiche armi di distruzione di massa che avevano truffaldinamente giustificato l’operazione non erano state trovate, l’Iraq era devastato da lutti e macerie, in preda alla grande confusione che avrebbe portato anche alla nascita dell’Isis e la missione era tutt’altro che compiuta. Il risultato fu quello di segnare, di fatto, la fine del diritto internazionale. 

Meglio di Bush, se così si può dire, sta facendo Donald Trump con l’Iran parlando a giorni alterni di missione compiuta, poi di nuovi attacchi e ancora di accordi vicini e poi lontani. La strategia di “insider trading” è ormai evidente, tenendo presente che, come hanno ben descritto “The Guardian” e “Financial Times”, sono state molte le scommesse legate all’attacco all’Iran che hanno fatto arricchire chi era ben informato delle mosse. Bastano due esempi: il 23 marzo scorso i trader hanno scommesso 580 milioni di dollari sui futures petroliferi appena 15 minuti prima che Trump dichiarasse sui social che gli Usa stavano avendo colloqui positivi con l’Iran; o ancora il 7 aprile, poco prima che Trump annunciasse un cessate il fuoco temporaneo, quando i trader hanno scommesso 950 milioni di dollari sul calo dei prezzi del petrolio, cosa puntualmente avvenuta.

Ma, al di là degli affari americani, l’attacco di Israele e Usa sta creando anche effetti importanti all’interno del sistema di potere iraniano, tra l’altro rafforzandolo anziché annientarlo come irrealisticamente sbandierato da Trump. L’eliminazione dei vertici di Teheran ha inevitabilmente favorito l’ascesa di qualcuno che nel vecchio sistema scalpitava, ma non trovava gli spazi giusti per le poltrone più ambite. L’equilibrio non è ancora stato completamente trovato, probabilmente nell’immediato futuro potrebbe emergere qualche nome ancora sconosciuto, ma si capisce che qualcosa sta prendendo forma. E, come nella migliore tradizione della Repubblica Islamica, chi conta di più non è il Presidente eletto dal popolo, Masoud Pezeshkian, né il suo governo, bensì chi può puntare sul pieno appoggio di chi il potere lo ha davvero. Per questo, se fino al 28 febbraio scorso Presidente e governo erano sotto l’autorità religiosa, assoluta e carismatica della Guida suprema Ali Khamenei, oggi devono sentire il peso dei Guardiani della Rivoluzione, sempre più potenti, che sembrano aver sostituito il clero nella guida dell’Iran. L’impressione è infatti che, con la morte di Khamenei, l’Iran non sia più il “Paese degli Ayatollah”, bensì il “Paese dei Pasdaran”. Ben poco carisma e potere sembra avere la nuova Guida, Mojtaba Khamenei, nominato in tutta fretta grazie al cognome e visto da molti con superficialità e sospetto. Né sembra emergere nel clero sciita qualche figura in grado di poter gestire il potere, soprattutto dopo la strana morte in elicottero del “duro” Ebrahim Raisi avvenuta nel maggio del 2024.

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Nell’inevitabile trambusto di un Paese sotto attacco, però,  una figura è emersa più di ogni altra, cioè quella del Presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Qalibaf, fino a poco tempo fa quasi sconosciuto al di fuori dell’Iran. L’eliminazione di molti alti esponenti iraniani ha permesso proprio a Qalibaf di fare il salto tanto atteso. Soprattutto l’uccisione a marzo di Ali Larijani, suo predecessore alla presidenza del Parlamento, ha dato modo a Qalibaf di far sentire la sua voce. D’altra parte i due si erano confrontati e scontrati sul nome del successore di Ali Khamenei. Larijani, figlio del Grande Ayatollah Hashim, avrebbe voluto come nuova Guida suo fratello Sadiq, già Presidente della Corte suprema dell’Iran e attuale Presidente del Consiglio per il Discernimento dell’Opportunità. Qalibaf, appoggiato dai Pasdaran di cui è stato Generale, era invece un sostenitore di Mojtaba Khamenei, probabilmente nella certezza della debolezza di questo “figlio d’arte”. E alla fine l’Assemblea degli Esperti, riunita in un clima di fretta e confusione, gli ha dato ascolto, forse tenendo anche presente il colore del turbante: semplicemente bianco quello di Sadiq, nero dei “sayyed” quello di Mojtaba, a significare che è discendente diretto di Maometto attraverso la figlia Fatima e suo marito Ali (primo imam sciita, nonché cugino del Profeta). D’altra parte nero era anche il turbante di Ruhollah Khomeini  e di Khamenei padre, le due precedenti Guide supreme dell’Iran.

La più recente diatriba, non di poco conto, Qalibaf l’ha avuta con il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, che il 17 aprile scorso aveva pubblicato un post su X annunciando, poco dopo l’apertura dei mercati negli Stati Uniti, la riapertura dello stretto di Hormuz a seguito del cessate il fuoco in Libano. Un annuncio che ha fatto scendere immediatamente il prezzo del petrolio, ottenendo il ringraziamento di Trump che ha anche annunciato l’accettazione iraniana a esportare le proprie scorte di uranio negli Usa.

Immediata la reazione di gran parte dei mezzi di informazione iraniana, con l’accusa ad Araghchi di aver voluto manipolare i mercati. L’agenzia Tasnim, vicina ai Pasdaran, ha definito il post del ministro degli Esteri errato, poiché <<ha creato ambiguità>> e ha <<suscitato numerose critiche>>. Alcuni parlamentari hanno chiesto la rimozione del ministro, mentre il portavoce della commissione Affari interni del Parlamento, Morteza Mahmoudi, ha affermato che, se non fosse per la situazione dovuta alla guerra, Araghchi sarebbe dovuto finire sotto impeachment. Il quotidiano conservatore Kayhan, seguito anche da altri mezzi di informazione, è arrivato a chiederne le dimissioni.

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Un quadro che fa capire il peso sempre maggiore acquisito dai Guardiani della Rivoluzione negli ultimi mesi. Ovviamente anche Qalibaf è intervenuto sul tema con un post, attaccando Trump accusandolo di menzogne continue. Ma, nello stesso post, non ha mancato di lanciare un pesante strale verso il ministro degli Esteri sottolineando polemicamente che la decisione di aprire o chiudere lo stretto di Hormuz spetta alle Forze armate, ovvero ai Pasdaran, e non ai post sui social media. Come a far intendere con più chiarezza chi sta prendendo il comando. Messaggio subito recepito da Araghchi, il cui portavoce è stato costretto a precisare con imbarazzo che il ministro intendeva dire che Hormuz era aperto soltanto alle navi autorizzate dalla Marina dei Pasdaran con pagamento di pedaggio e che con gli Usa non sono stati avviati dialoghi sull’uranio iraniano.

Mohammad Qalibaf, di discendenza curda da parte di padre, è considerato da sempre un “falco” nel panorama politico iraniano, con una formazione essenzialmente all’interno dei Pasdaran dove, da pilota, è stato comandante delle Forze aeree prima di diventare intransigente Capo della polizia iraniana e passare infine alla politica dal 2005. Un curriculum che gli permette di ottenere il massimo rispetto da parte dei Guardiani della Rivoluzione, nonostante alcune ombre dovute a presunte accuse di corruzione per investimenti milionari fatti dalla sua famiglia in Turchia. Chi scrive ha conosciuto Qalibaf da Sindaco di Teheran durante gli anni di permanenza in Iran, ottenendone l’impressione di una persona sicuramente  intelligente ma soprattutto scaltra. Molto differente dall’altrettanto intelligente Araghchi, anch’egli conosciuto direttamente quando ricopriva il ruolo di portavoce del ministero degli Esteri. Diplomatico di formazione, molto preparato ed elegante, di istruzione universitaria britannica,  con un passato di servizio militare nei Pasdaran durante la guerra Iran-Iraq, ma poco incline alla politica di trincea. A differenza di Qalibaf, che arriva dalla provincia orientale essendo nato nella piccola cittadina di Torqabeh, Araghchi è il classico uomo della capitale, nato e cresciuto a Teheran da famiglia borghese di importanti imprenditori commerciali.

Dietro le quinte del potere, ma non troppo dietro, c’è anche il segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale, Mohammad Bagher Zolghadr. Generale dei Pasdaran, Zolghadr è subentrato nell’incarico dopo l’uccisione di Ali Larijani mantenendo anche l’importante ruolo di segretario del Consiglio per il Discernimento. Nell’attuale contesto iraniano Zolghadr è considerato il più “falco” dei “falchi”, anche se ufficialmente compare raramente e, soprattutto, parla molto poco. 

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A trarre vantaggio dalle uccisioni nei vertici iraniani è stato anche l’attuale comandante dei Padsdaran, Ahmad Vahidi,  nominato in tutta fretta il 1° marzo scorso dopo l’uccisione di Mohammad Pakpour. Vahidi, secondo voci insistenti, guarderebbe con grande sospetto la crescita di potere di Qalibaf, tanto da aver tentato di ostacolare la sua nomina a capo della delegazione incaricata dei colloqui con gli Usa proponendo quella di  Zolghadr. Ma, evidentemente, il Presidente del Parlamento ha avuto ed ha le carte giuste, senza dimenticare che all’esperienza da Pasadaran aggiunge anche la più preziosa esperienza politica.

Fuori dai veri giochi di potere, pur mantenendo la sua carica essendo stato votato dai cittadini, sembra essere invece il Presidente della Repubblica, Masoud Pezeshkian, riformista, cardiochirurgo ed ex Rettore dell’Università di Scienze mediche di Tabriz. Cauto e moderato, Pezeshkian mantiene il suo ruolo nel momento più difficile per la Repubblica islamica nella evidente consapevolezza di doversi limitare all’emergenza, lasciando operare essenzialmente le forze di difesa e delegando a Qalibaf il compito di provare a dialogare con l’aggressore.

Ma è difficile dialogare con gli Stati Uniti che, in realtà, non sembrano sapere bene perché sono lì. È sempre più evidente che Trump è stato costretto a questa mossa da Benjamin Netanyahu, il vero manovratore e verosimilmente ricattatore del Presidente americano. Ma, da uomo d’affari, il tycoon ha trovato anche il modo di trarre profitto dall’aggressione per sé e per i suoi accoliti mentre il mondo intero è entrato in crisi. Non ci voleva una grande mente per capire che lo stretto di Hormuz sarebbe stata la principale arma di Teheran. Sarebbe bastato ricordare la “guerra delle petroliere” del 1988. Anche se quello stretto è strategico da mille anni, cioè dai tempi dell’antico Regno di Hormuz.

Un quadro che giova dunque soltanto a Netanyahu, che aspira al caos per salvarsi dalla galera, così come ai coloni israeliani che stanno approfittando della distrazione internazionale per avanzare indisturbati e con violenza in quel che resta della Cisgiordania. Sul piano interno iraniano segna invece la vittoria dei “falchi”, con il risultato che quella parte di popolazione che aveva esultato per la morte di Khamenei sembra ricompattarsi nello spirito di un Paese vittima di un attacco che non fa sconti. Un’aggressione che, come tutte le guerre, uccide anche vecchi e bambini, distrugge scuole e ospedali colpendo quella gente comune incolpevole che invece aspirava alla fine del regime teocratico. 

È la sconfitta del buon senso, oltre che del diritto internazionale. E l’Unione europea tace, così come per Gaza.

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