Il dramma degli afghani bloccati in condizioni disumane tra Polonia e Bielorussia

La Corte europea dei diritti dell'uomo ha accolto il ricorso dal gruppo e chiesto alla Polonia - Stato membro dell'Ue - di accogliere i profughi, ponendo fine ai respingimenti illegali

Usnarz Górny, confine tra Bielorussia e Polonia

Usnarz Górny, confine tra Bielorussia e Polonia

globalist 30 settembre 2021
Nel cuore dell'Europa si riaffaccia lo spettro di un'ecatombe umanitaria senza precedenti, con respingimenti e blocchi forzati di migranti che chiedono aiuto ai Paesi membri dell'Unione.
Trentadue migranti di origine afghana sono bloccati da oltre 50 giorni in un campo profughi improvvisato nei pressi del villaggio di Usnarz Górny, al confine tra Bielorussia e Polonia: lo conferma tra gli altri anche la Corte europea dei diritti dell'uomo (Cedu), che in settimana ha accolto il ricorso presentato da R.A. e gli altri membri del suo gruppo e chiesto alla Polonia - Stato membro dell'Unione europea - di accogliere i profughi, ponendo fine ai respingimenti illegali verso la Bielorussia.
Il ricorrente ha raccontato di aver superato il confine bielorusso l'8 agosto - una settimana prima della presa del potere da parte dei talebani a Kabul - e da allora i 32 afghani sono stati respinti varie volte, tra i due lati del confine.
La Cedu si era già pronunciata il 25 agosto e, citando le norme della Carta europea dei diritti dell'uomo e le convenzioni internazionali, ha esortato le autorità polacche a fornire ai profughi cibo, acqua, un alloggio decente e soprattutto la possibilità di presentare richiesta d'asilo, provenendo da un Paese dove rischiano di subire persecuzioni e violenze da parte dei talebani.
La vicenda riporta all'attenzione il tema dei migranti bloccati nel limbo tra la Bielorussia e la Polonia, porta per l'Ue: una volta intercettati dalle guardie di frontiera, i profughi - originari di Iraq, Iran, Turchia, Siria, Afghanistan ma anche paesi africani - denunciano di essere respinti sistematicamente e quindi non sapere dove andare. Ciò li obbliga a dormire all'aperto in aree disabitate e per lo più boscose, dove di notte le temperature scendono sotto lo zero, come ha denunciato anche l'emittente Bbc in un reportage dal titolo "Freezing to death". Secondo enti dell'Onu, quattro persone da agosto hanno perso la vita per ipotermia, un bilancio che sarebbe salito a sei stando all'ong polacca MiGreat.
 Un altro gruppo di nazionalità irachena, sempre di oltre 30 persone, denuncia invece di vivere nella foresta al confine tra i due Paesi da nove giorni senza cibo, acqua, tende o coperte. Il gruppo, di etnia curda e proveniente dalla città di Sinjar, nel governatorato di Ninive, comprende anche donne e bambini, come dimostrano foto e video che il gruppo ha fatto pervenire a Murad Ismael, presidente dell'organizzazione curdo-irachena Sinnjar Academy.
Nel filmato, risalente a qualche giorno fa, che Ismael ha condiviso sui social, è possibile vedere alcuni membri del gruppo riuniti intorno al fuoco nel tentativo di riscaldarsi. Uno di loro spiega che piove e che da già cinque giorni non hanno da mangiare.
Oggi intanto è atteso un incontro a Varsavia tra Ylva Johansson, commissaria europea per gli Affari interni, e Mariusz Kaminski, ministro degli Interni della Polonia. Per l'occasione, l'ong Fundacja Ocalenie ha scritto una lettera alla commissaria per segnalare "le numerose azioni inumane ed illegali documentate compiute dalle autorità polacche alla frontiera", spesso compiute da "agenti che negano di fornire la loro identità agli attivisti giunti per soccorrere i migranti". L'associazione biasima il "cinico gioco" del governo bielorusso, che userebbe i profughi come strategia per fare pressioni politiche su Bruxelles, ma condanna anche lo stato di emergenza implementato da Varsavia a inizio mese, che impedisce a volontari, avvocati, medici e giornalisti di raggiungere i migranti.