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L'Ucraina e il piano di pace italiano: uno sforzo apprezzabile. Ma...

Che senso ha, alla luce del niet dello zar del Cremlino, tornare sul piano italiano per l’Ucraina? Un senso ce l’ha. Ed è nel sano pragmatismo che lo ispira. E...

L'Ucraina e il piano di pace italiano: uno sforzo apprezzabile. Ma...
Guerra in Ucraina

Umberto De Giovannangeli

20 Maggio 2022 - 18.59


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Che possa essere accettato dalle parti belligeranti è alquanto improbabile. Del resto, è stato lo stesso presidente del Consiglio, Mario Draghi, a. rivelare che Putin gli ha detto, in una conversazione telefonica, che questo non è il momento di negoziare.

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Un sano pragmatismo

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Che senso ha, alla luce del niet dello zar del Cremlino, tornare sul piano italiano per l’Ucraina? Un senso ce l’ha. Ed è nel sano pragmatismo che lo ispira. E che certo non si ritrova nelle bellicose esternazioni che vengono dai vertici dell’amministrazione Usa, a cominciare dal presidente Biden seguito a ruota dal capo del Pentagono, Lloyd Austin.

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Quattro punti per sigillare la pace in Ucraina. È il piano italiano presentato dal ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, durante un colloquio con il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres. Un documento elaborato dalla Farnesina in collegamento con Palazzo Chigi. Quattro tappe, sotto la supervisione di un Gruppo internazionale di Facilitazione (GIF): il cessate il fuoco, la possibile neutralità dell’Ucraina, le questioni territoriali – in particolare Crimea e Donbass – e un nuovo patto di sicurezza europea e internazionale. Ad ogni passaggio, andrà testata la lealtà agli impegni assunti dalle parti, in modo da poter procedere al punto successivo.

Cessate il fuoco e poi negoziato multilaterale su status Kiev

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Il primo passo prevede il cessate il fuoco, da negoziare quando i combattimenti sono ancora in corsi. Tutto parte da lì. Il cessate il fuoco andrebbe accompagnato da meccanismi di supervisione e dalla smilitarizzazione della linea del fronte, per discutere i nodi aperti e preparare il terreno a una cessazione definitiva delle ostilità. Poi il negoziato multilaterale sul futuro status internazionale dell’Ucraina. E in particolare sull’eventuale condizione di neutralità di Kiev (ma compatibile con l’adesione all’Ue) da discutere in una conferenza di pace.

Il terzo punto riguarda la definizione dell’accordo bilaterale tra Russia e Ucraina sulle questioni territoriali, sempre previa mediazione internazionale, con al centro Crimea e Donbass. Qui entrerebbero in campi molte variabili: confini, sovranità, controllo del territorio, le disposizioni legislative e costituzionali di queste aree, le misure politiche di autogoverno. E inclusi i diritti linguistici e culturali, la libera circolazione di persone, beni, capitali e servizi, la conservazione del patrimonio storico e alcune clausole di revisione a tempo. Infine la quarta tappa. Si propone un nuovo accordo multilaterale sulla pace e la sicurezza in Europa, nel contesto dell’Osce e della Politica di Vicinato dell’Unione europea. Di fatto, un riassetto degli equilibri internazionali, a partire dal rapporto tra Unione europea e Mosca.

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La gestione del piano affidato ad un gruppo con Onu e Ue e alcuni paesi chiave

A gestire questo impegno diplomatico sarebbe il GIF, il Gruppo Internazionale di Facilitazione. L’Italia propone che ne facciano parte Paesi e organizzazioni internazionali, in particolare Onu e Ue. Non è definita una lista completa delle capitali che sarebbero coinvolte, perché l’idea è avanzare una proposta emendabile. Ma si parte dagli Stati che già alcune settimane fa erano considerati “arruolabili” allo scopo: Francia, Germania, Italia, Turchia, Stati Uniti, Cina, Canada, Regno Unito, Polonia, Israele.

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Una indicazione, questa, che indica come l’Italia abbia fatto tesoro della “lezione libica”. Allora, alla ricerca di una centralità nella “cabina di regia” internazionale, l’Italia cercò -vedi la Conferenza per la Libia di Palermo – di giocare in proprio. Come sia finita, male, è storia. Stavolta si è cercato di mettere assieme tutti i Paesi che hanno cercato di giocare un ruolo di mediazione – Turchia, Israele – e quelli che hanno dimostrato di avere voce in capitolo sul fronte russo-ucraino. 

Della reazione russa abbiamo detto. Ancor più indicativa, per altri versi, è quella che viene da Kiev. Indicativa di una irritazione solo in parte mascherata da un tono conciliante, come quello utilizzato dal presidente Zelensky, il quale ha messo l’accento sulla garanzia del mantenimento dell’integrità territoriale dell’Ucraina, Crimea compresa.

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Freddezza, ma non bocciatura.

La neutralità di Kiev è un punto interrogativo

Di grande interesse è l’analisi del piano fatta su InsideOver da Lorenzo Vita. Su tre punti, in particolare, a nostro avviso i più “caldi”, a partire dallo status di neutralità dell’Ucraina. “Un tema  – annota Vita – che è da sempre considerato prioritario da Putin al punto da considerarlo nella lista dei suoi obiettivi della cosiddetta “operazione militare speciale”. Per quanto concerne questa eventuale scelta di Kiev – che tra l’altro dovrebbe essere corroborata da una riforma costituzionale che non appare affatto scontata visto che è stata appena oggetto di un’invasione – il nodo riguarderebbe sia i Paesi garanti di questo status che il modo in cui si concretizzerebbe questa svolta “neutralista”. Il modello della Finlandia, ultima eredità della Guerra Fredda, non è più tale dopo la scelta di Helsinki di volere aderire alla Nato. Questo implica che Mosca potrebbe volere garanzie diverse rispetto al Paese scandinavo. Infine, l’Ucraina ha già chiesto come forma di tutela, l’ingresso nell’Unione europea: percorso che appare molto complesso per ragioni di tipo politico, giuridico, infrastrutturale e soprattutto economico-finanziario.

Crimea e Donbass autonome o no?

Altro nodo cruciale riguarda lo status dei territori occupati: Crimea e Donbass. “La condizione delle regioni orientali, il mancato rispetto degli Accordi di Minsk e le accuse di “genocidio” rivolte da Putin a Kiev sono state sfruttate per avviare le operazioni militari, da parte della Russia. Motivo per cui appare molto difficile credere che il Cremlino possa cedere su queste regioni. Dall’altra parte, Zelensky ha fatto capire che in questo momento non è opportuno parlare di queste regioni finché la Russia non si è ritirata dal territorio ucraino, ma da parte di Kiev sono in molti a volere che le forze di Mosca arretrino fino a lasciare gli oblast filorussi o a maggioranza russa.

L’ipotesi italiana, stando a quanto riporta Repubblica, lascia pensare a “un’autonomia praticamente totale delle aree contese e una gestione della sicurezza autonoma”. Tuttavia, se la Nato ha già chiarito che il diritto internazionale non ammette deroga alla sovranità e al rispetto dei confini, e se il piano non prevede un riconoscimento delle annessioni russe o della nascita di nuove repubbliche, tutto lascia intendere che ci si possa trovare davanti a un status impossibile da superare e foriero di molte complicazioni”, rimarca ancora Vita.

Una nuova sicurezza europea

“Infine, il nodo di un nuovo accordo multilaterale sulla sicurezza dell’Europa. Qui Roma punterebbe a un patto che ridefinirebbe, di fatto, gli equilibri del Vecchio Continente anche alla luce di alcuni punti ritenuti essenziali da sempre dall’Unione europea e dall’Osce, a partire dal disarmo e controllo delle armi. Anche in questo caso, non mancano grossi punti interrogativi. Va ricordato che prima della guerra, sia Putin che Sergei Lavrov continuavano a ribadire la divergenza con la Nato e gli Stati Uniti sul tema della sicurezza europea. Per la Russia incardinata sulla “indivisibilità della sicurezza” tra i Paesi partner dell’Osce, per gli Usa invece costruita sulla sicurezza collettiva del Patto atlantico. Dopo questa guerra, in cui Mosca appare certamente indebolita a livello militare, ma anche con molto meno credito sul piano internazionale, sembra difficile credere che i Paesi dell’Europa orientale accettino che possa esservi un arretramento delle armi occidentali su quei territori.

La Nato, inoltre, così come Washington, appaiono ben poco intenzionate a non capitalizzare questa rinnovata fiducia verso il blocco euro-atlantico arretrando di fronte a una Russia che ora è isolata dall’Occidente. Dall’altra parte, la Russia non appare intenzionata a sostenere un disarmo dai confini europei, da Kaliningrad e dai territori occupati in Ucraina senza garanzie che di base, dopo questo conflitto, non possono essere fornite da nessuna parte”, conclude Vita.

Un percorso in salita, dunque. Ma un primo passo è stato fatto. Il governo italiano non si è limitato ad auspicare l’apertura di un tavolo negoziale o a evocare una indefinita soluzione diplomatica. Si è “sporcato le mani”, entrando nel merito dei contenziosi aperti. Con la consapevolezza che una pace “giusta”, oltre che sostenibile, non può risolversi nel ritorno allo status quo ante il 24 febbraio. Uno sforzo da apprezzare. 

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