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Polonia, antisemiti, liberticidi, costruttori di muri anti migranti

Varsavia appella all’Alleanza di cui fa parte, perché corra in suo aiuto per arrestare “l’invasione” delle “armate” bielorusse dell’autocrate di Minsk, il presidente-padrone Aljaksandr Lukashenko.

Migranti al confine tra Polonia e Bielorussia
Migranti al confine tra Polonia e Bielorussia

globalist

15 Novembre 2021 - 15.59


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C’era da aspettarselo. Un regime autoritario si appella all’Alleanza di cui fa parte, perché corra in suo aiuto per arrestare “l’invasione” delle “armate” bielorusse dell’autocrate di Minsk, il presidente-padrone Aljaksandr Lukashenko.

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Appello a Bruxelles

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La Polonia, insieme con Lituania e Lettonia potrebbero chiedere l’intervento del Patto Atlantico per risolvere la crisi politica dovuta all’azione della Bielorussia. Lo ha detto il premier polacco Mateusz Morawiecki nella intervista pubblicata oggi dall’agenzia Pap. “Stiamo discutendo con la Lettonia ma soprattutto con la Lituania se non mettere in funzione l’articolo 4 della Nato; ci sembra che ne abbiamo sempre più bisogno” ha detto Morawiecki secondo quale ormai non bastano le dichiarazioni che esprimono le preoccupazioni ma serve un impegno concreto e dell’intero Patto. 
“Ormai sappiamo che per fermare il regime bielorusso non bastano solo le parole” ha detto anche il premier polacco nell’ esprimere la speranza nelle nuove, più incisive sanzioni contro Bielorussia da parte della Unione europea. 

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Movimenti inquietanti

Sono quelli che vengono segnalati al confine tra Polonia e Bielorussia. E’ infatti trapelata la notizia che soldati britannici hanno cominciato operazioni di ricognizione lungo il confine tra Polonia e Bielorussia, in collaborazione con l’Esercito polacco. Lo ha riferito il ministro della Difesa di Varsavia, Mariusz Blaszczak.

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The Guardian riferisce che le truppe britanniche sono arrivate giovedì e dovrebbero trascorrere alcuni giorni in Polonia, compresa la visita al confine su richiesta del governo polacco per capire se possono riparare o rafforzare la recinzione.

Il ministero della Difesa britannico ha affermato che la missione era incentrata solo sul “supporto tecnico per affrontare la situazione in corso al confine con la Bielorussia” e gli addetti ai lavori hanno affermato che non vi era alcun piano aggiuntivo per le truppe britanniche per sorvegliare il confine.

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Fonti di Whitehall hanno affermato che era opportuno considerare di aiutare la Polonia dato che “è la Bielorussia che sta spingendo i migranti verso il confine”. Qualsiasi decisione finale per aiutare dovrà essere firmata dal segretario alla Difesa, Ben Wallace.

La missione militare britannica ai confini tra Polonia e Bielorussia non è piaciuta a Steve Valdez-Symonds, direttore dei diritti dei rifugiati e dei migranti di Amnesty International UK, il quale ha dichiarato che: “L’invio di soldati britannici per erigere più recinzioni di confine piuttosto che affrontare i bisogni delle persone che muoiono in quei confini mostra uno scioccante disprezzo sia per la vita umana che per il diritto delle persone a chiedere asilo”.

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Antisemiti in piazza

Dunque la Nato dovrebbe correre in aiuto a chi organizza manifestazioni al grido “Morte agli ebrei”, ma anche “No a Polin (Polonia in ebraico, ndr), sì a Polska (Polonia in polacco, ndr)””. Sono alcuni degli slogan che sono stati ripetuti a gran voce dai partecipanti alla manifestazione di estrema destra organizzata giovedì scorso, 11 novembre, in Polonia, dai forti accenti antisemiti. Un evento per il quale il ministro degli esteri – figlio di un ebreo sopravvissuto alla Shoah – si è detto “inorridito”. E ha chiesto alle autorità di Varsavia (che già hanno condannato l’episodio) di agire attivamente contro gli organizzatori. Per celebrare la Giornata nazionale dell’Indipendenza durante il raduno è stata data alle fiamme una copia dello “Statuto di Kalisz” con cui otto secoli fa fu regolarizzata la presenza ebraica in Polonia.  Episodi come questi, come spiega, sono esacerbati dalle crescenti tensioni tra Israele, Polonia e la comunità ebraica polacca per l’approvazione di una legge del 2018 che limita la possibilità di richieste di restituzione per le proprietà rubate agli ebrei dai nazisti durante la seconda guerra mondiale e nazionalizzate dai comunisti del Dopoguerra. Una legge molto criticata da Israele, e che ha spinto entrambi i paesi a richiamare i rispettivi ambasciatori. Il giornale ha poi raccontato che condanne per l’episodio sono giunte dai ministri polacchi degli esteri e degli interni. Yari Lapid, ministro degli Esteri israeliano, ha sollecitato il governo polacco ad agire «senza compromessi contro quanti hanno preso parte a questa sconvolgente manifestazione di odio”.

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Respinti con la forza

Un’indagine informatica  condotta da Amnesty International ha portato alla luce particolari inediti sulla vicenda dei 32 richiedenti asilo afghani (quattro uomini e 28 donne tra cui una quindicenne) che dal 18 agosto sono intrappolati lungo il confine tra Polonia e Bielorussia senza cibo, acqua pulita, riparo e medicine. Dal 19 settembre in quella zona sono morte per ipotermia cinque persone.

Attraverso l’analisi di immagini satellitari, video e fotografie e una ricostruzione tridimensionale, l’organizzazione per i diritti umani ha localizzato con precisione la posizione delle 32 persone documentandone le condizioni inumane di vita, verificando inoltre che la notte tra il 18 e il 19 agosto queste si sono spostate dalla Polonia alla Bielorussia in quello che è apparso un ritorno forzato.

Il 18 agosto molte delle 32 persone entrate in Polonia dalla Bielorussia si trovavano sul lato polacco della frontiera, circondate da guardie di frontiera polacche. Un giorno dopo, erano di nuovo sul lato bielorusso, spinte dagli agenti armati.

Il 20 agosto i 32 afghani bloccati lungo la frontiera hanno chiesto, mediante l’aiuto di alcuni avvocati, protezione internazionale alla Polonia, mostrando chiaramente la loro intenzione di rimanere in territorio polacco. La Corte europea per i diritti umani, con un provvedimento provvisorio adottato il 25 agosto e poi esteso fino al 27 settembre, ha dato istruzioni alle autorità della Polonia affinché fornissero forme di assistenza adeguate, tra cui “cibo, acqua, vestiti, cure mediche e se possibile riparo temporaneo”. La Corte ha sottolineato che il gruppo di afgani sosteneva di essere precedentemente entrato in territorio polacco e di esserne stato poi respinto. La Polonia finora non ha dato seguito al provvedimento della Corte.

Sempre il 20 agosto il governo polacco ha limitato i movimenti nella zona di confine ed emanato una norma in base alla quale le persone intercettate lungo il confine devono essere rimandate in Bielorussia.

Il 3 settembre la Polonia ha introdotto lo stato d’emergenza al confine con la Bielorussia, limitando l’accesso di giornalisti e Ong, impedendo dunque il monitoraggio su eventuali violazioni dei diritti umani e sollevando preoccupazioni sul trattamento dei 32 afghani e sul rischio di un ulteriore respingimento. Misure del genere sono state adottate anche da Lituania e Lettonia.

 “Riteniamo il governo polacco responsabile della drammatica situazione che si è venuta a creare lungo il confine. La dichiarazione dello stato d’emergenza è illegittima e dev’essere annullata: non c’è alcuna emergenza pubblica in quella zona. Respingere richiedenti asilo senza esaminare una per una le loro richieste di protezione è contrario alle norme europee e internazionali. Il tentativo di legalizzare i respingimenti attraverso le nuove norme entrate in vigore non cambia la situazione”, ha dichiarato Eve Geddie, direttrice dell’ufficio di Amnesty International presso le istituzioni europee.

“Un gruppo di persone ha chiesto asilo in uno stato dell’Unione europea. Uno stato dell’Unione europea sta violando clamorosamente i loro diritti umani. L’Unione europea deve agire immediatamente e con fermezza per porre fine a questa violazione del diritto internazionale e del diritto dell’Unione europea”, ha concluso Geddie. 

Non solo Amnesty 

Una nuova inchiesta di Lighthouse Reports ha rivelato come le autorità di diversi stati dell’Unione europea abbiano respinto in modo sommario e violento migranti e richiedenti asilo verso le frontiere di stati esterni all’Unione europea stessa.

“È l’ennesima conferma che i respingimenti illegali e la violenza contro migranti e richiedenti asilo sono una prassi comune alle frontiere esterne dell’Unione europea. In stati quali Croazia, Grecia, Polonia e Spagna le persone in cerca di salvezza e protezione s’imbattono in fili spinati e funzionari armati per la difesa delle frontiere”ha dichiarato Jelena Sesar, ricercatrice di Amnesty International sui Balcani

“Le immagini rese note dall’inchiesta di Lighthouse Reports, di uomini armati e agenti della polizia di frontiera che picchiano migranti e richiedenti asilo per respingerli dalla Croazia, in evidente violazione delle leggi dell’Unione europea, sono inquietanti. Eppure la Commissione europea ha, per sua stessa ammissione, finanziato il governo croato per equipaggiare le sue forze di polizia e ha persino pagato gli stipendi degli agenti impiegati alla frontiera. In questo modo, l’Unione europea si è resa responsabile di violazioni dei diritti umani”, ha sottolineato Sesar.

“Le uniformi degli agenti di polizia ripresi nelle immagini sono prive di elementi identificativi ma è chiaro che appartengono, così come le armi e l’equipaggiamento, alla polizia speciale croata, che da anni esegue respingimenti alla frontiera”, ha proseguito Sesar.

Esponenti della Commissione europea, tra cui il commissario Johansson, si sono dichiarati sgomenti per il trattamento inumano riservato alle persone che si presentano alle frontiere europee. Tuttavia appena quest’estate hanno consentito alla Croazia di istituire un meccanismo di monitoraggio del tutto inefficace che non chiamerà nessuno a rispondere delle violazioni dei diritti umani commesse. La Grecia ha persino respinto l’idea di istituire un sistema del genere, nonostante i respingimenti e le violenze alla frontiera che Amnesty International ha denunciato.

“Quello che allarma è che la Commissione europea continui a chiudere gli occhi di fronte alle clamorose violazioni delle leggi dell’Unione europea e persino a finanziare polizia e operazioni di frontiera in alcuni degli stati membri”.

“Nel luglio 2021, ad esempio, la Commissione europea ha concesso alla Croazia 14 milioni di euro di fondi di emergenza, nonostante suoi rappresentanti avessero espresso orrore per i trattamenti inumani inflitti a migranti e richiedenti asilo. Occorre mettere fine immediatamente ai respingimenti e ai finanziamenti che li facilitano”, ha concluso Sesar.

Odissea continua

E quella di diciassette dei trentadue afghani bloccati dall’agosto 2021 e respinti con la forza verso la Bielorussia dopo che, il 20 ottobre, avevano cercato di entrare in territorio polacco. Il governo di Varsavia ha ammesso che sono state usate “misure coercitive” nei loro confronti.

I 17 afghani, tra cui un minorenne, hanno cercato di entrate in territorio polacco dalla zona di Usnarz Gorny. Sono stati fermati, portati in un ufficio della polizia di frontiera e successivamente rimandati indietro. Lo stesso gruppo aveva subito un ritorno forzato nel mese di agosto.

Il 25 agosto la Corte europea dei diritti umani aveva ordinato alla Polonia di rifornire il gruppo dei 32 afghani di “cibo, acqua, vestiti, cure mediche adeguate e se possibile riparo temporaneo” e di non rimandarlo in Bielorussia.

Le autorità polacche hanno fatto il contrario, sulla base di un decreto ministeriale dell’agosto 2020 secondo cui, salvo chi rientri in specifiche categorie, le persone intercettate nelle zone di confine devono lasciare la Polonia. Dal 2 settembre, inoltre, il confine polacco è sottoposto allo stato d’emergenza, col conseguente divieto d’ingresso di parlamentari, attivisti e giornalisti.

Il 14 ottobre il parlamento ha adottato due emendamenti alla legge sugli stranieri e a quella sulla protezione internazionale.

Le nuove norme prevedono che una persona che entra o cerca di entrare in territorio polacco “in violazione della legge” debba lasciarlo e non possa rientrarvi per un periodo di tempo compreso tra sei mesi e tre anni; in caso di appello contro la decisione, il ricorrente dovrà attenderne l’esito fuori dalla Polonia. Le richieste d’asilo presentate da persone entrate irregolarmente in territorio polacco potranno non essere esaminate, con l’eccezione di chi arrivi direttamente da uno stato in cui la sua vita sia in pericolo, eccezione che dunque non riguarda gli afgani entrati dalla Bielorussia. Il danneggiamento delle infrastrutture di protezione delle frontiere sarà punito con una condanna da sei mesi a cinque anni di carcere.

Sempre il 14 ottobre il parlamento ha adottato una legge che rafforza la protezione delle frontiere e prevede la costruzione di una barriera dal costo preventivato di quasi 350 milioni di euro.

Quello stesso giorno è stata registrata la quinta vittima lungo il confine dall’inizio di settembre, un siriano di 24 anni.

L’appello di Amnesty International

Fin dai primi giorni, Amnesty International chiede alle autorità polacche di ammettere i richiedenti asilo sul territorio per permettere loro di ricevere assistenza e protezione, in linea con il diritto internazionale ed europeo.

La risposta? Ronde anti migranti

Le stanno organizzando alcuni giovani nazionalisti polacchi, che hanno messo in piedi “pattuglie” per aiutare militari e Guardie di frontiera a catturare gli stranieri che entrano in territorio polacco attraversando illegalmente il confine con la Bielorussia. Lo rendono noto oggi i media locali precisando che l’iniziativa è stata lanciata dall’associazione Niklot di Bialystok che ha come scopo “la difesa dell’identità slava e della specificità culturale della Polonia”. “Aiutare i connazionali e non gli immigrati”, annuncia lo striscione usato per il primo incontro delle “pattuglie”. “I nostri avi con il proprio sangue hanno reso sacra la nostra terra, perciò non possiamo più osservare in modo passivo l’ondata di immigrati nel nostro territorio”, recita l’appello pubblicato dall’associazione che critica anche le numerose iniziative delle 0ng che cercano di assistere i profughi, spesso intere famiglie, intrappolati nei boschi attraversati dal confine. La Guardia di frontiera informa che solo venerdì scorso 570 persone hanno tentato di entrare in Polonia e che nell’intero mese di ottobre sono state 17.300. Sulla base della legge firmata il 22 ottobre scorso dal presidente Andrzej Duda che autorizza il respingimento immediato degli immigrati dalla Polonia,  la maggior parte di queste persone è stata rimandata in Bielorussia che le ha però a sua volta costrette a ritentare di entrare in territorio polacco. Lungo tutta la frontiera polacca di 180 chilometri, è in corso lo stato d’emergenza, ciononostante tanti abitanti portano aiuti nei boschi per non lasciare morire i profughi per freddo e denutrizione. 

E la Nato dovrebbe correre in soccorso di costoro?!

 

 

 

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