L'Ue potrebbe sospendere il recovery plan per l'Ungheria xenofoba e omofoba, ma Meloni...
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L'Ue potrebbe sospendere il recovery plan per l'Ungheria xenofoba e omofoba, ma Meloni...

"Si riempiono la bocca di “stato di diritto” ma poi violano trattati e regolamenti pur di colpire Viktor Orban. E lo chiamano “europeismo”" è l'intervento della capa di Fratelli d'Italia

Orban e Meloni
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7 Luglio 2021 - 09.49


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Chi se non lei poteva scendere in campo per difendere il suo sodale amico Viktor Orban, da cui prende esempio per ogni politica oscurantista e razzista con cui ci inonda ogni settimana.

Sale sempre di più lo scontro tra l’Ungheria di Victor Orban e Bruxelles.

La Commissione europea non solo si appresta ad aprire una procedura d’infrazione per la legge anti-Lgbtq che Budapest non vuole cambiare, ma ora sarebbe anche pronta a bloccare il suo Recovery plan, tenendo in stand by i sette miliardi che chiede, probabilmente in attesa di un’apertura del governo sui diversi fronti di scontro aperti con la Ue.

L’ipotesi di uno stop, anche temporaneo, accende l’ira della capa di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, che la considera “un inaccettabile ricatto” mentre da Budapest la ministra della giustizia che segue il dossier europeo, nega uno stop: “La trattativa è in corso e prosegue il dialogo costruttivo con l’Unione europea”, scrive Judit Varga in un post sul suo profilo Facebook.

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“Fonti della Commissione Ue fanno sapere che Bruxelles si appresterebbe a bloccare l’approvazione del Recovery Plan dell’Ungheria. L’ennesimo inaccettabile ricatto politico contro il legittimo governo di una nazione sovrana, reo di voler difendere le proprie prerogative previste peraltro dai trattati vigenti. Si riempiono la bocca di “stato di diritto” ma poi violano trattati e regolamenti pur di colpire Viktor Orban. E lo chiamano “europeismo”″, scrive Meloni in una nota.
Stando alle fonti europee citate dall’agenzia tedesca Dpa, e rilanciate dai media, per la Commissione non sarebbero sufficienti le misure di precauzione previste dal governo per evitare abusi nelle spese dei fondi.

Nei giorni scorsi l’esecutivo europeo aveva lasciato intendere che la task force del Recovery stava analizzando proprio quell’aspetto. Il Recovery “prevede” che vi sia “un sistema di controllo tagliato su misura” in ogni piano nazionale per il Recovery (Pnrr). “La Commissione europea valuta se questo offra garanzie sufficienti” anche sui beneficiari. Se non lo fa, “il piano viene rigettato”, aveva detto una portavoce rispondendo proprio a una domanda sull’Ungheria.

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Bruxelles deve esprimersi sul Pnrr ungherese entro lunedì 12 luglio.

Il caso era già stato sollevato dal presidente del gruppo di Renew Europe al Parlamento europeo, Dacian Ciolos, che in un lettera inviata alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen chiedeva di “non dare il via libera al piano” per il Recovery “di Orban”, congelando i 7 miliardi destinati a Budapest, fino a quando non siano state soddisfatte una serie di condizioni come l’accesso all’elenco dei beneficiari finali del denaro del Pnrr all’ufficio antifrode Ue (Olaf).

Ciolos sottolineava come “la corruzione nell’Ungheria di Viktor Orban è endemica e sistemica”, un problema sollevato più volte dalla stessa Commissione europea.

Ma la possibilità di bloccare i fondi di Budapest a causa del rischio corruzione si lega inevitabilmente all’altro scontro in corso con Bruxelles, quello sui diritti Lgbtq.

La Commissione europea sta già lavorando ad una lettera di messa in mora per la legge che caparbiamente Orban si rifiuta di cambiare, nonostante le accesissime critiche ricevute da tutti gli altri leader europei anche durante un confronto molto aperto nell’ultimo vertice europeo.

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La Commissione sperava di vedere un passo indietro, o almeno qualche modifica alla legge nata, secondo il governo, per proteggere i minori dalla propaganda gay. Ma dopo la richiesta ufficiale di chiarimenti, Bruxelles ha fatto sapere di non essere soddisfatta, e salvo cambiamenti di rotta da parte del governo di Orban, l’apertura di una procedura di infrazione appare inevitabile.

“Non resteremo a lungo senza agire”, aveva detto un portavoce qualche giorno fa.

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