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"Kiev": un libro da leggere, per capire e non sentenziare

Scrive per Avvenire, Nello Scavo uno dei pochi giornali fuori dal coro, che mantiene aperte le finestre sul mondo anche quando il mondo, con le sue tragedie, le guerre colpevolmente “ignorate”, non fa notizia per l’informazione mainstream.

"Kiev": un libro da leggere, per capire e non sentenziare
Nello Scavo

Umberto De Giovannangeli

30 Aprile 2022 - 17.05


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Nello Scavo è uno dei giornalisti più seri, preparati, scrupolosi che chi scrive ha conosciuto e apprezzato in una carriera ultratrentennale. Scrive per Avvenire, Nello, uno dei pochi giornali fuori dal coro, che mantiene aperte le finestre sul mondo anche quando il mondo, con le sue tragedie, le guerre colpevolmente “ignorate”, non fa notizia per l’informazione mainstream. Nello è un inviato di guerra. Uno dei più coraggiosi. Le guerre, lui, le ha viste e raccontate dal campo, e non da un hotel a 5 stelle, ha visto negli occhi la morte attorno a lui, ne ha sentito il nauseante odore. E’ stato così per la ex Jugoslavia, è stato così per la Siria. E lo è oggi per l’Ucraina.

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Un libro da leggere

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In questi giorni, Nello Scavo è tornato al fronte. In Ucraina già c’era stato nei giorni dell’invasione. E di quell’esperienza ne è uscito un libro che va assolutamente letto: Kiev (Garzanti). Va letto, è da poco nelle librerie, da quanti non si bevono le narrazioni mainstream, e va letto anche dai giovani che vorrebbero intraprendere questo mestiere o ne sono agli inizi. 

Del libro, mi permetto di riportare alcuni passaggi che mi hanno molto colpito.

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Scrive Nello: “Ero in Siria, nel 2016. Ed era febbraio, come adesso. Non era raro sentir parlare di città, e quartieri nascosti. Dicevano: ‘Sotto Darrayya c’è un’altra Darrayya; sotto Dzhobar c’è un’altra Dzhobar; sotto Harasta, un’altra Harasta’. Da Aleppo fonti differenti confermavano una notizia spaventosa. I miliziani governativi, a mano a mano che conquistavano un villaggio, prima di andarsene allagavano qualsiasi galleria o cavità sotterranea. Lo scopo era quello di affogare chiunque ci fosse dentro, mujaheddin o sfollati non importa. I raid aerei delle settimane precedenti avevano lasciato in giro le cluster bomb inesplose, i micidiali ordigni a grappolo scaricati dai bombardieri russi che spianavano la strada alle guarnigioni assediate. Bombe che anche quando fanno cilecca diventano devastanti mine antiuomo. Anche qui, in Ucraina.

Girava voce di infiltrati delle forze speciali russe. Uomini addestrati a sopravvivere in solitudine per settimane. Si avvicinano agli obiettivi da colpire, trasmettono le coordinate al comando e poco dopo comincia la carneficina.

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Ripenso a tutto questo la notte del primo bombardamento sulla capitale dell’Ucraina. E ho paura. Perché so già quali sono le intenzioni dello stato maggiore di Mosca. Ufficiali senza più alcuno scrupolo, generali senza onore che non distinguono più un civile inerme da un militare armato. E mi domando cosa sarebbero in grado di fare se avessero mappato, come si dice, tutti i bunker e gli scantinati della città. Basterebbe una granata o anche solo una bottiglia incendiaria per incenerire le vite di chi non cerca altro che arrivare all’indomani…”.

In Ucraina, lo zar del Cremlino e i suoi generali senza onore esportano il “modello siriano”. Con tanto di mercenari sanguinari e squadroni della morte al seguito delle truppe. E’ la storia del famigerato Gruppo Wagner.

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L’ascesa delle compagnie private militari nella Russia di Putin

La prima cosa da capire del gruppo Wagner, ha scritto Amy Mackinnon su Foreign Policy, è che “non c’è nessun gruppo Wagner” – a partire dal punto di vista legale. La legislazione russa proibisce esplicitamente le compagnie militari private e, almeno a parole, non ha alcuna tolleranza verso i mercenari.

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Da un punto di vista sostanziale, continua Mackinnon, più che un’entità monolitica è

una rete di affaristi e gruppi di mercenari uniti da interessi economici […] e coinvolti in varie attività, tra cui la soppressione di insurrezioni e proteste pro-democrazia, la diffusione di disinformazione, lo sfruttamento di miniere di oro e diamanti, e naturalmente le operazioni militari.

Ma come si è arrivati a questo punto? E qual è il vero ruolo del “gruppo Wagner” all’interno dell’apparato di potere putiniano? E cosa differenzia questa compagnia militare privata russa da quelle di altri paesi, tipo l’americana Blackwater?

La nascita, come detto, risale al 2014 nell’Ucraina dell’est – ma il modello di riferimento è ancora più risalente, essendo il prodotto dell’inestricabile intreccio tra l’interesse pubblico e gli interessi privati nella Russia post-sovietica.

In particolare, ricostruisce un paper di Candace Rondeaux pubblicato sul sito New America, le basi per l’ascesa delle compagnie private militari russe vengono gettate negli anni Novanta, quando l’allora presidente Boris Yeltsin permise ai colossi energetici e petroliferi (da poco privatizzati) di costruirsi dei veri e propri “eserciti privati”.

In quel periodo molti membri di corpi d’élite dell’esercito passano nel settore della sicurezza aziendale, mantenendo comunque i legami con le forze armate e soprattutto i servizi di sicurezza militari dominati dai siloviki (gli “uomini forti” fedeli a Putin).

Una delle prime compagnie a utilizzare questa formula è Anti-Terror Orel, fondata da veterani dell’intelligence militare e degli spetsnaz (corpi speciali). Negli anni Novanta, membri del gruppo Orel sono ingaggiati in Iraq per sminare i terreni e proteggere infrastrutture energetiche.

Alla fine dello stesso decennio l’ex agente del Kgb Vyacheslav Kalashnikov crea il Moran Security Group. Inizialmente si specializza in operazioni anti-pirateria nel golfo di Aden e nell’Oceano Indiano, e in seguito espande le sue attività e il proprio raggio d’azione in Iraq, Somalia, Afghanistan e altri paesi.

Dopo la prima apparizione ufficiosa nell’Ucraina dell’est, i mercenari della compagnia militare privata sono volati in Siria per combattere a fianco delle truppe governative di Bashar al-Assad e dell’esercito russo. In base a vari resoconti il “gruppo Wagner” ha contribuito alla riconquista di Palmira, ha preso parte a operazioni contro l’Isis e si è occupato della sicurezza di giacimenti petroliferi e oleodotti – in cambio, ovviamente, di una considerevole quota dei profitti.

Non solo: ha commesso diversi crimini di guerra, compresa la decapitazione del disertore dell’esercito siriano Muhammad “Hamdi Bouta” Taha al-Abdullah  (un brutale omicidio ripreso in video, su ordine di Utkin in persona); e nel 2018 si è addirittura scontrato con membri delle forze speciali statunitensi  in una battaglia di quattro ore svoltasi intorno alla centrale di gas di Conoco a Deir el-Zor, dove ha subito pesanti perdite (le stime variano dai cento ai duecento morti). Per i servizi resi in Ucraina e Siria, comunque, nel dicembre del 2016 Utkin è stato premiato con una medaglia al valore al Cremlino, alla presenza di Vladimir Putin. Oltre alla Siria, il “gruppo Wagner” è stato impiegato in vari paesi africani. Tra il 2019 e il 2020 si è unito al Libyan National Army (“Esercito nazionale libico”) del generale Khalifa Haftar, partecipando al fallito assedio di Tripoli e all’offensiva contro il premier Fayez al-Serraj e il Governo di accordo nazionale. Una inchiesta della Bbc, resa possibile dal ritrovamento di un tablet appartenente a un mercenario di Wagner, ha rivelato che anche in Libia la compagnia privata militare si è resa responsabile di crimini di guerra, tra cui l’uccisione indiscriminata di cittadini e prigionieri, nonché la disseminazione di mine ed esplosivi in aree civili. Nel settembre del 2019 i mercenari russi sono arrivati in Mozambico per reprimere le milizie jihadiste di Al-Shabaab (legate all’Isis) nella regione di Cabo Delgado, ricca di gas naturale e pietre preziose. Stando al Moscow Timesl’incarico è stato affidato dal presidente Filipe Nyusi, che nell’agosto dello stesso anno era stato in visita a Mosca per siglare con Putin diversi accordi di cooperazione su energia e sicurezza.[…].I servizi della compagnia militare privata, che comprendono anche l’addestramento dell’esercito locale, sono ripagati con contratti per la “sicurezza” delle miniere di oro e diamanti e soprattutto con le concessioni esplorative nei giacimenti, stipulate con aziende riconducibili all’oligarca russo…[…] Osservando questi casi, è evidente che il “gruppo Wagner” persegue obiettivi geopolitici, militari e commerciali che sono perfettamente sovrapponibili a quelli dello stato russo. Non a caso, un’inchiesta della Bbc l’ha descritto come ”l’esercito privato di Putin”.

Il report di Mackinnon conferma e corrobora quanto raccontato da Scavo nel suo libro.

Una mattanza “benedetta”.

E’ uno degli aspetti più inquietanti di una tragedia dalle mille sfaccettature: quando la Chiesa “benedice” i portatori di morte. Nello Scavo lo racconta in uno dei capitoli del suo libro: “La guerra santa di Putin ha ricevuto l’approvazione di Kirill, sedicesimo patriarca di Mosca e di tutte le Russie, capo della Chiesa ortodossa russa. Molti, tra gli ucraini, speravano in una sua parola. Per quanto la Chiesa ortodossa di Kiev si sia separata da quella di Mosca, i legami restano molto forti. ‘Kirill non permetterà che Putin massacri noi che siamo custodi anche dell’ortodossia di Mosca. Kiev è la Gerusalemme ortodossa’, scandisce l’anziano venuto nel bunker del Radisson insieme a moglie e nipotini. Abitano qui accanto e hanno trovato subito la porta d’ingresso del rifugio. 

Il vecchio però s’illude. Conosco Kirill per averlo studiato a cominciare dal 2002. E mi sempre parso come un ayatollah con l’incenso. […]. Secondo Kirill lo scontro nelle regioni contese aveva in realtà un altro scopo. ‘Le richieste a molti di organizzare un parata gay sono una prova di lealtà a quel mondo molto potente; e sappiamo che se le persone o i Paesi rifiutano queste richieste, allora non entrano in quel mondo, ne diventano estranei”. 

Quando sia stato chiesto di organizzare un gay-pride nel Donbass nessuno lo sa, eppure questo pretesto serve per trasferire il conflitto dalle ambizioni egemoniche di un uomo e del suo ristretto comitato alle subdole vette della ‘guerra santa’. ‘Ciò che sta accadendo oggi nell’ambito delle relazioni internazionali, quindi, non ha solo un significato politico. Stiamo parlando”, aggiunge Kirill, ‘ di qualcosa di molto diverso e molto più importante, di dove andrà a finte l’umanità, di quale Dio Salvatore, che viene nel mondo come Giudice e Creatore, a destra o a sinistra. Oggi, per debolezza, stupidità, ignoranza e il più delle volte per riluttanza a resistere, molti vanno lì, sul lato sinistro. E tutto ciò è connesso con l a giustificazione del peccato, condannata dalla Bibbia, è oggi una prova per la nostra fedeltà al Signore, per la nostra capacità di confessare la fede al nostro Salvatore’. 

Infine il monito: ‘Siamo entrati in una lotta che non ha un significato fisico, ma metafisico. So come, sfortunatamente, gli ortodossi, i credenti, scegliendo la via di minor resistenza in questa guerra, non riflettono su tutto ciò a cui pensiamo oggi, ma seguono umilmente la strada che mostrano oloro i poteri costituiti. Non condanniamo nessuno, non invitiamo nessuno a venire alla croce, ci diciamo solo: saremo fedeli alla parola di Dio, saremo fedeli alla legge dell’amore e della giustizia, e vediamo violazioni di questa legge, non sopporteremo mai coloro che distruggono questa legge, offuscando il confine tra santità e peccato, e ancor meno coloro che promuovono il peccato come esempio o come uno dei modelli di comportamento umano’.

Quanto siano gravi queste affermazioni lo riassume padre Antonio Spadaro, gesuita direttore della Civiltà Cattolica, fra l’altro primo – plurimo – intervistatore di papa Francesco: ‘Le sue dichiarazioni proiettano il conflitto in uno scenario apocalittico: una guerra non solo politica, ma anche culturale. Ancora più grave è il riferimento ad una visione tra bene e il male’.

Non si erge a giudice, Scavo. Ma dal fronte racconta ciò che vede. E ciò che vede lo porta ad affermare che “Eludere e colpire. Infine schiacciare. E’ da sempre questo il modus politico e militare dell’era putinia”. 

Così stanno le cose. E così andrebbero raccontate. Il condizionale è d’obbligo. E a darne conto, nelle pagine finali del suo libro, è ancora Nello Scavo: “Tornato a casa, sapevo di non poter essere felice per quello che avevo lasciato, anche se lo sono per quello che ancora una volta ho ritrovato. Mi ero ripromesso di non stare troppo tempo davanti al televisore. Avrei fatto bene a prestare fede a quell’impegno. Da anni in libri e articoli denunciavo la strana alleanza tra Cremlino, trumpisti, sovranisti neofascisti e perfino nostalgici dei soviet, in una coalizione che, al seguito di strani allibratori con la faccia di Steve Bannon negli USA e Aleksandr Dugin in Russia, ha il solo sinistro interesse di creare il caos e poi candidarsi a governarlo. In comune hanno anche l’astio verso papa Francesco, contro cui tramano da fuori e da dentro le Mura Leonine. Ma nella penisola delle tifoserie, basta sollevare un interrogativo per finire arruolati in una squadra o nell’altra.

Non è così che capiremo la guerra e non è così che ne usciremo. Qua e là gli ultras, analisti prêt-à-porter, tuttologi della porta accanto passati da ospitate di cucina all’analisi geopolitica. Ascolto chi invita il popolo ucraino ad arrendersi per non finire straziato. Altri che invece inneggiano alla guerriglia, comodamente dal sofà di casa. Ribadisco a me stesso che sono nient’altro che un giornalista. Non ho alcun diritto di invitare a resistere e neanche quello di chiedere di arrendersi. Il mio dovere è raccontare”.

E Nello Scavo per questo, anche per questo, è una grande giornalista. Per questo, anche per questo Kiev, il suo libro, va letto. Perché aiuta a capire. Senza sentenziare.

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