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In Turchia l'iper-inflazione inchioda il sultano Erdogan

Il 2022 si prospetta come un anno ancor più disastroso alla luce di un 2021 con un’inflazione superiore al 21 per cento che sta incidendo sui prezzi di cibo, carburante e articoli per la casa, e che sta vanificando la crescita degli ultimi dieci anni

In Turchia l'iper-inflazione inchioda il sultano Erdogan
Recep Tayyip Erdogan

Umberto De Giovannangeli

3 Gennaio 2022 - 18.35


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Il “Sultano non ha una lira”. Così titolava Globalist un articolo di qualche settimana fa. 

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E per Recep Tayyp Erdogan, presidente-padrone della Turchia, il 2022 si prospetta come un anno ancor più disastroso alla luce di un 2021 caratterizzato da un’inflazione superiore al 21 per cento che sta incidendo sui prezzi di cibo, carburante e articoli per la casa, e che sta vanificando i risultati di crescita ottenuti negli ultimi dieci anni, compreso il prezioso +1,8 per cento del 2020, un unicum nel panorama internazionale colpito dalle forti recessioni dovute al Covid-19. 

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L’ultimo rilievo dà l’inflazione a più 36%: il dato peggiore negli ultimi venti anni.

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“L’esempio di una crisi  – rimarca un documentato report di Agenzia Nova – che ha le sue radici proprio all’interno del sistema economico del Paese sono le fluttuazioni della lira turca che in un anno ha perso il 37 per cento del suo valore rispetto al dollaro Usa, toccando il minimo lo scorso 20 dicembre, quando la divisa turca è stata scambiata a 18,4 per un dollaro, per poi recuperare rapidamente dopo l’annuncio in extremis fatto dallo stesso presidente Recep Tayyip Erdogan di un piano per garantire i depositi in lire dalle fluttuazioni, giudicato, però, molto controverso e non risolutivo. Infatti, a pesare sulla situazione economica turca, secondo gli analisti, è la visione non ortodossa del presidente Erdogan avversa alla politica di aumento dei tassi di interesse e che ha portato alla continua erosione dell’indipendenza della Banca centrale, costretta a una politica di bassi tassi di interesse nonostante un’inflazione galoppante. Ciò è dimostrato dal cambio di ben quattro governatori in soli tre anni, con l’ex governatore della Banca centrale Naci Agbal licenziato dopo soli quattro mesi dall’inizio del suo incarico lo scorso marzo 2020, due giorni dopo aver aumentato i tassi di interesse di 2 punti percentuali. Il suo successore, Sahap Kavcioglu, ha debitamente tagliato il tasso di riferimento di 500 punti base da settembre, nonostante le diffuse critiche degli investitori, procedendo a tagli per altri tre mesi consecutivi.

Erdogan ha affermato che le sue politiche mirano a rilanciare la produzione e le esportazioni, riducendo l’influenza dei mercati internazionali sulla politica monetaria turca. Sull’onda del recupero della lira turca grazie agli annunci relativi alla garanzia sui depositi, dopo il tonfo del 20 dicembre, lo scorso 28 dicembre, il presidente turco ha dichiarato che l’obiettivo è portare il Paese tra le prime dieci economie del mondo. Tuttavia, secondo gli analisti, il nuovo maccanismo per proteggere la lira turca dalle fluttuazioni non avrebbe molto futuro nel lungo periodo. Il sistema consiste infatti in una garanzia esentasse sostenuta dal Tesoro sui depositi in lire che secondo gli analisti rappresenta un aumento dei tassi mascherato. Come affermato in una nota del ministero delle Finanze turco, il nuovo deposito a tempo protetto consentirà ai cittadini “di non essere vittime della volatilità dei tassi di cambio”. Nel nuovo sistema l’interesse da maturare sui conti di deposito vincolato in lire di persone fisiche sarà confrontato con il tasso di cambio alle date di apertura e scadenza del conto e il conto sarà aggiustato al tasso più alto. Nessuna ritenuta d’acconto verrà applicata a questo prodotto di deposito, si legge nella nota. Per i calcoli sui cambi, la Banca centrale della Repubblica di Turchia pubblicherà il tasso di acquisto di un dollaro alle 11:00 di ogni giorno. Nel caso in cui la variazione del tasso di cambio rimanga al di sopra del tasso di interesse alla fine della data di scadenza, la differenza che potrebbe verificarsi si rifletterà sul conto del cliente in lire turche. I conti possono essere aperti con scadenze di 3, 6, 9 e 12 mesi e verrà applicato il tasso di interesse minimo su quello applicato dalla Banca centrale di Turchia. Secondo il ministero delle Finanze, qualsiasi banca potrà aderire al sistema.

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Lo scorso 29 dicembre, la Banca centrale turca ha diffuso un documento nel quale afferma che darà la priorità alla promozione dei depositi in lire nel 2022 e si atterrà a un obiettivo di inflazione a medio termine del 5 per cento, anche se il tasso di aumento dei prezzi al consumo supera il 20 per cento. Come sottolinea “Bloomberg News”, gli analisti hanno respinto le ultime indicazioni della Banca centrale, che vanno contro il pensiero economico tradizionale, definendole impraticabili, e hanno affermato che misure non ortodosse per aumentare la domanda di lire non possono offrire altro che un sollievo temporaneo. “Il tentativo della Turchia di abbassare l’inflazione da oltre il 20 per cento al 5 per cento mentre taglia in modo aggressivo i tassi di interesse è destinato a fallire”, ha dichiarato Per Hammarlund, il capo stratega dei mercati emergenti presso Skandinaviska Enskilda Banken AB a Stoccolma. La fissazione da parte della Banca centrale di un ambizioso obiettivo di inflazione è diventato un rito annuale in Turchia, anche se da anni non viene raggiunto e con le previsioni che danno l’inflazione in aumento al 27 per cento nei prossimi mesi, difficilmente verranno raggiunte. “È necessario disporre di una base per combattere l’inflazione per esprimere questo obiettivo in modo realistico”, ha affermato in una nota Enver Erkan, economista della Tera Yatirim di Istanbul. “Sarà difficile ridurre l’inflazione a una cifra fino al 2024, a meno che non ci siano importanti sviluppi disinflazionistici nelle dinamiche attuali”. La Banca centrale ha affermato che mira anche nel 2022 a ricostituire le riserve di valuta estera esaurite dal declino della lira. Le riserve nette internazionali sono diminuite di circa 9 miliardi di dollari nella settimana terminata il 17 dicembre, il più grande calo settimanale almeno dal 2002.

A meno di un cambio di passo, il futuro economico della Turchia resta dunque particolarmente difficile. In un editoriale sulla situazione economica turca sul “The Wall Street Journal”, il presidente del Middle East Forum, Daniel Pipes, ha sottolineato che la convinzione di Erdogan sui tassi di interesse ha implicazioni terribili per la Turchia. Secondo l’analista, nel Paese sta montando il malcontento tra la popolazione che vede continuamente eroso il proprio potere d’acquisto, con le fasce più vulnerabili costrette alla fame. Il governo intanto afferma che i turchi stanno vendendo dollari e altre valute estere per investire nel nuovo meccanismo. Lo scorso 27 dicembre, il ministro del Tesoro e delle Finanze, Nureddin Nebati, ha dichiarato che i depositi in lire turche sono aumentati di 23,8 miliardi di lire dall’introduzione del regime, ma ha negato le affermazioni di alcuni economisti e commentatori secondo cui il grande recupero della lira della scorsa settimana sia stato stimolato dalle vendite di dollari da parte della Banca centrale, almeno 13,5 miliardi, secondo un calcolo del quotidiano turco di opposizione “Ahval”.
Le incertezze sul futuro dell’economia turca stanno alimentando forti tensioni all’interno del Paese dove sta divenendo rischioso esprimere critiche alla politica economica adottata dal governo. Nei giorni scorsi, l’autorità di regolamentazione bancaria della Turchia ha dichiarato di aver avviato procedimenti legali contro più di 20 persone, tra cui ex governatori della Banca centrale, un economista e diversi giornalisti, per aver rilasciato dichiarazioni sui media che potrebbero screditare o danneggiare la reputazione dell’Istituto di credito centrale. Tra le persone sottoposte a procedimenti legali, figura anche l’ex governatore della Banca centrale Durmus Yilmaz , parlamentare del Partito buono – all’opposizione dal 2018 – e l’economista Guldem Atabay, che scrive per il sito di notizie Paraanaliz”.

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Fin qui il report.

Una crisi che viene da lontano

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L’economia turca è stata duramente colpita da quando la lira ha perso il 40% del suo valore rispetto al dollaro Usa nel 2017. La crisi valutaria, scatenatasi in agosto dopo un aspro scontro diplomatico con Washington, ha sollevato preoccupazioni per gli investitori sull’indipendenza della Banca centrale e ha evidenziato preoccupazioni più ampie sulla performance dell’economia. A febbraio l’inflazione si è attestata a poco meno del 20%, mentre il tasso di interesse principale della Banca centrale è attualmente del 24%.  Erdogan ha spesso accusato le potenze straniere e gli “speculatori” di essere responsabili delle fluttuazioni valutarie e degli altri problemi economici affrontati dalla Turchia:  ” Io sono il responsabile dell’economia del Paese”, ha ripetuto più e più volte  Erdogan, che non si è mai tirato indietro nel promettere di risollevare la situazione, senza mai omettere di accusare non meglio precisati “nemici” della Turchia, che “dopo aver provato col terrorismo e col golpe, ora vogliono destabilizzarci con l’economia”.

Erdogan sa bene che quella che lui ha imboccato è una via senza ritorno, o sbanca il tavolo oppure rischia di essere spazzato via, come è successo ad altri rais, autocrati, “sultani” prima di lui.

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Arma di distrazione di massa?

Di grande interesse, nel merito, è un recente rapporto Ispi

“Mentre gli economisti dibattono e la lira sprofonda, l’inflazione crescente sta contribuendo, lentamente ma inesorabilmente, a erodere i consensi del partito per lo Sviluppo e la Giustizia (Apk). Secondo i sondaggi più recenti solo un terzo degli elettori,, se si andasse al voto oggi, sosterrebbe il partito di Erdogan: un netto calo rispetto al 42% del 2018. Nel tentativo di capitalizzare il malcontento, soprattutto dei giovani, i partiti di opposizione si stanno compattando in vista delle elezioni parlamentari e presidenziali previste per il 2023. Kilicdaroglu del CHP è considerato uno dei possibili aspiranti alla guida del paese. Intanto il presidente liquida i sondaggi come ‘fake news’ e si affanna a puntellare l’immagine della Turchia come pilastro di stabilità regionale, dalla Siria all’Afghanistan. Ma nonostante tutto ‘la Turchia è più instabile oggi di quanto non lo sia mai stata negli ultimi anni – scrive Steven Cook su Foreign Policy. Anche per questo è improbabile che la minaccia contro gli ambasciatori sia l’ultima mossa incendiaria a cui Erdogan farà ricorso per guadagnare consensi.” “Attaccare l’Occidente, in particolare gli Stati Uniti – osserva ancora Cook – è sempre una strategia politica vincente in Turchia’..

Fin qui il rapporto. Commenta Valeria Talbot, Co-Head Ispi Mena centre:  “Il passo indietro del presidente Erdogan è una buona notizia per la Turchia: l’espulsione dei dieci ambasciatori avrebbe infatti avuto gravi conseguenze non solo sulle relazioni diplomatiche di Ankara ma anche sulla sua fragile economia. La Turchia non può permettersi di accrescere il proprio isolamento in una fase in cui sta faticosamente cercando di ricucire diversi strappi sul piano regionale. E non può neanche permettersi di compromettere ulteriormente la sua situazione economica. La debolezza della lira turca, che da inizio 2021 ha perso circa il 25% del suo valore, è un importante campanello d’allarme sullo stato di salute dell’economia del paese le cui responsabilità difficilmente risiedono altrove. 

Della difficile situazione finanziaria della Turchia, e delle possibili conseguenze per Erdogan, ha scritto il Financial Times in un articolo firmato da Laura Pitel. “L’approccio di Erdogan all’economia di un Paese da 765 miliardi di dollari non sta funzionando. Sebbene la crescita economica sembri buona sulla carta, non si è tradotta in posti di lavoro e altri risultati più concreti», scrive la corrispondente dalla Turchia per il quotidiano economico.

L’inflazione ha sfiorato il 20% a settembre e la lira, come detto, sta perdendo valore. Cosa più importante per il presidente, che mercoledì segna il 19° anniversario della sua ascesa al potere a livello nazionale, il sostegno al suo partito Akp è sceso di circa 10 punti percentuali dalle elezioni parlamentari del 2018: oggi è ai minimi storici, tra il 30% e il 33%.

L’economia è una delle vene aperte della Turchia in questi anni Venti. “Il presidente, che per anni ha vinto le elezioni grazie alla promessa di una maggiore prosperità per milioni di persone, continua a sbandierare le cifre della crescita economica del Paese. Il Fondo monetario internazionale prevede che il Pil della Turchia aumenterà del 9% quest’anno, un tasso che lo pone davanti alla Cina e appena dietro l’India. Ma, di contro, la più grande associazione imprenditoriale del Paese, Tusiad, spesso reticente nel criticare le politiche di Erdoğan, fa notare che l’ossessiva attenzione del governo alla crescita a ogni costo sta danneggiando il Paese”, scrive sempre il Financial Times.

La crescita dei salari, infatti, non è riuscita a tenere il passo con l’inflazione dilagante. Le famiglie a basso reddito sono state le più colpite dal conseguente calo del tenore di vita. Il tasso di povertà, diminuito drasticamente durante i primi quindici anni di governo dell’Akp, è tornato a salire nel 2019 a causa di una recessione che ha portato alla perdita di 1 milione di posti di lavoro.

Un report della Banca mondiale sottolinea che la crisi recente si è tradotta in quasi 1,5 milioni di poveri aggiuntivi, per un totale di 8,4 milioni a livello nazionale, cancellando quasi tutti i risultati ottenuti nei tre anni precedenti. Anche gli investimenti diretti esteri si sono ridotti, ormai inferiori ai 6 miliardi di dollari nel 2020 – in netto calo rispetto al picco di oltre 19 miliardi di dollari registrati nel 2007.

Le difficoltà economiche, però, hanno (anche) un’origine politica. “Sebbene sia ancora un politico formidabile – scrive il FT– oggi Erdogan appare  spesso stanco e fiacco. I funzionari del governo sostengono che il presidente tragga ancora energia dallo scendere in strada e stare tra la folla, ma i suoi incontri con il pubblico sempre più spesso sono segnati da passi falsi e incomprensioni». Dopo aver consolidato il suo controllo sulle istituzioni turche, Erdogan si è scontrato con la banca centrale turca – teoricamente un’istituzione indipendente dal potere politico – chiedendo ripetutamente e ottenendo tassi di interesse più bassi. Questi, secondo il Sultano, aiuterebbero a combattere l’inflazione. Poi però la combinazione di una politica monetaria espansiva con il rialzo incontrollato dei prezzi ha fatto vacillare l’economia del Paese”.

E per risollevarla, aggiungiamo noi, non basteranno proclami islamonazionalisti e nuove avventure neoimperiali, vedi Siria e Libia. 

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